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L'intervista

Ciccio Sotera: crisi del calcio italiano, dai vivai alla governance. E la Sicilia paga il conto

Crisi sistemica del calcio italiano, lo sottolinea lo scouting dell'Inter, catanese doc, intervenuto durante un convegno del Panathlon Club International a Siracusa.

20 Luglio 2026, 10:05

10:10

Ciccio Sotera

«La crisi del calcio italiano non è un fatto di singole sconfitte: è un problema sistemico che parte dai vivai e arriva fino alla governance». Lo afferma Francesco “Ciccio” Sotera, figura nota nel calcio giovanile siciliano e nazionale, scouting internazionale dell'Inter da 12 anni (e in passato anche a Parma e Udine), catanese ed ex direttore sportivo a Paternò, ospite a Siracusa per l'incontro organizzato dal Panathlon Club International Siracusa sulla crisi del calcio italiano con le ricadute sull'ennesima mancata partecipazione ai mondiali della Nazionale italiana e sulle difficoltà del movimento di casa nostra nel tornare a essere competitivo.

Che cosa non ha funzionato nella Nazionale maggiore?

«Non è solo colpa degli allenatori o di una partita sbagliata. Ci sono lacune nel ciclo formativo, nel raccordo tra settore giovanile e prima squadra, e un sistema di scouting che premia spesso l'immediato sulla programmazione. La categoria dirigente e la governance federale devono farsi carico di riforme concrete».

Lei, che ha visto lavorare molti tecnici e scout di livello anche ai vertici dell'Inter, ha sollevato una critica netta riguardo al Calcio Catania. Può spiegare?

«Rimango basito dal fatto che negli ultimi anni un allenatore come Pasquale Marino non trovi collocazione sia a livello nazionale, sia nella propria terra, e in questa caso a Catania dove lui è legato in maniera viscerale, non è mai stato chiamato e non gli è stato mai offerto un progetto. Pasquale è un vero maestro. E paga sicuramente la sua non appartenenza al sistema, dove lui è stato sempre restio tanto al rispetto che ha nei propri colleghi, quanto nel proporsi. Lo definisco una “mosca bianca”. Non è una critica solo all'indirizzo dei dirigenti del Catania, ma a tutti coloro i quali hanno responsabilità dell'area tecnica: io mi posso permettere di dire ciò, in quanto ho visto lavorare allenatori come Nils Liedholm, un vero maestro dal grande carisma nella mia breve esperienza alla Roma; dopo da dirigente ho lavorato con Colomba, Donadoni, Roberto Mancini, Pioli, Spalletti e adesso Chivu».

Perché, secondo lei, capita che tecnici preparati non trovino spazio in Sicilia?

«Spesso manca una visione di lungo periodo. Si privilegiano scelte emotive o soluzioni lampo. Le società, specie al Sud, sono spesso sotto pressione economica e politica, e questo comporta decisioni che penalizzano la costruzione. Serve più coraggio nel programmare e una governance che protegga i progetti tecnici dai cicli politici e dalle emergenze finanziarie».

Tornando al quadro più ampio: come valuta lo stato degli impianti e del settore giovanile in Sicilia?

«Gli impianti sono un problema reale: strutture non omologate, cattiva manutenzione, scarsa illuminazione e poche superfici di qualità condizionano la crescita. Tutto ciò produce la fuga dei talenti».

Quali interventi servirebbero?

«Piani triennali di manutenzione degli impianti, incentivi per le società che investono nei vivai, convenzioni con le scuole e percorsi di formazione per tecnici e dirigenti. E limiti più intelligenti al tesseramento di stranieri».

E su questo fenomeno delle proprietà estere oramai anche in Italia?

«Portano capitali e know‑how, è vero, ma senza vincoli e piani di sviluppo possono trasformare i club in asset speculativi. È necessaria una regolamentazione che tuteli continuità progettuale e rapporto col territorio. E poi occorrono dirigenti veramente preparati, la riforma sul diritto del lavoratore sportivo di qualche anno fa è una bella innovazione ma va supportata».

Eppure le Nazionali giovanili qualche risultato lo hanno prodotto in questi anni...

«Le giovanili italiane ottengono risultati perché lavorano su metodologie moderne, il problema è l'uscita da quel percorso. Dovremmo costruire ponti, non muri».

Nel dibattito è intervenuto anche Giuseppe Restuccia, direttore sportivo con esperienze che hanno segnato la crescita di club isolani come il Rosolini e, più di recente, l'operato ad Enna: «A Enna abbiamo costruito passo dopo passo: dagli investimenti sul settore giovanile all'organizzazione logistica delle trasferte. Non è una magia, è programmazione e lavoro. Serve pazienza e accompagnamento istituzionale, tanto più che oggi se il club che si è iscritto per il terzo anno consecutivo in D, ha ancora un bilancio sano, quella è la più grande vittoria».