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"La festa per la salvezza del Ragusa calcio rovinata da un gesto indegno"
Alcuni dirigenti hanno esibito "liste di proscrizione 2.0" contro i tifosi che durante la stagione hanno contestato
Il Ragusa oggi ha conquistato la salvezza in Serie D. Una salvezza arrivata per il rotto della cuffia, al termine di una partita che ha tenuto l’intera città con il fiato sospeso. Perché basta essere onesti: il Messina, fino all’ultimo secondo dei supplementari, ha avuto l’occasione per segnare e ribaltare il destino. Un gol lì avrebbe significato retrocessione, fine dei giochi, un epilogo amaro per una stagione già complicata.
E invece no. La storia, quella che poi resta negli almanacchi e nella memoria collettiva, racconta che il Ragusa ha tagliato il traguardo, ha mantenuto la categoria, ha evitato il baratro. Un risultato che, per quanto sofferto, meritava di essere vissuto come un momento di pacificazione, di ritrovata unità, di abbraccio collettivo attorno ai colori azzurri.
E invece, proprio nel giorno in cui sarebbe stato naturale mettere da parte rancori, errori, incomprensioni, la società ha deciso di imboccare la strada più sbagliata. Una strada che ha lasciato tutti interdetti.
Le magliette della discordia
Invece di celebrare la salvezza con sobrietà, con un gesto simbolico di riconciliazione, qualcuno ha pensato bene di esibire magliette che riportavano sul retro i post social dei tifosi contestatori. Post scritti nei momenti più difficili della stagione, quando la squadra arrancava e le scelte societarie apparivano confuse, inefficaci, controproducenti.
Una sorta di “vendetta” pubblica, un modo per togliersi i sassolini dalle scarpe proprio nel giorno in cui quei sassolini andavano lasciati a terra. Un gesto che ha il sapore dell’immaturità, della mancanza di stile, dell’incapacità di comprendere il valore simbolico di un momento che avrebbe potuto davvero ricucire lo strappo tra squadra e tifoseria.
Un déjà-vu amaro
L’episodio, inevitabilmente, richiama alla mente un altro gesto infelice: quello dell’allora governatore Totò Cuffaro, che si presentò in conferenza stampa con i cannoli per sbeffeggiare una situazione delicatissima. Un gesto che gli costò caro, perché l’indignazione popolare fu tale da spingerlo alle dimissioni.
Ovviamente, qui siamo su un piano completamente diverso. Ma la dinamica psicologica è la stessa: trasformare un momento istituzionale in una rivalsa personale, dimenticando che chi ricopre un ruolo pubblico — e una società sportiva lo è — deve saper rappresentare tutti, anche chi critica.
La reazione della città
I commenti indignati si sono moltiplicati. In molti si chiedono come sia stato possibile che un’idea del genere sia stata anche solo pensata, figurarsi approvata.
Perché mettere alla berlina i tifosi? Perché trasformare una festa in un regolamento di conti? Perché umiliare chi, magari con toni accesi, ha espresso un’opinione legittima in un momento difficile? Domande che meritano risposte.
La società deve prendere posizione
A questo punto, sarebbe opportuno che la società prendesse le distanze da chi ha ideato questa trovata infelice. Un passo indietro, un’assunzione di responsabilità, un gesto di maturità.
Perché il Ragusa non merita di essere ricordato per questo. Merita di essere ricordato per la salvezza, per la sofferenza condivisa, per il cuore messo in campo.
E l’amministrazione comunale?
Anche il Comune, che rappresenta la città e i suoi valori, dovrebbe stigmatizzare quanto accaduto. Il sindaco, l’assessore allo Sport: faranno sentire la loro voce o preferiranno il silenzio?
Perché questa non è solo una questione sportiva. È una questione di bon ton, di rispetto, di cultura civica. Una città come Ragusa, tranquilla, elegante, misurata, non può accettare una “lista di proscrizione 2.0” esibita come un trofeo.
Una giornata rovinata
Peccato davvero. Una giornata che poteva essere ricordata come la rinascita del rapporto tra squadra e tifosi è stata macchiata da un gesto indegno, che ci riporta indietro di anni nella gestione delle dinamiche calcistiche.
Anzi, ci trascina verso latitudini che con il modo di essere dei ragusani non hanno nulla a che vedere.
Il Ragusa si è salvato. Ma oggi, purtroppo, non tutti hanno dimostrato di essere all’altezza della salvezza.