il calcio in crisi
FIGC, corsa a ostacoli per Malagò: perché il "favorito" rischia di essere incandidabile
La corsa dell'ex capo del CONI alla presidenza della Federazione è in forse. Il principio del "cooling off" si trasforma in un'arma politica in vista del voto del 22 giugno
Il calcio italiano attraversa una delle sue fasi più oscure, stretto in una crisi sistemica che travalica il rettangolo di gioco e minaccia ora di paralizzarne anche la governance.
Le dimissioni di Gabriele Gravina, formalizzate il 2 aprile 2026, hanno aperto per la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) una fase straordinaria e di estrema delicatezza.
Con il peso ancora gravoso della mancata qualificazione ai Mondiali, il sistema ha fissato per il 22 giugno 2026 a Roma l’Assemblea Straordinaria Elettiva, nella speranza di individuare una guida capace di ricomporre un ambiente profondamente lacerato.
In questo contesto, il nome di Giovanni Malagò, già presidente del CONI, si è imposto rapidamente come il grande favorito. La sua candidatura appariva in grado di rispondere a due urgenze: da un lato restituire robustezza istituzionale a una federazione indebolita; dall’altro segnare una discontinuità rispetto all’assetto precedente, evitando però il precipizio del commissariamento.
A metà aprile la Lega Serie A ha indicato Malagò come proprio riferimento con una larghissima maggioranza dei club, ottenendo a stretto giro anche il cruciale avallo delle componenti tecniche, AIC (calciatori) e AIAC (allenatori). Il sostegno convergente su dossier come il Club Italia, le riforme, la sostenibilità e il calcio femminile aveva trasformato una semplice investitura mediatica in una corazzata politica.
Proprio allora, però, è affiorata una clamorosa incognita giuridica. La corsa di Malagò rischia infatti di scontrarsi con il muro del cosiddetto "cooling off", o pantouflage. Non è un cavillo di palazzo, ma un principio cardine: il "periodo di raffreddamento" che mira a impedire il passaggio immediato da un ente vigilante a uno vigilato o controllato, per evitare conflitti d’interesse e indebite concentrazioni di potere. Nel diritto italiano, il riferimento è il decreto legislativo n. 39 del 2013 sull’inconferibilità degli incarichi.
Il ragionamento di chi solleva l’obiezione è lineare quanto insidioso: lo Statuto del CONI riconosce l’autonomia della FIGC, ma la colloca esplicitamente "sotto la vigilanza del CONI", e il Consiglio Nazionale del CONI verifica periodicamente i requisiti per il suo riconoscimento. Di conseguenza, il passaggio diretto di Malagò dall’ex presidenza dell’ente vigilante (CONI) a quella dell’ente vigilato (FIGC) potrebbe configurare una violazione palese di tali norme.
Il paradosso è crudele: la figura di Malagò, costruita sulla reputazione di uomo delle istituzioni sportive, diventa bersaglio della sua stessa forza istituzionale. La complessità è aggravata dalla natura ibrida della FIGC: associazione di diritto privato senza fini di lucro, ma titolare di funzioni di rilevanza pubblicistica entro la cornice regolata dal CONI. Applicare in via automatica il d.lgs. 39/2013 all’ordinamento sportivo richiede un passaggio interpretativo delicato, rendendo la questione materia da giuristi più che un divieto immediato e inequivocabile.
Ad oggi non esiste un pronunciamento definitivo che stabilisca ufficialmente se "Malagò può" o "Malagò non può" candidarsi. Nel vuoto normativo, però, si inserisce una battaglia politica particolarmente aspra.
L’elezione in FIGC si fonda su un sistema di voto ponderato: 275 delegati. Se la Serie A (20 delegati) e la Serie B (20) detengono grande centralità politica, i numeri premiano la Lega Nazionale Dilettanti (91 delegati), seguita da Lega Pro (58), calciatori (52), allenatori (26) e arbitri (9).
A contendere lo scettro a Malagò è l’ex presidente federale Giancarlo Abete, oggi alla guida della LND, che incarna un equilibrio tradizionale e ben radicato nel blocco dilettantistico, respingendo l’ipotesi di una sua semplice incoronazione. In un sistema in cui chi vince deve costruire una solida coalizione di governo, l’appoggio di Serie B e Lega Pro sarà l’ago della bilancia. Ma queste leghe saranno disposte a scommettere su una candidatura esposta al rischio di ineleggibilità?
Il tempo stringe. Il 13 maggio 2026 è la scadenza per formalizzare le candidature, trasformando le attuali schermaglie esplorative in alleanze definitive e, potenzialmente, in contestazioni legali ufficiali. Se il nodo del pantouflage non verrà chiarito in anticipo, il rischio è enorme: per Malagò, quello di una bruciante contestazione formale; per i suoi sostenitori, di dilapidare capitale politico; per l’intero movimento, di arrivare al 22 giugno incoronando un vincitore su cui pende un’ombra di delegittimazione.