Calcio e arbitri
Ecco quanto guadagnano davvero arbitri e VAR in Italia
Arbitri di Serie A, ufficialmente non professionisti ma pagati e valutati come tali: gettoni, quota fissa, ruolo del VAR e il 22 giugno che può decidere la riforma
In Serie A l’unico uomo davvero centrale in campo, quello che decide se un rigore esiste oppure no, se un gol va convalidato o cancellato, continua formalmente a non essere un professionista. Eppure si allena come tale, vive sotto pressione come tale, viene valutato come tale e viene pagato con cifre che, sommate tra quota fissa e designazioni, possono portarlo ben oltre i 150 mila o persino vicino ai 200 mila euro lordi in una stagione. È il paradosso del calcio italiano: arbitri non professionisti in un sistema che ormai è professionalissimo in tutto, dalla preparazione atletica alla dipendenza dal VAR.
Quanto prende davvero un arbitro di Serie A
Partiamo dai numeri, quelli che fanno sempre meno rumore di una moviola ma spiegano molto meglio la struttura del sistema. In Italia un arbitro di Serie A incassa 4.000 euro lordi per ogni partita diretta. Gli assistenti prendono 1.400 euro a gara, il quarto ufficiale 500 euro, il VAR 1.700 euro e l’AVAR 800 euro. Tradotto: una singola partita del massimo campionato italiano costa quasi 10 mila euro soltanto per la squadra arbitrale. Ma il vero meccanismo è misto. Ai gettoni di presenza si aggiunge infatti una quota fissa annuale, collegata ai diritti di immagine e all’esperienza accumulata. La griglia è chiara: 30.000 euro per arbitri con meno di 50 gare dirette fra Serie A e Serie B, 60.000 euro oltre la soglia delle 50 partite, 90.000 euro per gli arbitri internazionali o ex internazionali. È questa combinazione tra quota fissa e designazioni a determinare le differenze finali.
Il dato più recente, riferito al campionato appena concluso, dice che tra i primi 20 arbitri italiani si passa dai 137.100 euro lordi di Michael Fabbri ai 181.500 euro di Marco Guida, che guida la graduatoria. Dietro di lui ci sono Daniele Chiffi e Davide Massa; il giornale ricorda anche che il costo complessivo per l’intero campionato, considerando tutti gli ufficiali di gara e non solo gli arbitri centrali, arriva a circa 3,7 milioni di euro.
È importante fermarsi un momento su questo punto: in Italia non esiste ancora un salario pienamente “da dipendente professionista” sul modello inglese o, da quest’anno, spagnolo. Esiste piuttosto un sistema ibrido, dove il reddito dipende ancora in misura significativa dal numero e dal tipo di impieghi: arbitro centrale, quarto ufficiale, addetto VAR, AVAR. In teoria è una formula flessibile; in pratica è anche un modello che lega una parte dei guadagni alla frequenza delle designazioni, cioè proprio a quel meccanismo che la riforma vorrebbe alleggerire.
Il nodo della riforma: perché il 22 giugno conta così tanto
La partita economica non può essere separata da quella istituzionale. La riforma immaginata sotto la presidenza di Gabriele Gravina puntava a creare una struttura autonoma dall’AIA per la gestione degli arbitri di A e B, esplicitamente richiamando il modello della PGMOL inglese. Quel progetto, però, si è fermato e ora dovrà essere il nuovo vertice della FIGC, scelto il 22 giugno 2026, a decidere se e come riattivarlo. La federazione ha confermato che l’assemblea elettiva si terrà proprio in quella data, con le candidature ufficiali di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò depositate nei termini previsti.
Il rinvio non arriva in una fase neutra. L’arbitraggio italiano è entrato in una delle sue stagioni più turbolente degli ultimi anni: Antonio Zappi è decaduto dalla guida dell’AIA; l’inchiesta della Procura di Milano sul presunto “sistema” delle designazioni ha coinvolto Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, entrambi autosospesi o dimissionari secondo le diverse ricostruzioni pubbliche, mentre le audizioni e gli approfondimenti giudiziari si sono protratti anche nel mese di maggio 2026. È evidente che in questo quadro parlare solo di cifre sarebbe riduttivo: il tema vero è la credibilità del modello.
E il VAR? In Italia pesa, ma non ancora come altrove
Il VAR è il simbolo del calcio contemporaneo, ma anche una lente utile per capire i diversi modelli. In Italia il videoarbitro prende 1.700 euro a gara e l’AVAR 800 euro. È una retribuzione significativa, ma resta più bassa sia rispetto al gettone dell’arbitro centrale sia rispetto a quanto accade in Spagna, dove il ruolo in sala video viaggia su livelli superiori. In Inghilterra, le cifre specifiche dei compensi per il solo VAR non sono dettagliate in modo altrettanto trasparente nelle fonti ufficiali consultate, ma la crescita dei costi della PGMOL è stata collegata espressamente all’espansione del videoarbitraggio e delle attività collegate.
Questo ha due conseguenze. La prima è economica: più il VAR diventa centrale, più servono investimenti stabili e personale specializzato. La seconda è politica: se una parte crescente del lavoro arbitrale si sposta dalla corsa sul prato alla lettura degli episodi in sala video, allora il vecchio schema del semplice rimborso o del compenso a gettone appare sempre meno coerente. In Italia questa transizione è già iniziata nella pratica, ma non è ancora stata completata nel diritto e nell’organizzazione.
Dove si colloca davvero la Serie A
Se si mettono in fila i dati, il quadro finale è piuttosto chiaro. L’Italia non è un campionato “povero” per i suoi arbitri: i vertici della categoria arrivano a cifre che, nel panorama nazionale, sono elevate e che testimoniano il peso crescente del ruolo. Però la Serie A resta in una terra di mezzo. Non è più il mondo dei semplici rimborsi, ma non è ancora il sistema professionistico pieno che esiste in Premier League dal 2001 e che la Spagna ha appena formalizzato con un contratto collettivo specifico.
La differenza, in fondo, non è solo nella cifra finale. È nella filosofia. In Premier League il professionismo arbitrale è una struttura consolidata da un quarto di secolo. In Liga è diventato adesso una cornice contrattuale esplicita. In Italia, invece, il tema è ancora appeso a una riforma rinviata, a un cambio di vertice in FIGC e a un sistema arbitrale che, nel momento in cui avrebbe bisogno di stabilità, si presenta invece attraversato da fratture istituzionali e giudiziarie.
Per questo la domanda giusta non è soltanto “quanto guadagnano gli arbitri italiani?”. La domanda vera è: può il calcio italiano continuare a chiedere standard da professionisti a un settore che professionista, sulla carta, ancora non è? Finché la risposta resterà sospesa, la Serie A continuerà a rincorrere i grandi campionati europei anche nel luogo più delicato di tutti: quello in cui si decide chi ha il diritto di fischiare, e a quale prezzo.