serie A
Il Diavolo in frantumi: perché la guerra fredda tra Allegri e Ibrahimovic sta affondando il Milan
Rapporti azzerati tra Max e lo svedese: le telefonate segrete di Zlatan ai giocatori e il nodo del terzo portiere dietro l'imminente addio del tecnico
Il Milan è precipitato in una spirale di tensioni che minaccia non solo il finale di stagione, ma la stessa tenuta dell’intero club. A Milanello, dietro i fischi di San Siro e una rincorsa alla Champions trasformata in un esame di nervi negli ultimi 180 minuti, si consuma un confronto interno dai contorni di vera crisi istituzionale.
Al centro della scena due figure ingombranti: Massimiliano Allegri e Zlatan Ibrahimovic. Secondo le ricostruzioni più recenti, il rapporto tra l’allenatore e l’ex centravanti, oggi Senior Advisor della proprietà, è ormai ai minimi, se non del tutto azzerato.
La scintilla che ha fatto deflagrare un malessere latente risale ai primi di aprile 2026, all’indomani della sconfitta con il Napoli. Il pretesto è parso marginale — una divergenza sulla scelta del terzo portiere per la prossima stagione — ma è bastato a interrompere quasi ogni canale di comunicazione tra i due.
Le radici dello scontro, tuttavia, sono più profonde e strutturali. Ibrahimovic non è una figura di rappresentanza: dal dicembre 2023 il suo mandato comprende lo sviluppo dei calciatori, la cultura della performance e progetti strategici. Questa operatività si è tradotta in iniziative percepite da Allegri come vere e proprie “invasioni di campo”.
L’esasperazione del tecnico sarebbe cresciuta dopo telefonate dirette dello svedese a elementi chiave come Leao e Fofana per dispensare indicazioni tattiche, oltre che per contrasti sulla gestione del gruppo e sulle linee di mercato. Per un allenatore che vede erodersi l’autorità nello spogliatoio e allargarsi il perimetro decisionale in ambito sportivo, il quadro è diventato fonte di confusione e instabilità.
Ne è scaturito un paradosso evidente. Pubblicamente, alla vigilia della sfida con l’Atalanta, Allegri ha dichiarato di voler restare al Milan “il più a lungo possibile”, probabilmente per fare da scudo a una squadra ancora in corsa per la Champions e non alimentare il caos. Dietro le quinte, però, il tecnico livornese sarebbe logorato dalle ingerenze e sempre più propenso a lasciare a fine stagione.
Questo cortocircuito ai vertici ha inevitabilmente avvelenato il campo. Un gruppo fino a poco tempo fa descritto come compatto, capace di infilare 24 risultati utili consecutivi, è crollato sotto il peso delle frizioni. Il bilancio recente è impietoso: una sola vittoria nelle ultime sei gare, culminate nel 3-2 incassato a San Siro contro l’Atalanta il 10 maggio 2026. Il Milan è rimasto a quota 67 punti, raggiunto dalla Roma sull’ultimo posto utile per la qualificazione alla Champions League.
La crisi ha acceso l’ira della tifoseria, che ha contestato duramente l’amministratore delegato Giorgio Furlani chiedendone le dimissioni. In una catena decisionale divenuta opaca — con il direttore sportivo Igli Tare indebolito tra i diversi centri d’influenza (RedBird, management, Ibrahimovic e area tecnica) — la dirigenza è ricorsa al ritiro punitivo prima della partita contro il Genoa. Un segnale d’allarme più politico che tattico, per una squadra che si sta sfaldando nel momento più delicato della sua storia recente.