NAZIONALE
Il ritorno del figliol prodigo: Mancini riparte dall'Italia tra autocritica, giovani e voglia di riscatto
Dopo l'addio del 2023, il "Mancio" torna sulla panchina della Nazionale chiedendo perdono ai tifosi e rilanciando un progetto fondato sugli Under. Al suo fianco Claudio Ranieri traccia la rotta per riportare gli Azzurri ai vertici del calcio internazionale
Certe storie, nel calcio come nella vita, sembrano chiuse per sempre. Poi basta una conferenza stampa, una stretta di mano, qualche parola pronunciata con il tono giusto e tutto ricomincia. Roberto Mancini torna sulla panchina della Nazionale italiana. Il figliol prodigo è rientrato a casa. L'immagine biblica è inevitabile. Non perché il commissario tecnico sia stato accolto senza domande o senza ombre, ma perché il suo ritorno racconta soprattutto la capacità del calcio italiano di chiudere i cerchi. E di riaprirli quando serve. La conferenza stampa della sua presentazione è stata il primo atto di un nuovo capitolo che ha inevitabilmente fatto i conti con quello precedente: i trionfi, le incomprensioni, le critiche e quell'addio improvviso che nell'estate del 2023 lasciò la Federazione e i tifosi con più interrogativi che risposte. Eppure sarebbe ingeneroso dimenticare ciò che Mancini ha rappresentato. Quando prese in mano l'Italia, reduce dall'umiliazione della mancata qualificazione al Mondiale del 2018, trovò un gruppo svuotato, privo di fiducia e di certezze. Restituì entusiasmo, idee e soprattutto un'identità di gioco. Vinse un Europeo contro ogni pronostico e riportò gli azzurri al centro del calcio internazionale. Poi arrivarono gli errori: la mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, alcune scelte discutibili, la gestione di un ricambio generazionale mai davvero completato e infine quella separazione consumata nel modo peggiore.
«Ho sbagliato e mi dispiace, ha esordito così Mancini. Spero che i tifosi mi perdonino per la scelta che feci tre anni fa. Quello che è successo è frutto di una mancanza di comunicazione tra me il presidente Gravina. Forse se ci fossimo parlati tutto sarebbe andato diversamente. La sorte mi dà la possibilità di rifarmi: è come quando perdi la donna della tua vita. Sono qui per riportare l'Italia dove merita. A prescindere da quello che è successo nel 2023, l'obiettivo è sempre vincere e giocare bene».
Da quell’addio è successo di tutto. L'esperienza sulla panchina dell'Arabia Saudita, il cambio di commissario tecnico in azzurro, i risultati altalenanti di una Nazionale ancora alla ricerca della propria identità. E soprattutto è cambiato il tempo. Perché il tempo, nel calcio, ha una straordinaria capacità di limare gli spigoli, attenuare i rancori e rendere possibili riavvicinamenti che sembravano impensabili. Mancini si è presentato con un volto diverso. Più riflessivo, meno istintivo. Ha parlato di entusiasmo, di responsabilità, di un gruppo da ricostruire e di un sogno ancora da inseguire. Ha evitato toni trionfalistici, scegliendo invece il profilo basso di chi sa che il credito conquistato con la vittoria dell'Europeo del 2021 non basta più. Quel successo resterà scolpito nella storia del calcio italiano, ma oggi rappresenta soltanto il punto di partenza. Nessuno vive di rendita sulla panchina della Nazionale. Ma soprattutto ha sottolineato quali saranno i cardini della sua nuova avventura in Azzurro, che non potrà fare a meno del supporto dei giovani. «Sono convinto che i giocatori ci siano e che siano bravi, soprattutto i giovani. Un ragazzo giovane ha bisogno di fiducia. I ragazzi ci sono. Guardate Zaniolo: al primo raduno non aveva mai giocato nemmeno in Serie B. Al suo arrivo era un pò impaurito, ma al secondo era già un altro giocatore. Il mio compito sarà anche questo: dare spazio ai quei giovani talenti, in Italia ne abbiamo tanti, per creare un ciclo e una continuità. Questo è l'obiettivo, individuare i giocatori migliori e farli crescere. Se ritengo che nelle Under si debba adottare lo stesso sistema di gioco della Nazionale maggiore? Si, le Under dovrebbero giocare tutte lo stesso modulo, dalla Under 18 in su. Per me già a 18 anni si possono lanciare i giocatori bravi e per questo sarebbe meglio avere un'identità tattica comune».
Ma non era solo il giorno di Mancini, era anche quello di Claudio Ranieri. Il nuovo direttore tecnico della Nazionale Italia ha espresso concetti chiari e la sua idea di quale dovrebbe essere il percorso da fare per riportare il calcio italiano dove merita. L’ex dirigente della Roma ha voluto sottolineare che la sua presenza è semplicemente il coronamento di una carriera e non certamente una rivalsa nei confronti del club giallorosso. «Sono molto felice di questo incarico, ha detto Ranieri, vorrei riportare l'amore dei tifosi per la Nazionale. Vorrei far vedere ai bambini, compreso mio nipote che ha 12 anni, la nostra Italia ai Mondiali. Io quando scelgo col cuore sbaglio sempre, ma non mi pento mai. Con il contratto che avevo con la Roma, non potevo assolutamente fare l'allenatore della Nazionale, ci sarebbero stati tantissimi problemi. Mia moglie stavolta è contenta, almeno le ho evitato un trasloco». Il nuovo dt azzurro ha anche parlato dei settori giovanili che dovranno essere il primo punto di partenza per il rilancio della Nazionale. «Ci sono tanti ragazzi su cui lavorare e che meritano di giocare. Dobbiamo ripartire dalla tattica: vinciamo nelle giovanili perché abbiamo un'attenzione tattica diversa dal resto d'Europa. Bisogna però lavorare sulla tecnica, sui ragazzi e sulla loro crescita. Bisogna però lavorare sulla tecnica, sui ragazzi e sulla loro crescita. Mi auguro che tutte le componenti lavorino in modo da permettere l'utilizzo di più italiani nei club così da far avere più scelta al commissario tecnico e anche capire come far uscire tanti giocatori: il salto dall'Under 21 è quello più difficile».
Un Mancini carico e motivato in questa sua seconda avventura in Azzurro e con obiettivi ben chiari. «Vorrei vincere un trofeo importante, magari anche due. Mi piacerebbe costruire un progetto con la Nazionale. E rimanere anche oltre la durata del mio contratto se possibile. Credo che ci siano giocatori forti e giovani. Troveremo i Bonucci e i Chiellini che faranno da chioccia ai ragazzi. Quando eravamo partiti il 90% dei giornalisti ci davano per spacciati, per loro eravamo la settima in Europa. Qui la storia è simile. Vogliamo diventare una squadra da battere: ora prepareremo all'Europeo e poi penseremo al Mondiale».
Presente, ma soprattutto futuro. E il futuro per l’Italia si chiama Nations League. Una competizione che servirà non solo a testare il nuovo corso di Roberto Mancini, ma anche per cercare di ridare sicurezze e fiducia a tutto l’ambiente. Una competizione che vedrà gli Azzurri dover affrontare tre avversari di spessore: Francia, Belgio e la Turchia di Vincenzo Montella. «Quello della Nations League, sarà un girone difficile. Ma lo sarà anche per i nostri avversari. Non vediamo l'ora di confrontarci con le altre squadre». Un percorso che inizierà il prossimo settembre e che potrebbe essere agevolato da eventuali stage. L’attuale ct azzurro, infatti, è stato l'ultimo a poterlo organizzare, a differenza di Gattuso a cui non fu consentito alla vigilia delle sfide con Irlanda del Nord e Bosnia ed Erzegovina. «I problemi sugli stage li hanno tutti i ct, non solo io. Quando lo feci io, portammo 50 ragazzi che in quel momento non giocavano. Era un modo per portarsi avanti. Molti di quei ragazzi chiamati a suo tempo, si trovano ora nelle Under». Una Nazionale che dovrà anche trovare un centravanti che possa essere all'altezza, come lo è stato Ciro Immobile, e che possa essere determinante per le sorti e il successo dell'Italia. «Mi auguro che tutti possano segnare i gol di Immobile, che è stato un attaccante molto importante per la mia squadra e non solo. Secondo me non siamo messi così male, tra bomber ed esterni abbiamo diverse soluzioni. Tra l'altro si tratta di ragazzi giovani che possono ancora crescere. Kean l'ho fatto esordire io e lo conosco molto bene. Quello che deve essere chiaro - ha concluso Mancini - è che la Nazionale deve ripartire subito e farlo nel modo migliore. Al mondo del calcio chiedo solo di dare più spazio ai nostri giovani perché sarà fondamentale per la rinascita del nostro movimento calcistico».
La conferenza stampa ha trasmesso anche questo messaggio. Nessuna promessa irrealistica, nessuna rivoluzione annunciata. Solo la volontà di riprendere un percorso interrotto. Forse con maggiore maturità reciproca. Perché anche la Federazione, scegliendo di richiamarlo, ha implicitamente ammesso che certe separazioni possono essere ricomposte quando l'obiettivo comune diventa più importante delle divergenze personali. Adesso, però, finiscono le parole. Il ritorno del figliol prodigo emoziona, incuriosisce e divide. Ma il calcio ha una regola semplice: ogni nuova occasione va meritata sul campo. Mancini lo sa meglio di tutti. Sa che ogni convocazione, ogni scelta tattica e ogni risultato saranno osservati con un'attenzione persino superiore rispetto alla sua prima esperienza. Il passato gli ha consegnato un posto nella storia della Nazionale. Il presente gli offre una seconda possibilità. Il futuro, invece, dovrà conquistarselo un'altra volta. Ed è forse questa la sfida più affascinante del suo ritorno: dimostrare che, a volte, si può davvero tornare a casa. Ma soltanto se si è pronti a ricominciare da capo.