Calcio romantico
Livorno, il ritorno dei fratelli Lucarelli. Il club si aggrappa a loro per riaccendere il futuro
Dalla ferita ancora aperta per Igor Protti a un progetto che parla di identità, competenza e appartenenza: perché la scelta di Cristiano e Alessandro Lucarelli può segnare una svolta vera per il club amaranto
Il silenzio di piazzale Montello, davanti allo stadio Armando Picchi, nelle settimane successive alla morte di Igor Protti il 19 giugno 2026, è stato qualcosa di più di un lutto sportivo. A Livorno si è fermato un pezzo di memoria collettiva, una lingua comune fatta di gol, appartenenza e riconoscimento reciproco tra squadra e città. È dentro questo vuoto emotivo, profondissimo, che prende forma la scelta più delicata e simbolica dell’estate amaranto: affidare la ricostruzione tecnica e sportiva ai fratelli Lucarelli, con Cristiano destinato alla panchina e Alessandro pronto a entrare nell’area sportiva come direttore sportivo, mentre Alessandro Doga dovrebbe mantenere un ruolo centrale come direttore tecnico. Non è ancora soltanto una questione di nomi: è un’operazione identitaria, quasi culturale.
L’accordo tra il presidente Joel Esciua e Cristiano Lucarelli è stato raggiunto, ma l’ultimo passaggio formale resta la rescissione del contratto che lega ancora il tecnico alla Pistoiese. Poi l'ex allenatore del Catania sarà la nuova guida del Livorno.
Cristiano Lucarelli, più di un ritorno: una scommessa su carattere, conoscenza e legame con la piazza
Visto da lontano, il nome di Cristiano Lucarelli accanto al Livorno può perfino sembrare naturale, quasi inevitabile. Visto da vicino, invece, è un ritorno carico di significati e anche di rischio. Perché Cristiano non è un allenatore qualsiasi in cerca di rilancio, ma il volto calcistico più profondamente associato all’identità amaranto degli ultimi decenni, Hall of Fame del club compresa. Proprio per questo, ogni suo rientro a casa porta con sé aspettative fuori scala. Da calciatore, Cristiano Lucarelli è stato molto più di un centravanti: è stato un simbolo popolare, un interprete assoluto del linguaggio livornese trasferito in campo. Da allenatore, però, il rapporto con il Livorno è stato fin qui più tormentato che celebrativo. La sua precedente esperienza in panchina, in Serie B nel 2018, finì presto e male, in un contesto societario complicato, con l’esonero arrivato a novembre e il club ultimo in classifica con 5 punti in 10 partite. È una ferita tecnica che il tempo non ha cancellato del tutto e che rende questo nuovo capitolo più complesso della semplice retorica del “ritorno a casa”. Ma ridurre Cristiano a quella parentesi sarebbe un errore. La sua carriera da allenatore ha prodotto anche risultati importanti, il più clamoroso dei quali resta la cavalcata con la Ternana nel 2020-21: promozione in Serie B, 90 punti, 28 vittorie, appena 2 sconfitte e 95 gol segnati nel girone di Serie C, numeri che la Lega Pro certifica e che raccontano un’idea di calcio precisa, dominante, aggressiva, riconoscibile. È quel curriculum, più ancora della nostalgia, ad aver convinto il Livorno a tornare su di lui.
Anche l’esperienza più recente aiuta a leggere la mossa. La Pistoiese lo aveva annunciato come nuovo allenatore alla fine del 2025, affidandogli una squadra di Serie D e un progetto ambizioso. Il fatto che, a pochi mesi di distanza, il Livorno sia pronto a riportarlo in amaranto dice due cose: la prima è che il suo nome continua ad avere un peso enorme in Toscana; la seconda è che il club vuole una figura capace di reggere pressione, aspettative e rapporto quotidiano con una piazza che chiede molto e perdona poco.
Il precedente con Esciua e il valore politico della scelta
C’è poi un aspetto meno romantico e più politico, nel senso calcistico del termine. Le ricostruzioni di queste ore ricordano come tra Cristiano Lucarelli e il presidente Joel Esciua non sia sempre corso buon sangue. Proprio per questo, il riavvicinamento pesa doppiamente: non è soltanto la scelta di un allenatore, ma il segnale di una tregua necessaria tra proprietà, simboli storici e parte più sensibile dell’ambiente. In una piazza dove il consenso non si compra con gli slogan, ricucire diventa quasi importante quanto scegliere bene. Esciua, arrivato alla guida del club nel 2023, aveva promesso di riportare il Livorno in alto. Il primo passo concreto è stato il ritorno tra i professionisti: il 6 aprile 2025 gli amaranto hanno conquistato la promozione in Serie C con quattro giornate d’anticipo, chiudendo una lunga rincorsa ricominciata dai dilettanti. Da lì in avanti, però, il problema è cambiato: non più soltanto salire, ma consolidarsi. E per consolidarsi, a Livorno, non bastano competenze astratte; servono figure che sappiano leggere la piazza dall’interno.
Alessandro Lucarelli, il dirigente che parte dalla credibilità
Se il ritorno di Cristiano accende subito il lato emotivo della vicenda, l’arrivo di Alessandro Lucarelli è forse il tassello più interessante sul piano strutturale. Perché qui non si parla di una semplice ex bandiera chiamata a fare presenza, ma di un ex capitano che negli anni successivi al ritiro ha già lavorato dentro un club di alto profilo come il Parma, passando dal ruolo di club manager a incarichi dirigenziali più specifici, fino alla responsabilità dell’Area Prestiti. Inoltre, il suo nome compare nell’elenco aggiornato dei direttori sportivi pubblicato dalla FIGC al 27 maggio 2026, dettaglio che rafforza la credibilità tecnica del suo possibile nuovo incarico. È vero: per Alessandro si tratterebbe della prima esperienza da direttore sportivo in senso pieno. Ma sarebbe sbagliato raccontarla come un salto nel buio. A Parma ha vissuto dall’interno un caso quasi unico nel calcio italiano recente: la risalita dalla Serie D alla Serie A in appena tre stagioni, da capitano prima e da uomo-club poi. Il Parma Calcio 1913 lo ricorda come il recordman di presenze in campionato nella storia crociata, con 333 gare, e come uno dei protagonisti dell’impresa dalla quarta serie alla massima categoria. Quella traiettoria, al netto dei ruoli diversi, gli ha dato familiarità con processi di ricostruzione, sostenibilità e scelta degli uomini, cioè esattamente ciò che oggi serve al Livorno. In più, c’è un elemento che a Livorno non passerà inosservato: Alessandro Lucarelli è sì icona del Parma, ma è anche un livornese, nato in città il 22 luglio 1977, e ha già vestito la maglia amaranto nella stagione 2004-05. Non porta soltanto un cognome pesante: porta la conoscenza diretta di due mondi, quello passionale di Livorno e quello organizzato di una società come il Parma. In un club che deve trovare equilibrio tra ambizione e sostenibilità, può essere il profilo giusto per tradurre il sentimento in metodo.
Perché questa scelta racconta il momento del Livorno
C’è un motivo per cui la soluzione Lucarelli pesa più di un normale avvicendamento. Il Livorno viene da anni in cui ha dovuto prima sopravvivere, poi risalire, poi ridefinirsi. Oggi non è ancora un club stabilizzato, ma non è più nemmeno una nobile decaduta in cerca di memoria. È una società che deve scegliere che cosa diventare. E scegliere i fratelli Lucarelli significa rispondere in modo molto netto: vogliamo costruire partendo da ciò che siamo stati, ma provando a dargli una forma più moderna. Naturalmente il campo dirà il resto. Dirà se il ritorno di Cristiano sarà davvero la seconda occasione giusta, dopo quella incompiuta del 2018. Dirà se Alessandro saprà trasformare l’apprendistato dirigenziale a Parma in leadership operativa. Dirà se Esciua avrà trovato finalmente la combinazione capace di mettere d’accordo risultati, competenza e senso di appartenenza. Ma già oggi, prima ancora dei primi allenamenti e dei primi colpi di mercato, una cosa appare evidente: il Livorno ha deciso di rimettere in mano la propria immagine a due uomini che, per storia e peso simbolico, non potranno mai essere semplici dipendenti del club. Ed è proprio questo il punto più interessante. In un calcio sempre più standardizzato, dove le identità si assomigliano e i linguaggi si appiattiscono, Livorno prova a distinguersi tornando alle proprie radici senza dichiararlo come un rifugio nostalgico. Se funzionerà, non sarà perché i Lucarelli conoscono già il profumo del mare o la temperatura del Picchi. Funzionerà soltanto se riusciranno a fare ciò che ai club feriti riesce più difficile: trasformare la memoria in competenza e l’appartenenza in progetto. Ma, per una città che nel calcio cerca ancora se stessa, era difficile immaginare un inizio più carico di significato.