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il racconto

Il nemico in casa: l'ombra di un complotto societario dietro la caduta di Moggi (che riscrive Calciopoli)

Non solo pressioni esterne e rivali storiche. L'ex dg bianconero punta il dito contro i vertici del 2006: "La nostra caduta fece comodo a una parte del club"

25 Giugno 2026, 23:55

26 Giugno 2026, 00:00

Il nemico in casa: l'ombra di un complotto societario dietro la caduta di Moggi (che riscrive Calciopoli)

Luciano Moggi rilegge, a vent’anni di distanza, la tempesta che ha travolto il calcio italiano, la sua figura pubblica e la storia della Juventus. In una lunga intervista concessa al Quotidiano Sportivo l’ex direttore generale bianconero espone una tesi senza sfumature: nell’inchiesta del 2006 non vi sarebbe traccia di reati imputabili alla società.

Accanto alle consuete invettive contro le rivali storiche e contro l’uso - a suo dire - parziale delle intercettazioni, emerge però un’accusa più insidiosa: l’idea che quell’indagine sia risultata oltremodo conveniente a una parte della stessa dirigenza juventina.

Secondo la sua ricostruzione, l’obiettivo del presunto “fuoco amico” sarebbe stato smantellare il potere della famigerata “Triade”, il blocco decisionale che lo vedeva al fianco di Antonio Giraudo e Roberto Bettega.

Il colpo di grazia, a dire dell'ex dg, non sarebbe arrivato soltanto dalle aule della giustizia sportiva, ma da un rapido e calcolato rimescolamento degli equilibri interni al club. Una rivoluzione silenziosa innescata da due lutti che hanno segnato la storia bianconera: la morte di Gianni Agnelli nel 2003 e quella di Umberto Agnelli nel 2004.

Venuta meno la protezione storica della famiglia fondatrice, la nuova governance si sarebbe mostrata molto meno incline a difendere la vecchia classe dirigente nel momento dell’esplosione dello scandalo.

È un nodo politicamente cruciale, che tocca una ferita ancora aperta nella memoria dei tifosi juventini: la decisione, nell’estate rovente del 2006, di non spingere fino in fondo sui contrattacchi legali. Con il sistema calcistico sospeso e la necessità di definire rapidamente organici e calendari per campionati e competizioni internazionali, i vertici bianconeri avrebbero scelto di non forzare la mano. Nella lettura di Moggi, quella linea morbida fu determinante nell’indebolire la strategia difensiva, trasformando la Juventus nel bersaglio ideale e nel simbolo della sanzione più severa dell’era moderna del calcio italiano.

Mentre la FIGC comminava l’esclusione dalla Serie A, la retrocessione in B con 9 punti di penalità e la revoca dei titoli, assegnando a tavolino lo scudetto 2005-2006 all’Inter, l’ex dg sostiene che dall’interno si sia scelta la via della resa.

Un sacrificio funzionale, secondo la sua opinione, ad azzerare tutto e a inaugurare una nuova fase senza l’ingombrante presenza della Triade. Moggi insiste inoltre sul fatto che la giustizia avrebbe “scelto l’indagato prima ancora di cercarlo”, denunciando come le presunte pressioni arbitrali di altre società siano state ignorate o minimizzate.

Persino l’uso delle famose “schede svizzere”, afferma, rispondeva a esigenze di tutela aziendale, non alla volontà di costruire una rete clandestina per alterare gli esiti delle partite. Questa narrazione però si scontra con le numerose e univoche pronunce dei tribunali. La giustizia ordinaria, pur dichiarando prescritti nel 2015 i reati contestati a Moggi e Giraudo, ha depositato in Cassazione motivazioni durissime: i giudici supremi hanno descritto Moggi non come vittima di trame di palazzo, ma come il “promotore” e “l’ideatore” di un sistema illecito volto a condizionare gli incontri “in favore della società di appartenenza”. A questo si aggiunge la radiazione definitiva dal mondo del calcio decisa dalla FIGC nel 2011, che lo ha reso incompatibile con l’ordinamento sportivo.

Il paradosso più doloroso di Calciopoli, a due decenni di distanza, sta proprio in questa irriducibile dicotomia. Da una parte, una verità processuale che racconta un sistema malato con un preciso baricentro di potere fondato sull’illecito; dall’altra, le parole al Quotidiano Sportivo che alimentano il sospetto di un’epurazione interna mascherata da inchiesta.