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CURIOSITÀ

Dal caso Bielsa ad Anelka: quando gli spogliatoi si ribellano e cambiano le sorti di un Mondiale

Cambiano protagonisti, contesti e motivazioni, ma il filo conduttore resta lo stesso: quando il rapporto di fiducia tra allenatore e squadra si rompe, spesso le conseguenze vanno ben oltre il risultato sul campo

29 Giugno 2026, 09:43

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Dal caso Bielsa ad Anelka: quando gli spogliatoi si ribellano e cambiano le sorti di un Mondiale

Il calcio vive di tattica, tecnica e talento, ma spesso a cambiare il destino di una squadra sono le tensioni interne. Gli ammutinamenti negli spogliatoi accompagnano la storia delle nazionali da oltre un secolo e raccontano un lato meno visibile dei grandi tornei: quello dei rapporti incrinati tra allenatori, federazioni e giocatori.

L'ultimo episodio riguarda l'Uruguay guidato da Marcelo Bielsa. Alla vigilia della sfida decisiva del Mondiale, alcuni leader della Celeste avrebbero contestato il metodo del commissario tecnico, chiedendo allenamenti meno pesanti, modifiche tattiche e una gestione diversa della squadra. Bielsa avrebbe respinto ogni richiesta, alimentando una frattura culminata nell'eliminazione e in un acceso dopo partita. Per il tecnico argentino non si tratta di una novità. Già nel Mondiale del 2002, alla guida dell'Argentina, il gruppo aveva vissuto tensioni legate alle scelte offensive, con la convivenza tra Gabriel Batistuta ed Hernán Crespo diventata motivo di divisione. Anni dopo lo stesso Bielsa riconobbe di aver commesso errori nella gestione di quella situazione. L'Argentina, del resto, conosce bene questo tipo di crisi. In Russia 2018 il rapporto tra Jorge Sampaoli e lo spogliatoio si deteriorò  rapidamente dopo la pesante sconfitta contro la Croazia. I giocatori più esperti presero di fatto il controllo delle decisioni tecniche, influenzando la formazione nelle partite successive. La qualificazione agli ottavi arrivò grazie a un successo sofferto contro la Nigeria, ma il clima restò compromesso fino all'eliminazione contro la Francia e al successivo esonero del commissario tecnico.

Tra gli episodi più celebri resta però quello della Francia nel 2010. Durante il Mondiale sudafricano Nicolas Anelka insultò il ct Raymond Domenech nell'intervallo della gara contro il Messico. L'episodio, pubblicato dalla stampa francese, portò all'espulsione dell'attaccante dal ritiro. La squadra reagì schierandosi dalla sua parte, arrivando perfino a sospendere gli allenamenti in segno di protesta. Lo scontro interno, aggravato dalle tensioni tra Patrice Evra e alcuni membri dello staff, contribuì a una delle peggiori campagne mondiali della storia dei Bleus, eliminati già nella fase a gironi.

Un altro caso rimasto nella memoria collettiva è il cosiddetto «Incidente di Saipan». Nel 2002 Roy Keane entrò in rotta di collisione con il ct dell'Irlanda Mick McCarthy criticando pubblicamente le condizioni del ritiro e l'organizzazione della spedizione. Il duro confronto davanti alla squadra si concluse con l'esclusione del capitano dal Mondiale, mentre in patria si aprì un acceso dibattito che divise tifosi, media e istituzioni.

Non tutti gli ammutinamenti, però, nascono da divergenze tecniche. In diversi casi il motivo principale è stato economico. Il Camerun, nel 2014, minacciò di non partire per il Brasile finché non fossero stati garantiti i premi qualificazione. Alla fine la federazione trovò un accordo grazie all'intervento del governo.

Ancora più complessa fu la situazione del Togo nel 2006. I giocatori, guidati da Emmanuel Adebayor, entrarono in conflitto con la federazione per bonus e compensi, arrivando a disertare allenamenti e attività ufficiali. L'allenatore Otto Pfister si dimise pochi giorni prima dell'esordio, salvo poi tornare sui propri passi quando la controversia economica venne risolta.

Anche la Russia, nel 1994 negli States, arrivò al Mondiale dopo mesi di tensioni. Diversi calciatori contestarono la federazione per questioni contrattuali e per la gestione tecnica della nazionale. Alcuni ritirarono la protesta e partirono comunque per gli Stati Uniti, tra loro Oleg Salenko, destinato a diventare il capocannoniere del torneo grazie ai suoi sei gol.

Le ribellioni nello spogliatoio, tuttavia, non appartengono solo al calcio moderno. Già alle Olimpiadi di Parigi del 1924 la nazionale ungherese protestò contro le condizioni imposte dalla federazione, denunciando la scarsa qualità igienica dell'alloggio riservato ai giocatori. Quel torneo, iniziato con grandi aspettative, si concluse con una clamorosa eliminazione contro l'Egitto.

Ogni generazione ha avuto il proprio caso simbolo. Cambiano protagonisti, contesti e motivazioni, ma il filo conduttore resta lo stesso: quando il rapporto di fiducia tra allenatore e squadra si rompe, spesso le conseguenze vanno ben oltre il risultato sul campo. Perché, in un Mondiale, le tensioni interne possono trasformarsi rapidamente da semplice dissenso a crisi irreversibile.