la sentenza della CGUE
Dalla Juve a tutto lo sport italiano: le conseguenze pratiche del verdetto Ue
Anche le inibizioni estese a livello mondiale dalla Fifa dovranno superare la prova del diritto comunitario e statale
Il 16 luglio 2026 segna uno spartiacque nel diritto sportivo: l'assetto calcistico e federale italiano non sarà più lo stesso. La sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) sui ricorsi degli ex vertici della Juventus, Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene, impone una riforma profonda che incrina il dogma dell'autonomia assoluta dell'ordinamento sportivo. Ma che cosa cambia, in concreto, da oggi?
Il mutamento più incisivo riguarda le prerogative del giudice ordinario e amministrativo, come il TAR. Fino a ieri, l'architettura della giustizia sportiva, fondata sulla Legge 280/2003, rendeva l'ordinamento federale pressoché inespugnabile. Una volta esauriti i gradi interni, un dirigente sanzionato poteva rivolgersi al giudice amministrativo quasi soltanto per ottenere un ristoro economico, senza la possibilità di sospendere o cancellare la misura disciplinare. Questo schema è stato dichiarato incompatibile con il diritto dell'Unione. La CGUE ha stabilito che, quando una sanzione sportiva incide sull'attività professionale e sulle libertà economiche, il giudice statale deve poter esercitare un "controllo giurisdizionale pieno ed effettivo". Tradotto: il TAR potrà sospendere in via cautelare le sanzioni e, se ritenute illegittime, annullarle in via definitiva.
Le ricadute sono particolarmente rilevanti per misure afflittive come le inibizioni inflitte ad Agnelli e Arrivabene (24 mesi in appello per il filone plusvalenze; 10 mesi definitivi per Agnelli nel procedimento sulle manovre stipendi). Finora, tali condanne potevano essere estese a livello globale attraverso i meccanismi del Codice disciplinare FIFA, precludendo di fatto a un professionista l'accesso all'intero mercato calcistico mondiale. D'ora in avanti, proprio perché queste inibizioni incidono in modo sostanziale sul diritto al lavoro, non potranno più sottrarsi a un vaglio pieno davanti a un giudice indipendente ed esterno alla federazione.
La pronuncia interviene anche sulla qualità delle norme disciplinari. Nel mirino finisce l'uso eccessivo di clausole generali ed elastiche, come l'articolo 4 del Codice di giustizia sportiva FIGC su lealtà e correttezza. Pur senza dichiararne l'illegittimità in sé, la Corte chiarisce che sanzioni così gravose richiedono regole conoscibili, prevedibili e procedure eque. Sul piano sistemico, la decisione impone un intervento del legislatore. La sentenza non cancella automaticamente le sanzioni pregresse (spetterà al TAR Lazio applicare i principi europei al caso concreto), ma costringe a ripensare la Legge 280/2003. Se le federazioni manterranno un circuito chiuso che esclude il potere di annullamento del giudice statale, lo scontro con l'ordinamento europeo diventerà strutturale. Non è soltanto la coda del caso Juventus: è l'inizio di una fase nuova, nella quale l'autonomia dello sport si arresta là dove iniziano i diritti fondamentali dell'individuo.