VERSO LA FINALE
Dallo scetticismo alla consacrazione: de la Fuente, il tecnico filosofo che sta facendo sognare la Spagna
Con il successo sulla Francia, la sua Roja ha eguagliato il record dell'Italia di Mancini di 37 partite consecutive senza sconfitte. Nei 14 match disputati tra Europei del 2024 e Mondiali 2026 la nazionale spagnola ha realizzato 30 reti, subendone solo sei
Quattro anni fa, quando Luis Enrique lasciò la nazionale dopo i Mondiali in Qatar, furono in tanti a storcere il naso. La Federazione spagnola aveva infatti scelto Luis de la Fuente come ct. Troppo poco il prestigio, secondo il sentire comune: una soluzione considerata "interna" e senza prospettive. L'allenatore che ha portato la Roja in finale - battendo la favorita Francia - spicca proprio per essere stato in disparte, almeno fino ad ora: un uomo discreto, poco avvezzo ai media ma capace di esprimere pensieri profondi e concreti.
L'allenatore, meno blasonato rispetto ad alcuni dei suoi colleghi, ha confessato in passato di avere una passione per gli allenamenti di Marcelo Bielsa. Dopo tutta la trafila nelle giovanili - vinse gli europei con l'under 19 nel 2015 e con l'under 21 nel 2021 - la nazionale spagnola sogna e lo fa con un'organizzazione della squadra basata sulle sue parole preferite e più volte ripetute nelle conferenze stampa: gruppo e famiglia. Il ct spagnolo si è inoltre distinto per alcune citazioni inaspettate, come quella del libro "Colloqui con sé stesso" di Marco Aurelio. Una serie di scritti autobiografici dell'imperatore romano che a quanto pare sono serviti da ispirazione per il ct, in grado di gestire e valorizzare una rosa piena di talenti ma dove a prevalere è soprattutto la dimensione del "noi". Per l'imperatore filosofo la temperanza è una virtù imprescindibile: e la Spagna stoica vista in questo mondiale ne segue le orme. Anche dopo il capolavoro contro i Bleus, mentre nello spogliatoio esplodeva la gioia di giocatori e staff, de la Fuente è rimasto con i piedi per terra, parlando "di un passo in più ancora da fare". "Ora è difficile descrivere ciò che proviamo, ma deve essere simile alla felicità e all'orgoglio di dirigere professionisti come questi. - ha aggiunto il tecnico, 65 anni compiuti in piena kermesse iridata - Quando abbiamo iniziato quasi quattro anni fa con un'idea, siamo rimasti fedeli a quell'idea e ci ha portato qui".
A dire il vero, anche il debutto ai Mondiali in America aveva destato un po' di preoccupazione in Spagna: 0-0 contro la debuttante Capo Verde, poi una cavalcata trionfale, con avversari temibili sulla carta come Austria, Portogallo, Belgio e lo stesso Uruguay ai gironi. In totale, nelle 14 partite disputate tra Europei del 2024 e Mondiali del 2026 la Spagna di de la Fuente ha realizzato 30 gol, subendone solo sei. Una vera e propria corazzata che si poggia sulle qualità dei singoli, ma che mette in evidenza un aspetto importante: due anni fa, in Germania, furono in dieci ad andare a segno, mentre in questa edizione del Mondiale in sette, cinque le reti dell'underdog Oyarzabal.
Il gruppo prima di tutto e de la Fuente lo ha ribadito ancora una volta prima della semifinale, quando la sua volontà di escludere Pedri dall'undici titolare aveva suscitato più di una perplessità. "E' un fenomeno. - ha affermato - Ma la Spagna non deve dipendere da un solo giocatore". Nessuno, insomma, deve sentirsi più importante della squadra.