CONFRONTO
Simón contro Dibu, la sfida nella sfida: due modi opposti di essere numero uno
Entrambi i portieri arrivano all'appuntamento nel momento migliore. Quello spagnolo ha superato il record di imbattibilità ai Mondiali che apparteneva da trentasei anni a Walter Zenga, mentre quello argentino continua a esaltarsi nelle sfide a eliminazione diretta, quelle in cui la componente mentale pesa quanto quella tecnica
La finale del Mondiale di domenica al MetLife Stadium di New York non metterà di fronte soltanto Spagna e Argentina. Sarà anche il confronto tra due dei migliori portieri del calcio contemporaneo, interpreti di una scuola completamente diversa: Unai Simón da una parte, Damián Emiliano Martínez Romero, per tutti "Dibu", dall'altra. Due caratteri, due storie e due modi di intendere il ruolo che possono risultare decisivi nella partita che assegnerà il titolo iridato.
Unai Simón arriva all'ultimo atto del torneo con un primato destinato a entrare nella storia del calcio. Il numero uno della Spagna ha infatti superato il record di imbattibilità ai Mondiali che apparteneva da trentasei anni a Walter Zenga. L'ex portiere dell'Italia aveva mantenuto inviolata la propria porta per 517 minuti consecutivi durante Italia '90, un primato che sembrava irraggiungibile. Simón lo ha prima superato e poi portato fino a 650 minuti senza subire reti, prima che il Belgio interrompesse la sua straordinaria striscia nei quarti di finale. Un'impresa costruita tra Qatar 2022 e Mondiale 2026, che certifica la crescita del portiere dell'Athletic Bilbao e la solidità della difesa spagnola. Unai Simón, 29 anni, è il simbolo della nuova Spagna. Cresciuto nell'Athletic Bilbao, ha trasformato quello che all'inizio sembrava il suo punto debole – il coraggio nel giocare il pallone anche sotto pressione – in una delle sue qualità migliori. È un portiere moderno, quasi un regista aggiunto. Luis de la Fuente gli chiede di partecipare alla costruzione dell'azione, di mantenere alta la squadra e di trasmettere sicurezza ai difensori. Simón accetta il rischio dell'errore perché sa che il suo calcio parte proprio dai piedi del numero uno. Nel corso della carriera ha conosciuto anche momenti difficili. L'autorete agli Europei del 2021 contro la Croazia sembrava poter segnare la sua crescita, ma il portiere basco reagì con personalità, diventando uno degli uomini decisivi nella successiva qualificazione della Spagna. Da allora la sua maturità è cresciuta costantemente, fino a diventare uno dei leader silenziosi della Roja. In questo Mondiale è stato il primo baluardo della miglior difesa del torneo, contribuendo con parate spettacolari e una continuità di rendimento che ha permesso alla Spagna di arrivare in finale subendo appena una rete in sette partite.
Dall'altra parte c'è il suo opposto. Emiliano Martínez, nato a Mar del Plata nel 1992, ha costruito la propria carriera attraverso una lunga gavetta. Arrivato giovanissimo all'Arsenal, ha trascorso anni tra prestiti e panchine prima di esplodere definitivamente e diventare uno dei migliori interpreti del ruolo. Oggi è molto più di un portiere: è un leader emotivo, un trascinatore, un giocatore capace di entrare nella testa degli avversari. Il soprannome "Dibu" nasce da bambino, quando la sua somiglianza con il protagonista del cartone animato "Mi familia es un dibujo" gli regalò un nomignolo destinato a diventare celebre in tutto il mondo. Ma è con la maglia dell'Argentina che Martínez ha costruito la propria leggenda. La Copa América, il Mondiale del 2022 e le infinite serie di rigori lo hanno trasformato in un simbolo dell'Albiceleste. Nei penalty è probabilmente il miglior specialista della sua generazione: studia gli avversari, parla continuamente, rallenta i tempi, provoca, cerca ogni dettaglio utile per spostare la pressione sull'attaccante.
Se Simón comunica tranquillità, Martínez vive invece di adrenalina. Le sue esultanze, le provocazioni e il linguaggio del corpo fanno parte di una precisa strategia psicologica. È un portiere che ama occupare la scena e spesso riesce a cambiare l'inerzia di una partita ancora prima che il pallone venga calciato. Non tutti apprezzano il suo stile, ma nessuno può metterne in discussione l'efficacia.
La finale rappresenta anche lo scontro tra due filosofie calcistiche. La Spagna punta sul controllo del gioco, sul possesso e sull'organizzazione collettiva. L'Argentina alterna qualità tecnica e spirito competitivo, affidandosi nei momenti più delicati anche all'esperienza dei suoi leader. In questo contesto, i due portieri assumono un'importanza ancora maggiore: Simón come primo costruttore della manovra, Martínez come ultimo baluardo e uomo delle grandi occasioni.
Entrambi arrivano all'appuntamento nel momento migliore. Simón ha confermato di essere uno dei portieri più affidabili del panorama europeo, mentre Dibu continua a esaltarsi nelle sfide a eliminazione diretta, quelle in cui la componente mentale pesa quanto quella tecnica.
Domenica sera, sotto i riflettori di New York, uno dei due alzerà la Coppa del Mondo. Forse sarà una parata all'incrocio dei pali, forse un' uscita coraggiosa o magari l'ennesima serie di rigori a decidere tutto. In ogni caso, la finale passerà inevitabilmente anche dai loro guanti: quelli eleganti e misurati di Unai Simón e quelli teatrali, provocatori e spesso decisivi di Emiliano "Dibu" Martínez. Perché le grandi finali appartengono agli attaccanti che segnano, ma spesso vengono ricordate soprattutto per i portieri che impediscono agli altri di farlo.