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L'INTERVISTA

Bianco, dal trionfo con il Catania al miracolo Monza: «Il lavoro conta, ma il rapporto umano vale di più»

L'ex difensore rossazzurro ed ex tecnico di Siracusa e Sicula Leonzio si racconta: De Zerbi, Allegri, Angelozzi e il ricordo indelebile del Catania di Pulvirenti e Lo Monaco.

29 Giugno 2026, 06:55

07:00

Bianco, dal trionfo con il Catania al miracolo Monza: «Il lavoro conta, ma il rapporto umano vale di più»

La gavetta vissuta prediligendo l’aspetto umano, le emozioni incamerate al di là dei risultati. Così, anche così, Paolo Bianco ha riportato in Serie A il Monza nella stagione più difficile, quella post retrocessione caratterizzata dal cambio epocale all’interno del club per il disimpegno di Adriano Galliani.

L’ex difensore del Catania, ex allenatore di Siracusa e Sicula Leonzio – sentito in esclusiva dal nostro giornale – ha messo ancora una volta davanti la componente umana alla tattica: «Mi piace superare gli ostacoli arrivando al traguardo attraverso il percorso più tortuoso. Mia moglie ironizzando, ma mica tanto, dice che le difficoltà me le chiamo. Poi però la soddisfazione diventa doppia e io un istante penso dopo al prossimo traguardo da centrare».

Dal Monza promosso in A, al Pisa – sarà presentato dal club cadetto a giorni – il passo è stato breve.

«La traiettoria vissuta da calciatore, partendo dalla promozione in A ottenuta a Catania, si ripete anche ora che alleno. Ma quello che mi ricordo sono i percorsi più delle promozioni. Ricordo il rapporto con la gente».

A Monza ha costruito un altro miracolo dopo la salvezza conquistata a Frosinone.

«In Brianza hanno capito la persona oltre che il tecnico e ciò mi lusinga. Tutti hanno remato verso la stessa parte: tifosi, giornalisti, ambiente».

Torniamo alla vittoria col Catania ottenuta da giocatore. Cosa le ha lasciato a distanza di vent’anni?

«Tante emozioni. Andavano in campo un’ora e mezza prima per giocare, lo stadio era tutto pieno. L’ultima gara contro l’Albinoleffe la sintetizzo personalmente con quella palla che lancio in area cercando di farla impennare più possibile per riuscire a guadagnare gli spogliatoi».

C’è riuscito?

«No, sono stato braccato piacevolmente dai tifosi».

In che modo ha festeggiato?

«Sono tornato a casa e ho acceso la tv per gustarmi la festa con i parenti e la mia futura moglie».

Insolito.

«Sono fatto così».

Cosa le ha lasciato quell’esperienza in chiave professionale?

«Pasquale Marino aveva una visione diversa 20 anni fa. Era avanti. La costruzione a tre era nel suo dna e gli piaceva creare tenendo palla».

Ha cominciato la carriera da “primo” a Siracusa e a Lentini.

«Non conoscevo nessuno degli staff, abbiamo lavorato bene. A Siracusa avremmo meritato i play off ma arrivarono 10 punti di penalità che hanno rovinato quel che di buono avevamo creato. Quelle difficoltà alla fine temprano i professionisti e soprattutto le persone».

L’anno dopo è rimasto in zona.

«La Sicula mi ha permesso di rimanere in Sicilia perché amo la vostra isola e alla mia famiglia faceva bene vivere lì. Mi sono dimesso dopo 4 mesi, ma col direttore Mignemi e il patron Leonardi il rapporto è rimasto bellissimo. Ci sentiamo spesso».

De Zerbi la chiamò nel suo staff. Prima Sassuolo poi Shahktar.

«Pensavo di vivere l’esperienza solo per un anno, ma sono rimasto di più al suo fianco. Siamo amici da 20 anni, abbiamo giocato insieme, da lui ho imparato tanto. Roberto ha un bagaglio diverso da tanti altri. Infatti ha dimostrato tanto in Europa ed è uno dei tecnici più apprezzati a livello mondiale. Sono sicuro che al Tottenham farà bene».

Allegri l’ha voluta nello staff della Juve.

«Mi sono trovato benissimo in un ambiente professionale. Con Allegri ho legato parecchio, gli voglio un bene dell’anima, è un grande organizzatore».

Poi le circostanze l’hanno portata a scegliere Modena in B, quindi Frosinone e appunto il Monza.

«A volte bisogna seguire i segnali del destino. A Modena sono andato via prima restando a casa a lungo accanto ai miei genitori prima di perderli tutti e due. Da uomo questa coincidenza mi ha fatto pensare che, sì, il lavoro serve, ma il rapporto umano vale di più».

A Frosinone ha salvato la squadra miracolosamente.

«Con un catanese doc come il direttore Angelozzi. Avere al fianco un dirigente così illuminato è un vantaggio enorme. Parlavamo spesso di Catania. Sta coronando il sogno di avere una casa sul mare di Acitrezza».

E allora, Bianco, chiudiamo con Catania e con il Catania.

«Permettetemi di citare “Arazio”. Russo lo chiamavamo tutti così. Ci ha trasmesso i valori della vera catanesità specie quando facevamo allenamenti fiume anche oltre il consentito. Ma ci piaceva restare sempre insieme. Abbiamo vinto un campionato così. E mi resta l’immagine di Russo che abbraccia il presidente Pulvirenti, un filmato che mi commuove ogni volta lo guardo. Così come il proverbio di Lo Monaco, direttore di grande impatto: “Quando hai un problema non ti preoccupare, occupatene”. Questo detto fa parte della mia vita».