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LUTTO NEL CALCIO

L'addio a Kaiser Franz Baresi, il libero che cambiò il modo di difendere

Rivoluzionò il ruolo diventando primo regista dalla difesa, celebre per anticpi, visione di gioco e leadership in campo.

31 Luglio 2026, 12:34

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L'addio a Kaiser Franz Baresi, il libero che cambiò il modo di difendere

Si è spento a 66 anni Franco Baresi, l’ultimo grande libero, bandiera rossonera e leggenda del calcio italiano e mondiale, eletto “Milanista del secolo”.

Nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare. Già provato dalla malattia, a febbraio aveva ricevuto un tributo in mondovisione: durante la cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano-Cortina, comparve a San Siro con la fiaccola olimpica in mano, al fianco di Beppe Bergomi.

Eterni rivali alla Scala del calcio — pur accomunati da una lunga militanza in azzurro — erano uniti dall’orgoglio per l’Italia e da un dolore purtroppo già noto. Il Meazza era la sua casa.

Una carriera interamente vissuta con la casacca del Milan, come una seconda pelle, e una fascia da capitano rimasta idealmente sul suo braccio ben oltre i 15 anni effettivi, nell’immaginario dei tifosi rossoneri che, al centenario del club, lo consacrarono giocatore più importante della storia. Poco dopo l’addio al campo, il Milan ritirò la sua maglia numero 6, diventata indissolubile dal suo nome.

In quelle vesti, per due decenni, ogni domenica Baresi si muoveva — con “virile bellezza gladiatoria”, come scrisse Gianni Breradominando la difesa: spietato negli anticipi, impeccabile nella lettura delle situazioni, capace, riconquistato il pallone, di fungere da primo regista della squadra.

Rimasto orfano a 14 anni, aveva già temprato il carattere quando, diciassettenne, debuttò in rossonero a Verona nell’aprile 1978. Lo chiamavano “Piscinin”, un nomignolo che tuttavia svanì presto. In spogliatoio lo prese sotto la sua ala Gianni Rivera, che ne intuì il futuro luminoso; dalla stagione successiva Baresi guidò il reparto arretrato, conducendo il Milan al decimo scudetto.

Non abbandonò il club neppure dopo le due retrocessioni del 1980 e del 1982, anno in cui — pur senza scendere in campo — fece parte della rosa azzurra campione del mondo.

Divenne capitano a 22 anni: non più “Piscinin”, ma leader autentico, destinato al soprannome ben più altisonante di “Kaiser Franz”, in omaggio a Beckenbauer, il suo mito d’infanzia.

La sua epopea rossonera è scolpita nei trofei: 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 4 Supercoppe europee e 2 italiane. Ma i numeri, da soli, non bastano.

Baresi attraversò e interpretò il Milan di Liedholm, Sacchi e Capello — lui che a 12 anni era stato scartato da un provino all’Inter, dove già giocava il fratello Beppe — condividendo il campo con fuoriclasse come Rivera, Maldini e Van Basten, accanto ai quali non sfigurava per classe, tocco e visione. Fu proprio l’olandese a “bruciarlo” sul filo del Pallone d’Oro 1989, in un’epoca in cui sembrava impensabile che potesse vincerlo un difensore.

Il ruolo, però, stava stretto al “Kaiser” Baresi. La sua interpretazione moderna del libero — in un calcio ormai fondato su zona, pressing e verticalità — lo rese per Enzo Bearzot adattabile anche a centrocampo in Nazionale, dove peraltro il posto da ultimo uomo era presidio di Gaetano Scirea.

Con l’Italia vinse il Mondiale 1982 senza mai giocare, e cercò la rivincita dodici anni dopo: la finale di USA ’94 a Pasadena resta legata all’immagine delle sue lacrime, simbolo di un campione esemplare.

Oggi il calcio mondiale piange il “Piscinin”: un fuoriclasse che ha riscritto il modo di difendere e di comandare il gioco, con carisma, intelligenza e una fedeltà al Milan che non conosce tramonto.