Calcio
Nazionale senza bussola dopo dimissioni di Maldini e Leonardo e il caso Pirlo: oggi il nome del ct sulla panchina azzurra?
Crisi lampo alla FIGC che ieri sera ha convocato una riunione urgente. Malagò è solo davanti alla scelta più scomoda. Il Consiglio federale dovrebbe sciogliere il nodo al più presto
Certe crisi si annunciano con mesi di scricchiolii. Altre, invece, esplodono nel tempo di una manciata di giorni e lasciano sul tavolo non solo un vuoto di potere, ma un sospetto ancora più grave: che il calcio italiano, quando deve decidere davvero, continui a muoversi senza una bussola condivisa. La vicenda che ha travolto la Nazionale nelle ultime ore appartiene a questa seconda categoria. Nel giro di pochissimo, il nome del nuovo commissario tecnico, che dovrebbe essere annunciato oggi, è saltato: il vertice tecnico appena nominato si è dimesso e la FIGC si è ritrovata a convocare nel tardo pomeriggio di ieri una riunione straordinaria per rimettere insieme i pezzi. Il risultato è un’immagine di forte instabilità, nel momento in cui il sistema avrebbe avuto più bisogno di autorevolezza e chiarezza.
Il punto di rottura è ormai chiaro. Paolo Maldini e Leonardo, nominati l’11 luglio 2026 rispettivamente come direttore tecnico della FIGC e advisor del nuovo corso azzurro, hanno rassegnato le dimissioni appena 17 giorni dopo il loro insediamento. La loro uscita di scena interrompe bruscamente un progetto che Giovanni Malagò aveva presentato come uno dei cardini della rifondazione federale: a Maldini era stata affidata anche la presidenza del Club Italia, segnale di un mandato che non riguardava solo la prima squadra, ma l’intera filiera tecnica azzurra.

Un progetto nato con ambizione e finito prima di cominciare
Quando la FIGC aveva ufficializzato l’arrivo di Maldini, accompagnato da Leonardo come consulente, il messaggio era stato netto: affidare il rilancio della Nazionale a due figure di grande peso internazionale, con esperienza da calciatori e dirigenti, per ridisegnare metodo, struttura e prospettiva. Non un semplice cambio di allenatore, ma un tentativo di riallineare il prestigio della maglia azzurra con una nuova architettura tecnica. Nelle intenzioni di Malagò, si trattava di un incarico di lungo respiro, dentro un orizzonte che la stessa FIGC indicava fino al Mondiale 2030.
Eppure, quella che doveva essere la premessa di un ciclo si è rivelata una parentesi. Le dimissioni, maturate dopo il naufragio della candidatura di Andrea Pirlo, sono il segnale di una frattura non ricomposta tra vertice federale e area tecnica. In assenza di una nota ufficiale dettagliata sulle motivazioni, il dato politico-sportivo resta però evidente: il tandem chiamato a orientare la scelta del ct non è riuscito a portare a compimento la sua prima decisione strategica, e ha preferito uscire di scena subito dopo. In questi casi, i dettagli contano; ma conta ancora di più il significato complessivo. E il significato è quello di una fiducia venuta meno quasi immediatamente.
Il caso Pirlo: dalla pista più calda al ritiro della candidatura
La vicenda di Andrea Pirlo è stata il detonatore. Nelle ultime ore il suo nome era diventato il più vicino alla panchina azzurra, sostenuto proprio da Maldini e Leonardo, dopo che altre ipotesi di alto profilo si erano raffreddate o erano tramontate. Lo stesso scenario generale raccontato da più fonti indicava infatti che la federazione aveva valutato anche candidature di forte richiamo, da Roberto Mancini ad Antonio Conte, passando per piste più suggestive come Pep Guardiola, prima di convergere sull’ex regista campione del mondo.
Poi è arrivata la frenata, violentissima. Pirlo ha annunciato di non essere più candidato alla panchina della Nazionale, spiegando di aver appreso che il suo nome non era più in corsa. La sua uscita di scena è arrivata mentre intorno alla sua possibile nomina cresceva la polemica per i rapporti commerciali con Fonbet, bookmaker russo del quale è stato indicato come global ambassador. È proprio questo legame ad avere acceso il fronte politico e mediatico, trasformando una scelta tecnica in un caso pubblico dall’elevata sensibilità istituzionale.
Qui occorre distinguere bene i piani. Il primo è quello dell’opportunità. Al di là delle valutazioni sull’esperienza di Pirlo da allenatore, la sua associazione con un marchio russo di scommesse è stata percepita da una parte rilevante dell’opinione pubblica e della politica come incompatibile con il ruolo di ct dell’Italia in questo contesto internazionale. Il secondo piano è quello della gestione. Anche chi non considerava insormontabile la questione del rapporto commerciale ha visto emergere un problema altrettanto pesante: possibile che la FIGC sia arrivata così avanti su un nome senza aver prima misurato l’impatto reputazionale, istituzionale e comunicativo della scelta?
Fonbet, le polemiche e il corto circuito reputazionale
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Fonbet è uno dei principali operatori del mercato russo delle scommesse e il rapporto tra il marchio e Pirlo era noto da mesi. Proprio questo dato ha reso ancora più difficile difendere la gestione federale della vicenda: non si è trattato di un elemento emerso all’ultimo istante, ma di un aspetto che avrebbe richiesto verifiche preliminari approfondite. È su questo terreno che il “caso Pirlo” ha smesso di essere soltanto una discussione sul profilo dell’allenatore per diventare un problema di governance, filtri decisionali e credibilità del processo di nomina.
Il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, ha parlato esplicitamente di “brutta figura”, lamentando l’assenza di una reale comunione d’intenti e della necessaria tempestività. Malagò ha replicato con toni netti, sostenendo che bisogna vedere “chi l’ha fatta” quella brutta figura. Il botta e risposta tra il presidente della FIGC e il ministro ha allargato ulteriormente il perimetro della crisi: non più solo un dossier calcistico, ma un fronte di tensione tra istituzioni, con la Nazionale al centro di uno scontro di responsabilità. È il peggiore degli scenari per qualunque federazione: quando la scelta del ct finisce per dire più cose sui conflitti interni che sul calcio.
Le dimissioni di Maldini e Leonardo pesano oltre il gesto
Le dimissioni di Maldini e Leonardo non sono rilevanti soltanto perché improvvise. Pesano soprattutto perché svuotano di significato una precisa idea di riorganizzazione tecnica annunciata meno di tre settimane fa. Se il direttore tecnico e l’advisor scelti dal presidente lasciano dopo il primo grande nodo irrisolto, il messaggio che passa all’esterno è chiaro: l’equilibrio tra delega tecnica e decisione politica non è stato trovato. E quando questo equilibrio manca, la federazione rischia di rimettere tutto nelle mani dell’emergenza.
C’è poi un altro elemento da non trascurare. Maldini non era stato chiamato solo per indicare un nome di richiamo alla panchina azzurra. Il suo mandato, almeno sulla carta, doveva incidere sulla visione complessiva del Club Italia, sui criteri di sviluppo, sulla connessione tra nazionale maggiore e settore giovanile. La sua uscita, quindi, apre un doppio vuoto: quello del ct da nominare e quello di una figura apicale che avrebbe dovuto garantire continuità strategica. In sostanza, la FIGC non deve soltanto ricominciare da capo sulla panchina. Deve decidere se intende ancora affidarsi a un modello tecnico forte o se tornerà a una gestione più centralizzata e presidenziale.
Malagò adesso è solo davanti alla scelta più scomoda
Il presidente della FIGC, eletto il 22 giugno 2026 con il 68,58% dei voti, aveva posto la questione del nuovo assetto tecnico tra le priorità assolute del suo mandato. Aveva spiegato più volte che la casella del direttore tecnico sarebbe stata decisiva anche per arrivare al nuovo ct e che il bilancio federale non consentiva “voli pindarici”, lasciando intendere che la scelta dell’allenatore sarebbe dovuta passare anche da una valutazione economica rigorosa. Oggi quelle parole tornano con una forza diversa, perché la crisi delle ultime ore ha mostrato quanto sia difficile conciliare ambizione, sostenibilità e consenso interno.
Ieri Malagò ha convocato una riunione straordinaria con le componenti federali per tentare di ricomporre il quadro. Per oggi è previsto il Consiglio federale, indicato già nei giorni scorsi come una data possibile per sciogliere il nodo del nuovo commissario tecnico. Ma il contesto, dopo il crollo dell’ipotesi Pirlo e l’addio di Maldini-Leonardo, è radicalmente cambiato: non si tratta più soltanto di scegliere un nome, bensì di rimettere in ordine la catena decisionale.
Chi può arrivare ora sulla panchina azzurra
I nomi circolati restano quelli emersi nelle ultime settimane, ma vanno letti con prudenza. Roberto Mancini è stato a lungo considerato il candidato preferito di Malagò e, dopo il tramonto della soluzione Pirlo, il suo profilo è tornato con forza nelle ricostruzioni di vari media. Antonio Conte resta il riferimento per chi cerca un selezionatore di peso, capace di restituire immediatamente identità, intensità e credibilità competitiva. Sullo sfondo compaiono anche ipotesi come Thiago Motta, Raffaele Palladino, Stefano Pioli e perfino la suggestione di una conferma di Silvio Baldini dopo l’interim nelle amichevoli, ma al momento non risultano elementi definitivi tali da indicare una scelta già compiuta.
Il tema, tuttavia, non è solo chi arriva. È perché arriva e con quale mandato. Se la FIGC sceglierà un allenatore di forte personalità, dovrà poi costruirgli attorno una struttura tecnica e politica coerente. Se invece punterà su un profilo emergente o meno divisivo, dovrà spiegare perché quel nome rappresenta un progetto e non un ripiego. Nel calcio italiano, oggi, il rischio più grande non è prendere una decisione discutibile. È prendere una decisione che sembri improvvisata.
Il vero danno non è solo il ritardo: è l’idea di precarietà
La Nazionale vive da tempo una fragilità più profonda del singolo cambio in panchina. Le mancate qualificazioni mondiali degli ultimi anni, il ricambio generazionale incompiuto, la difficoltà del sistema a produrre continuità tecnica e culturale avevano già eroso la fiducia. In questo quadro, la crisi di luglio non arriva come un incidente isolato: appare piuttosto come il sintomo di una vulnerabilità strutturale. Quando un presidente appena eletto impiega settimane per definire il vertice tecnico, lo presenta come architrave del nuovo corso e lo perde in 17 giorni, il problema non può essere ridotto alla sola sfortuna o alla singola polemica.
La sensazione, per i lettori e per i tifosi, è che la FIGC si trovi ancora una volta costretta a rincorrere gli eventi invece di governarli. Questo è il danno più serio, perché incide sulla percezione di affidabilità. E nel calcio delle nazionali, dove il tempo operativo è poco e il margine d’errore minimo, l’affidabilità della struttura conta quasi quanto la qualità dell’allenatore. Un ct può alzare il livello, restituire coraggio, organizzazione, idee. Ma non può da solo risolvere una confusione di comando.
Adesso serve una scelta, ma soprattutto una linea
Il Consiglio federale di oggi può diventare il giorno della svolta oppure l’ennesimo passaggio interlocutorio. La differenza non la farà soltanto il nome annunciato, se arriverà. La farà la capacità della FIGC di spiegare in modo comprensibile come si esce da questo labirinto: chi decide, con quali criteri, con quale orizzonte. La Nazionale italiana non ha bisogno soltanto di un commissario tecnico. Ha bisogno di una filiera che torni a sembrare seria, leggibile, coerente con il peso storico della maglia azzurra.
Per questo la giornata che si apre non riguarda solo il dopo-Pirlo. Riguarda il dopo-illusione. Perché il punto non è più stabilire se Maldini e Leonardo avessero ragione, o se Malagò abbia fatto bene a fermarsi davanti al caso Fonbet. Il punto è che il calcio italiano, ancora una volta, si trova a discutere di procedure, tensioni e retromarce nel momento in cui dovrebbe discutere di idee, campo e futuro. E finché non cambierà questa priorità, ogni nuovo ct rischierà di partire con una panchina traballante prima ancora di sedersi.
