il caso
VAR, basta invadenza: il piano dell'AIA per salvare l'autorevolezza dei fischietti
Dalla stanza di Coverciano l'auspicio di Dino Tommasi: la tecnologia proponga ma non induca. Il campo torna a essere il primo luogo della decisione
La vera svolta potrebbe coincidere con un ritorno alle origini: restituire all’arbitro sul terreno di gioco la piena centralità del giudizio.
È la rotta indicata da Dino Tommasi, responsabile ad interim della CAN A e B dal 27 aprile 2026, che a fine stagione ha lanciato un messaggio chiaro al sistema: maggiore autonomia decisionale in campo, minore ingerenza degli strumenti tecnologici, senza però arretrare sul fronte della trasparenza.
Il fulcro del pensiero di Tommasi, illustrato durante Open VAR, è la netta contrarietà a trasformare la sala video in una seconda regia arbitrale permanente. L’ausilio tecnologico, ha ribadito il designatore, deve intervenire solo davanti a un "chiaro ed evidente errore", cardine teorico e operativo del protocollo.
L’allarme è esplicito: negli ultimi anni si è corso il rischio di svuotare l’autorevolezza del direttore di gara, riducendo ogni decisione o interpretazione a un atto provvisorio, in attesa di una verifica quasi notarile. Al contrario, la tecnologia deve supportare senza sostituire, correggere le eccezioni e non governare la regola.
Un passaggio decisivo della “dottrina Tommasi” riguarda l’equilibrio psicologico nell’interazione tra cabina di revisione e arbitro. Commentando un episodio di Cremonese-Como, Tommasi ha sottolineato come il VAR, nel mostrare le immagini, debba lasciare al fischietto lo spazio mentale per una valutazione autonoma. Il video deve suggerire, non indurre: un’assistenza troppo invasiva finirebbe per cancellare la centralità dell’arbitro, ritenuta una priorità assoluta.
La necessità di arginare la dipendenza dalla tecnologia non coincide con l’ignorare la correttezza delle decisioni. A prova del bilanciamento ricercato, Tommasi ha richiamato due casi limite dell’ultima giornata: il gol convalidato al Cagliari contro il Milan, in cui un sospetto tocco di braccio si è rivelato un contatto con l’addome, e il rigore assegnato alla Roma contro il Verona per un fallo di mano netto. In entrambe le situazioni, il controllo video è stato condotto in modo appropriato, a conferma che non ogni dubbio televisivo debba tradursi in un ribaltamento della scelta maturata sul campo.
L’auspicio di Tommasi arriva al termine di una stagione istituzionale complessa per l’Associazione Italiana Arbitri, segnata da tensioni che hanno inciso sul clima interno. In questo contesto, il richiamo alla responsabilità sul rettangolo di gioco si accompagna alla necessità di proteggere i direttori di gara dal rumore esterno, investendo con fiducia nei profili emergenti: lo testimoniano gli esordi in Serie A di Galipò, Perri, Turrini e Zanotti, con l’obiettivo di ricostruire credibilità attraverso competenza e freschezza.
Sul versante mediatico, la linea è quella della misura. Pur essendo nato per educare lo sguardo del pubblico spiegando i processi decisionali, il format Open VAR è finito nel mirino dei vertici federali, preoccupati che l’eccesso di trasparenza possa essere strumentalizzato e alimentare polemiche. La risposta di Tommasi cerca il punto di equilibrio: mantenere aperta la finestra sul lavoro degli arbitri senza permettere che il racconto televisivo del VAR svuoti di senso il fischio originario, perché il campo deve tornare a essere il primo, e unico, luogo della decisione.