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IL PERSONAGGIO

Da Maradona a Massimino, da Mergellina a Rio: il padre che Gianluca Di Marzio non ha mai smesso di raccontare

La Gazzetta dello Sport racconta Gianni Di Marzio attraverso le parole del figlio: l'intuizione su Diego, il no di Ferlaino, e una trasferta catanese diventata leggenda del cinema

03 Giugno 2026, 19:12

19:20

Gianni Di Marzio, il primo a vedere Maradona: il padre, il talento e quella storia che Gianluca continua a raccontare

C'è una frase che Gianluca Di Marzio custodisce come una reliquia professionale. Parigi, ristorante, 2016, cena con Vialli e altri. I bodyguard di Maradona spingono. Diego li ferma: «È il figlio del mio amico Gianni, con lui parlo». Venti minuti di intervista. «Il mio colpo più grande», racconta Gianluca alla Gazzetta dello Sport in un lungo ritratto del padre scomparso nel 2022.

Gianni Di Marzio, napoletano di Mergellina, classe 1940, allenatore e poi dirigente, talent scout ante litteram in un'epoca in cui per scoprire un campione bisognava salire su un aereo e fidarsi del proprio occhio. Un uomo che aveva visto Maradona prima di tutti, che aveva intuito Cristiano Ronaldo prima che il mondo sapesse pronunciare quel nome, e che con Catania - e con Angelo Massimino - aveva scritto una delle pagine più curiose del calcio meridionale.

Il ragazzo di Villa Fiorito

Estate 1978. Gianni Di Marzio è a Buenos Aires per seguire il Mondiale insieme a Trapattoni e Radice. Lo contatta Settimio Aloisio, argentino di origini calabresi, responsabile tecnico dell'Argentinos Juniors e futuro procuratore di Batistuta. «Gianni, devi venire, fidati. Ti faccio vedere un fenomeno». Di Marzio si fa accompagnare da due giornalisti. Arrivano al campo, il ragazzo non c'è. Sta a casa, furibondo: Menotti non lo ha convocato per il Mondiale di casa. Bisogna andarlo a cercare.

«A papà bastò un quarto d'ora», racconta Gianluca alla Gazzetta. «Mi diceva di aver visto la luce». Di Marzio scende negli spogliatoi con la scusa di una necessità fisiologica, blocca Diego, gli fa firmare un impegno con il Napoli. La Serie A è chiusa agli stranieri ma si sa già che nel 1980 le frontiere riapriranno. Chiama Corrado Ferlaino: operazione da 250mila dollari, Maradona parcheggiato in Belgio in attesa. Ferlaino nicchia. L'affare non si chiude. Diego gli dice: «Gianni, non ti dimenticare di me». Di Marzio torna in Italia, va al centro commerciale di Gianni Punzo, vicepresidente del Napoli, compra vestiti e glieli spedisce a Buenos Aires.

Maradona arriverà a Napoli nel 1984, per 14 miliardi di lire. Sei anni dopo.

Massimino, Rio de Janeiro e il film con Lino Banfi

Ma per capire Gianni Di Marzio bisogna passare anche da Catania. Estate 1983: porta gli etnei in Serie A dopo gli spareggi a Roma contro Como e Cremonese. Manca una settimana alla chiusura dei tesseramenti per i due stranieri consentiti dalla Lega. Di Marzio e il presidente Angelo Massimino volano a Rio de Janeiro. Vedono sfilare Paulo Isidoro, Serginho, Careca, Casagrande, Leo Junior. Costano troppo. Tornano con Luvanor e Pedrinho.

Il viaggio non è rimasto solo nella memoria del Catania. «Uno degli sceneggiatori de L'allenatore nel pallone», rivela Gianluca alla Gazzetta, «mi ha confessato di essersi ispirato proprio a quel viaggio a Rio di papà e Massimino». Il film con Lino Banfi nei panni di Oronzo Canà — allenatore di provincia catapultato nel calcio che conta — aveva dunque un modello reale. E quel modello girava per il Sudamerica con Massimino, a caccia di talenti con i soldi contati.

Il ragazzo di Mergellina

Gianluca alla Gazzetta racconta anche il padre prima della fama. Cinque fratelli e tre sorelle, padre tassista e autista personale di Gianni Agnelli quando l'Avvocato veniva a Napoli. Giocatore discreto — Ischia, Flegrea — fino a 25 anni, quando un infortunio lo ferma e lo spinge ad allenare. Con metodi che oggi farebbero discutere: «Raccontava che si ritrovò ad allenare due squadre dello stesso campionato, forse la quarta serie. Le allenava a giorni alterni e, allo scontro diretto decisivo, non si presentò. Forse è una leggenda metropolitana, però varie persone me lo hanno confermato».

Aveva anche il tesserino da giornalista pubblicista, ottenuto negli anni Settanta commentando il calcio per l'Unità. Lo rinnovava ogni anno con puntualità. Fu tra le prime voci tecniche nelle televisioni private. «Era disponibile con ogni giornalista», ricorda il figlio. Una disponibilità che Gianluca ha trasformato in mestiere, costruendo su quella base un'intera carriera.

Il filo, alla fine, è semplice: un padre che sapeva leggere il calcio e raccontarlo. Un figlio che ha fatto lo stesso, su scala più grande. E in mezzo, Maradona, Cristiano Ronaldo, Massimino, Rio de Janeiro, e un foglio di carta intestata d'albergo firmato a Buenos Aires nel 1978.