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STORICO

Il «gigante addormentato» si è svegliato. L'Africa riscrive la storia: nove nazionali su dieci agli ottavi del Mondiale 2026.

Solo la Tunisia è già uscita di scena. L'ex ct aveva previsto la vittoria di una nazionale africana in questo secolo e in Qatar il Marocco è arrivato fino alla semifinale. Il continente che non smette più di sognare

28 Giugno 2026, 10:37

10:40

Il «gigante addormentato» si è svegliato. L'Africa riscrive la storia: nove nazionali su dieci agli ottavi del Mondiale 2026.

C'è un momento in cui il calcio smette di essere soltanto un gioco e diventa il riflesso di un continente intero. Quel momento, per l'Africa, è arrivato in questo Mondiale. Nove nazionali su dieci hanno conquistato i sedicesimi di finale, un risultato mai raggiunto prima, che racconta molto più di una semplice statistica: narra decenni di sacrifici, di talento spesso sottovalutato e di una crescita che oggi il mondo non può più ignorare. Ripetiamo, non è soltanto un dato statistico: è un terremoto calcistico, culturale e sociale destinato a cambiare per sempre la geografia del pallone. Per decenni il calcio africano è stato definito «il gigante addormentato». Un continente capace di produrre talenti straordinari, ma incapace di trasformare il proprio potenziale in continuità. Oggi quel gigante si è finalmente svegliato. E il mondo intero è costretto ad ascoltarne il ruggito. Oggi le squadre africane non sorprendono più: convincono. Giocano con personalità, organizzazione e identità, dimostrando che il futuro del calcio passa anche da Casablanca, Dakar, Il Cairo, Abidjan e Città del Capo.

Il simbolo di questa rivoluzione resta il Marocco. Dopo la storica semifinale conquistata nel 2022, i Leoni dell'Atlante hanno trasformato un'impresa in una nuova normalità. La loro forza non è soltanto tecnica: è culturale. Ogni vittoria diventa la festa di un popolo che unisce Africa, Mediterraneo e mondo arabo sotto un'unica bandiera. E quando l'inno marocchino risuona negli stadi americani, sembra riecheggiare in tutto il continente.

Poi c'è il Senegal, che continua a rappresentare una delle realtà più solide del calcio africano. La generazione che ha raccolto l'eredità degli eroi del 2002 non si accontenta più di stupire. Vuole vincere, con la serenità di chi sa ormai appartenere all'élite mondiale.

L'Egitto vive invece sulle spalle di una passione infinita. Ogni partita è un evento nazionale e vedere i Faraoni protagonisti significa riportare il Paese ai fasti di una tradizione calcistica che attraversa generazioni. Lo stesso vale per la Costa d'Avorio, dove il ricordo di Drogba continua a ispirare giovani che oggi scrivono nuove pagine di storia.

Tra le favole più belle c'è quella di Capo Verde. Un arcipelago di poco più di mezzo milione di abitanti capace di sedersi al tavolo delle grandi potenze calcistiche. È la dimostrazione che nel calcio moderno non contano soltanto la popolazione o il peso economico, ma la qualità del progetto, il senso di appartenenza e la capacità di trasformare ogni limite in energia. Un sogno che continuerà con la sfida ai campioni in carica dell'Argentina di Messi.

Anche il Sudafrica torna finalmente protagonista. A distanza di sedici anni dal Mondiale organizzato in casa, i Bafana Bafana ritrovano il palcoscenico internazionale, regalando una nuova generazione di sogni a un Paese che nel calcio continua a vedere uno straordinario strumento di unità. L'Algeria conferma il proprio talento tecnico, mentre il Ghana rinnova la tradizione delle Black Stars, una nazionale che ha sempre saputo regalare emozioni nelle grandi competizioni. E poi c'è la Repubblica Democratica del Congo, che ha conquistato la qualificazione attraverso gli spareggi intercontinentali e ha ottenuto la sua prima storica qualificazione alla fase ad eliminazione diretta, aggiungendo un'altra bandiera africana alla grande festa mondiale.

C'è un'altra curiosità che racconta perfettamente il nuovo calcio africano. Molti protagonisti di queste nazionali sono figli della diaspora. Sono cresciuti tra Francia, Belgio, Spagna, Italia, Inghilterra e Paesi Bassi, ma hanno scelto di indossare la maglia delle proprie radici. Non è una scelta soltanto sportiva. È una dichiarazione d'amore verso la propria storia familiare. Due culture che si incontrano, due identità che si completano, un solo cuore che batte quando risuona l'inno nazionale.

Anche il modo di giocare è cambiato. Se un tempo si parlava soprattutto di atletismo e talento individuale, oggi le nazionali africane sono tatticamente mature, organizzate, moderne. Gli allenatori lavorano in perfetta sintonia con federazioni sempre più strutturate, mentre i giovani crescono nei migliori settori giovanili europei senza perdere il legame con la propria terra. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nove squadre agli ottavi non sono una coincidenza. Sono il frutto di una trasformazione iniziata molti anni fa e arrivata finalmente a maturazione. E allora viene spontaneo tornare indietro nel tempo.

Molti anni fa Arrigo Sacchi pronunciò una frase destinata a rimanere nella memoria degli appassionati: «La prima nazione africana che vincerà il Mondiale aprirà un ciclo. Per come stanno crescendo, arriverà il giorno in cui una squadra africana conquisterà la Coppa del Mondo.» Per tanto tempo quella previsione è sembrata romantica, quasi visionaria. Oggi, osservando questo Mondiale, appare invece incredibilmente concreta. Perché il divario con le grandi potenze europee e sudamericane si sta riducendo come mai era accaduto prima. Perché l'Africa non produce più soltanto fuoriclasse, ma squadre complete. Perché la mentalità vincente ha sostituito il complesso d'inferiorità.

Ma la vera immagine destinata a rimanere nella memoria non è un gol o una parata. Sono i volti dei tifosi. Bambini con il volto dipinto, famiglie riunite davanti ai maxi schermi, intere città esplose in un unico abbraccio dopo il fischio finale. Dal Maghreb all'Africa australe, passando per l'Africa occidentale e centrale, milioni di persone hanno festeggiato come se quei novanta minuti rappresentassero una rivincita collettiva. Forse è proprio questo il significato più profondo di questo Mondiale. L'Africa non chiede più di essere invitata al tavolo delle grandi. Ci si è seduta con pieno merito. Nove squadre su dieci agli ottavi non sono un episodio fortunato, ma il manifesto di un continente che ha imparato a credere nelle proprie possibilità e che, oggi più che mai, sogna di vedere una bandiera africana arrivare fino in fondo alla competizione più prestigiosa del pianeta. Perché il futuro del calcio mondiale parla sempre più anche con l'accento dell'Africa. L'Africa non è più la sorpresa del Mondiale. È una delle protagoniste.