Calcio
Caos ct Nazionale, Malagò punta su Mancini: perchè sarebbe lui il favorito
Tra il naufragio della pista Pirlo e le dimissioni di Maldini e Leonardo, il presidente della FIGC virerebbe sull'ex ct per mettere un argine alla crisi federale
Mentre a Roma si discute del futuro della Nazionale, i nomi per la scelta del ct cambiano, le alleanze saltano, i piani si riscrivono nel giro di poche ore. La panchina azzurra, che dovrebbe essere il punto più alto e più stabile del calcio italiano, è diventata invece il centro di una turbolenza continua. Non una semplice scelta tecnica, ma una prova di governo, di autorevolezza e di tenuta politica per la nuova gestione federale.
Il punto da cui ripartire è chiaro: Giovanni Malagò aveva impostato la rifondazione azzurra su una filiera precisa. Prima il vertice tecnico, poi il commissario tecnico. Per questo aveva scelto Paolo Maldini come direttore tecnico e Leonardo come advisor, ufficializzandoli a metà luglio. Ma il progetto si è incrinato quasi subito, fino a rompersi del tutto dopo il tramonto della candidatura di Andrea Pirlo. A quel punto, con le dimissioni di Maldini e Leonardo, Malagò ha ripreso in mano da solo il dossier più pesante del suo inizio mandato.
La frattura che cambia tutto
Per capire perché oggi Roberto Mancini sia davanti ad Antonio Conte, bisogna prima capire che cosa è successo nelle ultime 48 ore. La candidatura di Pirlo, sostenuta con forza da Maldini e Leonardo, sembrava a un passo dalla definizione. Sky Sport ha riferito che erano in corso le pratiche per la risoluzione del contratto con lo United FC di Dubai, ma la procedura è stata bloccata per le forti perplessità emerse attorno al suo legame commerciale con Fonbet, bookmaker russo di cui Pirlo è global ambassador dall’ottobre 2025.
La questione non era solo d’immagine. Secondo più ricostruzioni giornalistiche, il contratto con Fonbet è diventato politicamente e istituzionalmente troppo ingombrante per essere assorbito dalla FIGC in questa fase. Lo stesso Malagò avrebbe chiesto chiarimenti formali, frenando l’operazione. In parallelo sono cresciute pressioni contrarie provenienti da più ambienti, non solo sportivi. Il risultato è stato netto: Pirlo è uscito definitivamente dalla corsa.
Con l’affondo su Pirlo svanito, si è aperta una frattura insanabile con Maldini e Leonardo, che avevano legato una parte importante della loro credibilità a quella scelta. Le loro dimissioni, arrivate alla vigilia del Consiglio federale del 28 luglio 2026, hanno trasformato una selezione tecnica in una crisi di assetto. Non è un dettaglio: un presidente appena insediato si è ritrovato senza il direttore tecnico che lui stesso aveva voluto prima ancora di nominare il ct.
Perché Mancini è il favorito
Nel calcio italiano ci sono momenti in cui il profilo migliore non coincide con il profilo più brillante, ma con quello più praticabile. Oggi Mancini è in vantaggio soprattutto per questo: rappresenta il punto d’incontro più realistico tra esperienza, conoscenza dell’ambiente, sostenibilità economica e rapidità decisionale.
Il primo elemento è il rapporto con Malagò. Già da settimane, diverse fonti indicavano Mancini come il nome più gradito al presidente federale. ANSA lo definiva il “grande favorito” sin dai giorni successivi all’elezione di Malagò, mentre Sky Sport ha ribadito che l’ex ct è sempre stato il preferito del numero uno federale. In una fase segnata da uno strappo con i suoi primi collaboratori, Malagò tende naturalmente verso un profilo che sente più suo e meno divisivo all’interno del suo perimetro decisionale.
Il secondo aspetto è la familiarità con il mestiere di ct. Mancini non dovrebbe imparare nulla del ruolo: conosce Coverciano, i tempi delle convocazioni, la gestione dei raduni brevi, la costruzione di un gruppo nazionale e la pressione specifica della maglia azzurra. Soprattutto, porta con sé il credito di aver guidato l’Italia al titolo di Euro 2020, il trionfo di Wembley che resta l’ultimo grande picco emotivo e tecnico della Nazionale.
C’è poi un tema di compatibilità economica. ANSA ha sottolineato che Mancini sarebbe disposto ad accettare cifre più contenute rispetto agli standard del calcio di club, anche per la volontà di rientrare nel grande giro europeo dopo l’esperienza in Arabia Saudita. In un momento in cui Malagò ha richiamato più volte la necessità di tenere conto del bilancio 2026 della Federazione, questo fattore pesa eccome. Un ct non si sceglie solo con il cuore o con il curriculum: si sceglie anche dentro una cornice di sostenibilità.
Infine c’è un argomento puramente calcistico, meno emotivo e più concreto: Mancini è associato, nell’immaginario e nelle analisi di queste settimane, a una maggiore propensione alla valorizzazione dei giovani. Ed è un tema centrale per una Nazionale che deve ricostruire non soltanto il presente, ma la continuità tecnica del prossimo ciclo. ANSA lo aveva evidenziato già a giugno, indicando proprio nella sua attenzione ai giovani uno dei motivi del gradimento di Malagò.
Il nodo che accompagna il ritorno di Mancini
Naturalmente, non esiste solo il vantaggio. Il nome di Mancini si porta dietro una ferita ancora aperta: l’addio alla Nazionale per accettare l’incarico con l’Arabia Saudita. È il grande ostacolo reputazionale del suo possibile ritorno. Una parte dell’opinione pubblica non l’ha digerito allora e non la digerisce oggi. Anche questo è stato registrato dalle fonti: il “sentiment” del mondo azzurro resta una variabile da non sottovalutare.
Ma proprio qui sta la valutazione di Malagò. In un contesto confuso, dove l’ipotesi Pirlo è implosa e il tandem Maldini-Leonardo si è sfilato, il presidente può decidere che il vantaggio operativo di Mancini valga più del conto morale ancora aperto con una parte del pubblico. Non sarebbe una scelta sentimentale, ma una scelta di governo: ridurre i tempi, abbassare il margine d’errore, affidarsi a un professionista che il mestiere lo conosce già a memoria.
Conte, l’alternativa forte ma complicata
Se Mancini è il favorito, Conte resta però l’alternativa che nessuno può permettersi di liquidare come teorica. Anzi: dal punto di vista del puro impatto emotivo, forse sarebbe perfino la nomina più esplosiva. Conte evoca intensità, identità, lavoro, riconoscibilità immediata. Da ct dell’Italia, tra il 2014 e il 2016, aveva restituito compattezza a una squadra reduce dal fallimento mondiale in Brasile, centrando una qualificazione europea da imbattuto e firmando poi un Euro 2016 superiore alle attese, chiuso solo ai rigori contro la Germania nei quarti.
Nel ricordo collettivo, Conte è il tecnico capace di prendere una squadra con meno talento percepito e darle immediatamente un volto. Ed è esattamente la qualità che oggi manca all’Italia: una riconoscibilità, prima ancora che un sistema. Per questo il suo nome continua a circolare con forza e, secondo Sky Sport, gode del sostegno della Lega Serie A.
Eppure, proprio ciò che rende Conte così attraente lo rende anche più difficile. Il primo ostacolo è economico. Già a fine giugno, ANSA spiegava che sui parametri da Premier League o da grande club di Serie A si concentrava l’incognita più grossa. Si era perfino tornati a evocare un modello simile a quello del 2014, quando una quota dello stipendio del ct fu sostenuta anche da sponsor, formula che la stessa UEFA, raccontando la nomina di Conte all’epoca, ricondusse a un impianto contrattuale pieno di bonus e fortemente calibrato.
Il secondo ostacolo è di natura professionale. Conte ha sempre mostrato una forte vocazione per il lavoro quotidiano da club. Quando lasciò la Nazionale nel 2016, la spiegazione ufficiale andava proprio in quella direzione: desiderio di tornare al campo tutti i giorni, alla costruzione continua, alla gestione totale dell’allenamento. È un tratto noto del personaggio e del tecnico. La panchina azzurra può sedurlo, ma non è detto che rappresenti il contesto ideale per il suo modo di vivere il calcio.
Il terzo fattore è il tempo. Se Malagò vuole chiudere in fretta, Conte è probabilmente il nome che richiede più passaggi, più verifiche e più mediazioni. Ed è esattamente ciò che in questo momento la FIGC vorrebbe evitare, dopo aver già consumato giorni e credibilità nella pista Pirlo.
Il tentativo su Thiago Motta e il no di Malagò
Nel mezzo del caos è affiorata anche una soluzione di compromesso: Thiago Motta. Secondo le ricostruzioni di Corriere, ANSA e RaiNews, il suo nome è stato proposto da Maldini e Leonardo come possibile via d’uscita dopo il tramonto di Pirlo. Sarebbe stata una sterzata verso un profilo più moderno, forse meno divisivo sul piano politico e mediatico, ma anche meno radicato nella tradizione specifica del ruolo di ct azzurro.
Il punto decisivo è che Malagò non ha seguito quella strada. Non risultano contatti concreti con l’allenatore, e le fonti convergono sul fatto che il presidente federale non abbia voluto aprire davvero quel fronte. È una scelta significativa, perché rivela il criterio prevalente di queste ore: non inseguire una mediazione fragile, ma restringere il campo a nomi che garantiscano immediata governabilità della situazione. In questo schema, Thiago Motta non era il compromesso utile; era, semmai, il segnale che il tavolo si stava sfaldando.
Più della panchina: la prima vera prova di Malagò
La vicenda del nuovo ct dice molto anche del presidente. Malagò aveva promesso una rifondazione ampia del calcio italiano e, appena eletto, aveva parlato della necessità di dare risposte ai problemi strutturali del sistema. La scelta del commissario tecnico, però, è diventata subito il termometro più visibile della sua leadership. Prima la volontà di nominare un direttore tecnico prima del ct, poi la scommessa su Maldini e Leonardo, quindi il cortocircuito Pirlo-Fonbet, infine il ritorno a una gestione accentrata: in poco più di un mese, il nuovo corso ha già conosciuto accelerazioni e contraccolpi notevoli.
Per questo la preferenza attuale per Mancini non va letta solo come una valutazione tecnica. È anche una mossa di stabilizzazione. Malagò ha bisogno di chiudere una falla, di ricostruire una linea di comando e di presentare al sistema calcio una decisione comprensibile, difendibile, rapida. Dopo le dimissioni di Maldini e Leonardo, non può permettersi un altro passaggio a vuoto.
La scelta vera: identità contro praticabilità?
Ridotta all’essenziale, la partita è questa. Conte offre forse il picco più alto di intensità e di impatto immediato, ma porta con sé costi, incastri e interrogativi maggiori. Mancini offre una soluzione più lineare, più sostenibile, più veloce da comporre, anche se meno unanime sul piano emotivo. Non è tanto una sfida tra due allenatori, quanto tra due idee di emergenza: una più passionale e totalizzante, l’altra più funzionale e governabile.
Ed è probabilmente qui che si spiega il vantaggio dell’ex ct campione d’Europa. In questa fase la FIGC non sembra cercare il colpo di teatro; cerca una soluzione che regga. Dopo aver sfiorato un cortocircuito istituzionale sulla nomina di Pirlo, aver perso nel giro di pochi giorni il proprio vertice tecnico appena nominato e aver visto affacciarsi persino l’ipotesi Thiago Motta senza convinzione reale, Malagò ha bisogno prima di tutto di un argine. Mancini, oggi, assomiglia a quell’argine più di chiunque altro.
Resta da capire se basterà. Perché il prossimo ct non erediterà soltanto una squadra: erediterà una frattura, una diffidenza e un’urgenza. E stavolta non potrà limitarsi a vincere la scelta. Dovrà convincere il calcio italiano di essere ancora credibile.