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Calcio e amarcord

Ravanusa riabbraccia i suoi eroi: la Coppa Italia Dilettanti torna a casa 47 anni dopo

Cerimonia emozionante in piazza per celebrare la squadra che nel 1979 portò il trofeo in paese. Intitolato lo stadio a don Ciccio Caravaglia, sacerdote e dirigente simbolo di quella storica stagione

12 Agosto 2026, 14:12

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Ravanusa riabbraccia i suoi eroi: la Coppa Italia Dilettanti torna a casa 47 anni dopo

Quarantasette anni dopo, quella Coppa è tornata a Ravanusa. È tornata tra la sua gente, nelle piazze, nei ricordi e negli occhi degli uomini che, da ragazzi, scrissero una delle pagine più belle della storia sportiva del paese.

Gli eroi della squadra che conquistò la Coppa Italia Dilettanti nel 1979 si sono ritrovati per una serata carica di emozione, affetto e memoria. Un abbraccio collettivo che ha riportato indietro le lancette del tempo, fino a quella straordinaria avventura culminata con il successo nazionale e con il gol decisivo di Corrado Conti, il match winner della finale.

A fare da cornice alla celebrazione è stata una suggestiva cerimonia in piazza, condotta da Roberto Gueli, alla presenza del sindaco Salvatore Pitrola e dell’assessore allo Sport Rocco Carlisi. Sul palco sono state consegnate le maglie celebrative e le targhe ai protagonisti di quella squadra, mentre la Coppa è stata portata davanti al pubblico da alcuni giovani calciatori della scuola calcio locale.

Prima della festa finale, sono state premiate anche le società sportive locali, quindi c'è stato un intrattenimento musicale e poi un filmato che racchiude il senso della conquista di quella Coppa, riadattato con immagini di allora e testimonianze di oggi e il video saluto del presidente della Lnd Sicilia, Sandro Morgana. Un mix di emozioni che ha suscitato applausi ma anche molte lacrime.

Un passaggio simbolico e bellissimo: il trofeo che, quasi mezzo secolo dopo, passa dalle mani degli ex protagonisti a quelle delle nuove generazioni. La storia che incontra il futuro, il ricordo che diventa esempio.

Lo stadio intitolato a don Ciccio Caravaglia

Nel pomeriggio, prima della celebrazione della squadra, si era svolta la cerimonia di intitolazione dello stadio a don Francesco Caravaglia, conosciuto da tutti come don Ciccio. La scopertura della targa ha rappresentato un momento particolarmente intenso, accompagnato dalle testimonianze di familiari, amici e persone che hanno condiviso con lui il cammino umano, religioso e sportivo.

Don Caravaglia è stato molto più di un sacerdote. È stato un punto di riferimento per la comunità, vicino ai giovani, alle famiglie e a chi cercava una strada quando quella strada sembrava smarrita. Ma è stato anche un dirigente importante del sodalizio che, in quegli anni, riuscì a raggiungere il vertice del calcio dilettantistico italiano.

Durante la cerimonia, un'amica e parente, ma soprattutto parrocchiana, Carmela Savarino, ha letto un testo dedicato alla sua figura. Parole che hanno restituito il ritratto di un uomo capace di unire fede, sport, educazione e comunità.

"Francesco Caravaglia. Un uomo, prima ancora che un sacerdote, un sacerdote che sapeva farsi uomo tra gli uomini, vicino ai giovani, vicino alle famiglie, vicino a chi cercava una strada quando la strada sembrava smarrita. Dalla sua chiesa, la Beata Maria Vergine di Fatima, ha seminato speranza senza chiedere applausi, ha aperto porte, inventato percorsi, acceso entusiasmi, trasformato la fede in presenza concreta, in mani tese, in coraggio, in comunità. Era instancabile. Aveva nel cuore la musica e nelle mani la voglia di costruire; aveva il ritmo delle note e quello, più profondo, dei sogni dei ragazzi. Sapeva parlare ai giovani perchè non li guardava dall'alto, ma camminava accanto a loro. Li ascoltava. Li incoraggiava".

"Credeva nelle loro possibilità, forse persino quando loro avevano smesso di crederci.

E oggi, proprio qui, dove un campo accoglie la corsa, il sudore, la fatica, la gioia di una vittoria e la lezione di una sconfitta, il suo nome trova la sua casa più bella. Perché un campo sportivo non è soltanto terra, linee e palloni.

È il luogo dove si impara a rialzarsi dopo una caduta, a rispettare l’avversario, a condividere una vittoria, a stringere una mano dopo una sconfitta, a capire che nessuno vince davvero se lascia indietro un compagno.

E forse Francesco lo sapeva bene. Per questo oggi il suo nome non si ferma sulla soglia del passato".

Il testo è proseguito con una promessa rivolta alla comunità e alle generazioni future:

Questa intitolazione non è soltanto un riconoscimento alla memoria di un uomo. È una promessa. La promessa di non dimenticare che una vita può diventare seme, che una persona può cambiare una comunità, che la fede può avere piedi per camminare, mani per costruire e cuore per accogliere.”

E poi il messaggio rivolto direttamente a don Ciccio:

“Francesco, oggi Ravanusa pronuncia il tuo nome non con la tristezza di chi guarda indietro, ma con la gratitudine di chi ha ricevuto qualcosa di prezioso. Il tempo potrà cambiare i volti, le generazioni passeranno, le stagioni torneranno su questo campo. Ma ogni volta che un ragazzo correrà verso una porta, ogni volta che qualcuno cadrà e troverà la forza di rialzarsi, ogni volta che una squadra scoprirà il valore della solidarietà, sarà come se una parte di te tornasse a correre con loro. E allora, Francesco, non sei soltanto memoria. Sei presenza.”

Parole accolte dal pubblico con commozione e con un lungo applauso. La nuova intitolazione dello stadio assume così un significato profondo: non soltanto un omaggio, ma il riconoscimento del ruolo svolto da don Caravaglia nella crescita dei giovani e nella costruzione di una comunità più unita.

Gli uomini di quella squadra indimenticabile

A quasi mezzo secolo di distanza, molti dei protagonisti di quella formazione sono tornati a Ravanusa. Oggi sono uomini dai capelli bianchi, ma con lo stesso entusiasmo e gli occhi ancora accesi di chi non ha mai smesso di custodire quel ricordo.

C’era Corrado Conti, l’uomo del gol che valse la storia, che ha raccontato tutta la propria emozione nel ritrovare i compagni e nel rivedere quella Coppa. C’erano i protagonisti di una squadra guidata dal compianto Carlo Baio, ricordato durante la serata con affetto e riconoscenza.

Un gruppo costruito attraverso una straordinaria mescolanza di calciatori provenienti da tutta la Sicilia e da diverse regioni italiane, uniti dalla maglia biancorossa e da un legame che il tempo non ha cancellato.

In porta c’era Pasquale Macrì, originario di Crotone, definito dalla stampa dell’epoca “uno dei più preparati portieri della Promozione in Sicilia”. Al suo fianco il giovane Gaetano La Greca, di Campobello di Licata. Completavano il reparto Angelo Loggia, portiere di casa, e Franco Chinnici, di Belmonte Mezzagno.

La difesa era guidata dal capitano Totò Di Bella, canicattinese, classe 1948, al suo secondo ciclo con la maglia biancorossa (che oggi non c'è più ma che sul palco è stato rappresentato dal figlio e soprattutto il nipote che porta il suo stesso nome). Con lui giocavano Armando Lupò, lentinese; Fedele Amato e Tommaso Catania, entrambi licatesi; Saro Todaro, terzino ex Acireale originario di Santa Venerina; Pippetto Vincenzo Sangiorgio, il libero lentinese (che ha inviato i suoi saluti direttamente dalla Germania); e naturalmente Corrado Conti, destinato a diventare l’eroe della finale.

A centrocampo il motore della squadra era alimentato dalla personalità di Antonio Mocciaro, di Gangi; Luciano Amoroso, palmese, simpaticamente soprannominato “il calabrese” e oggi residente a Lentini; Peppe Romeo, palermitano; Peppe Giarrana, tornante ravanusano; Alfredo Mattina, di Racalmuto; Otello Ribellino, mezza punta nissena; Totò Buccheri e Salvatore D’Aquino, entrambi di formazione palermitana.

L’attacco rappresentava il fiore all’occhiello di quella formazione. A guidarlo c’erano Michele Belfiore, siracusano trapiantato a Ravanusa e capocannoniere della Coppa Italia con sei reti; Luciano Visentin, punta originaria di Rovigo; Roberto Tarascio, attaccante di Priolo; e Aldo Di Maria, ennese. Sulla fascia si muoveva anche Stefano Fusca, difensore di Noto.

Belfiore fu decisivo nel cammino verso la conquista del trofeo: realizzò due reti nella semifinale nazionale contro il Cesenatico, offrendo anche assist e giocate di qualità. Un contributo che racconta il talento e la forza di un gruppo capace di superare ogni ostacolo.

La cerimonia ha avuto il sapore di una rimpatriata, ma anche quello di una vera pagina di storia restituita alla città. I protagonisti si sono ritrovati, hanno condiviso ricordi, aneddoti ed emozioni, tornando per una sera a essere la squadra che fece sognare un intero paese.

E poi tanti altri ex ravanusani che non vissero l'ebbrezza della conquista di quel trofeo ma che hanno voluto comunque rendere omaggio come Filippo Muscio e Alfredo La Mattina. 

Una Coppa che appartiene a tutta Ravanusa

Quando alcuni giovani della scuola calcio hanno portato il trofeo sul palco, l’emozione ha raggiunto il punto più alto. La Coppa Italia Dilettanti, esibita davanti al pubblico, è apparsa non soltanto come il simbolo di una vittoria, ma come il segno tangibile di un’identità collettiva.

Quella Coppa appartiene ai calciatori che la conquistarono, a Carlo Baio che li guidò, a don Ciccio Caravaglia che contribuì a sostenere e a far crescere quel progetto, a Salvatore Lauricella e a tutti coloro che resero possibile quell’impresa. Ma appartiene soprattutto a Ravanusa, che ancora oggi riconosce in quella squadra un modello di passione, sacrificio e appartenenza.

La serata ha unito due intitolazioni ideali: quella dello stadio a don Caravaglia e quella della memoria alla squadra del 1979. Da una parte un luogo che continuerà a ospitare le corse e i sogni dei ragazzi; dall’altra gli uomini che, tanti anni fa, su un campo e con una maglia biancorossa, trasformarono un sogno in una realtà.

A 47 anni di distanza, gli eroi di Camaiore sono tornati a casa. E Ravanusa li ha accolti come si accolgono le persone che non sono mai andate via davvero.