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sport

È morto Varenne: la carriera del cavallo in sette tappe che hanno fatto la leggenda

Dal debutto irregolare di Bologna al record mondiale al Meadowlands: le sette corse, i volti e gli archivi che spiegano perché il Capitano abbia cambiato per sempre il trotto italiano e internazionale

18 Agosto 2026, 14:35

14:40

Varenne: la carriera in sette tappe che hanno fatto la leggenda

Varenne è morto, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi

La sua storia non comincia con un trionfo, ma con una corsa storta e una squalifica. E forse è proprio per questo che il mito di Varenne, morto oggi a 31 anni, continua a sembrare irripetibile: perché dentro la leggenda del cavallo più amato del trotto italiano c’è ancora tutta la traiettoria di un campione che ha trasformato sette momenti chiave in un racconto mondiale.

La notizia della morte ha riportato tutti al punto da cui era cominciato il mito: un puledro nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nell’allevamento Zenzalino, figlio di Waikiki Beach e Ialmaz, diventato nel giro di pochi anni il simbolo più riconoscibile del trotto italiano nel mondo. Varenne si è spento a 31 anni all’allevamento LJ di Eboli, dove viveva dal marzo 2025; il decesso è stato comunicato sulla sua pagina Instagram ed è stato attribuito a un improvviso attacco cardiaco confermato dal veterinario. 

1. L’inizio storto che convince tutti: il debutto di Bologna e l’intuizione di Giordano

Le leggende, a volte, non cominciano con una vittoria. Il 4 aprile 1998, all’Arcoveggio di Bologna, Varenne debuttò nel Premio Primavalle e fu irregolare: rottura di galoppo, prova compromessa, squalifica. Eppure proprio quel recupero impressionò chi lo guardava da bordo pista. Poche settimane dopo sarebbe arrivato l’acquisto da parte di Enzo Giordano, che lo affidò al trainer finlandese Jori Turja e al driver Giampaolo Minnucci, il binomio tecnico che lo avrebbe accompagnato verso il vertice. Minnucci, in una testimonianza rilasciata anni dopo, ha ricordato di aver convinto Giordano a comprarlo, raccontando che quel cavallo “lo guardò” come se avesse già capito tutto prima degli uomini. È uno di quei passaggi che spiegano perché il mito di Varenne nasca anche da un’intuizione, non solo da un cronometro. 

Per chi oggi voglia rileggere quella nascita agonistica in chiave quasi cinematografica, il materiale esiste davvero: il sito ufficiale di Varenne conserva l’elenco completo delle corse e una sezione con replay e video storici, utili a ricostruire il passaggio dal puledro grezzo al campione compiuto. Non è un dettaglio marginale: nel caso di Varenne, l’archivio audiovisivo è parte della memoria pubblica del personaggio. 

2. Il Derby del 1998: la prima consacrazione nazionale

La seconda tappa decisiva arriva pochi mesi dopo. L’11 ottobre 1998, a Roma, Varenne vince il Derby italiano del trotto in 1.13.9 sui 2100 metri: è la sua prima consacrazione vera, il momento in cui il talento smette di essere promessa e diventa gerarchia. L’albo d’oro ufficiale del Derby lo registra come vincitore di quell’edizione, e la scheda completa delle sue corse lo indica come il successo più pesante della prima fase di carriera. Quella vittoria, riletta a posteriori, ha anche un valore simbolico: mette l’Italia davanti al suo futuro campione proprio nella corsa più identitaria del calendario nazionale. 

Esiste anche un video ancora facilmente rintracciabile di quel Derby, diventato negli anni un oggetto di culto per appassionati e nostalgici. Rivederlo oggi serve a capire una cosa che i numeri da soli non raccontano: Varenne non correva soltanto per vincere, ma per imporre una presenza. Aveva già quella capacità rara di far percepire la corsa come un momento definitivo, quasi rituale.

3. Agnano 2000: il Lotteria che lo consegna al grande pubblico

Se il Derby lo legittima tra gli addetti ai lavori, il Gran Premio Lotteria di Agnano del 2000 lo consegna a una popolarità più larga. La corsa napoletana, nella storia del trotto italiano, pesa come un rito civile oltre che sportivo, e Varenne la vince tre volte consecutive: 2000, 2001 e 2002. La prima affermazione è quella che cambia la percezione collettiva: da campione in crescita a cavallo da evento nazionale. Il sito ufficiale del Gran Premio Lotteria e la documentazione storica del Comune di Napoli indicano con chiarezza questa tripla egemonia, ricordando anche il record della pista e della corsa, 1.10.8, fissato da Varenne il 5 maggio 2002.

È anche il passaggio in cui si definisce il personaggio pubblico, “il Capitano”, sostenuto da una popolarità trasversale che travalica l’ippica. La campagna di immagine citata nelle fonti storiche del Lotteria e i ricordi successivi di molti protagonisti spiegano bene il fenomeno: Varenne diventa riconoscibile anche per chi non frequenta gli ippodromi. In un settore spesso confinato al suo pubblico specialistico, lui riesce a bucare la nicchia. 

4. Vincennes 2001: il Prix d’Amérique che rimette l’Italia al centro

La quarta tappa è forse quella più emotiva per l’ippica italiana: il 28 gennaio 2001 Varenne vince il Prix d’Amérique a Vincennes, la corsa-faro del trotto europeo. Il sito ufficiale di Varenne ricorda quell’impresa come una data storica per i colori italiani, sottolineando l’attesa di oltre mezzo secolo per un successo di questo peso. La sua scheda internazionale, inoltre, colloca proprio quella vittoria al centro della mutazione del suo status: non più semplice dominatore nazionale, ma leader mondiale. 

La portata di Vincennes si misura in due modi. Il primo è tecnico: Varenne vince la corsa che più di tutte certifica durezza, regolarità e tenuta mentale. Il secondo è simbolico: l’Italia del trotto, che per anni aveva inseguito i grandi poli francesi e scandinavi, torna improvvisamente al centro della scena con un cavallo nato e allevato a Copparo. Per questo, nel racconto di Varenne, il Prix d’Amérique 2001 resta il punto in cui la leggenda smette di essere soltanto italiana. 

5. Stoccolma 2001: l’Elitloppet e il duello che ne fissa il mito internazionale

Quattro mesi dopo arriva la corsa che molti considerano la più spettacolare della sua carriera. Il 27 maggio 2001, a Solvalla, Varenne vince l’Elitloppet in 1.10.7 nella finale, battendo il fuoriclasse svedese Victory Tilly in quello che le fonti ufficiali dell’evento e il sito di Varenne descrivono come un confronto epocale. L’Elitloppet registra quel successo con tutti i riferimenti tecnici: Giampaolo Minnucci in sulky, Jori Turja allenatore, Scuderia Dany proprietaria, 1609 metri da dominare sulla pista più iconica del Nord Europa. 

È qui che Varenne diventa davvero un cavallo globale. Non tanto per la vittoria in sé, quanto per il modo in cui la ottiene: in una corsa breve, nervosa, iper-competitiva, contro un avversario amatissimo dal pubblico di casa. Le fotografie d’archivio di agenzia e i replay oggi disponibili mostrano bene l’atmosfera di quella giornata: Varenne non si limita a vincere, si prende la scena internazionale nel luogo meno disponibile a concedergliela. 

6. Meadowlands 2001: la conquista americana e il record del mondo

La sesta tappa è la più clamorosa sul piano della risonanza globale. Il 28 luglio 2001, al Meadowlands, Varenne vince la Breeders Crown Open Trot da 1 milione di dollari in 1:51.1, tempo che allora vale il record mondiale sul miglio e che sancisce anche un primato storico: è il primo trottatore europeo a conquistare quella prova negli Stati Uniti. La documentazione ufficiale del New Jersey Racing Commission e gli indici storici della Breeders Crown registrano la prestazione come una delle più memorabili di sempre; il replay pubblicato da Meadowlands Racing & Entertainment su YouTube conserva ancora oggi tutta la forza di quell’esibizione. 

È il passaggio che chiude ogni discussione sul suo rango. Nel 2001 Varenne mette in fila Prix d’Amérique, Lotteria, Elitloppet e Breeders Crown: il sito ufficiale del cavallo lo definisce l’unico trottatore capace di vincere nello stesso anno le grandi corse cardine di Europa e Stati Uniti. In quel momento il campione italiano non è più soltanto il migliore della sua generazione: diventa un’eccezione storica nel modo in cui unifica mondi che, nel trotto, raramente si lasciano dominare dallo stesso cavallo. 

7. Il bis del 2002 e l’addio alle corse: quando la leggenda smette di essere un presente

L’ultima tappa della carriera non coincide con un solo giorno, ma con un’intera stagione. Nel 2002 Varenne riesce a ripetersi: vince ancora il Prix d’Amérique, ancora il Lotteria, ancora l’Elitloppet. In estate firma un altro squillo mondiale, il record di 1.09.3 nello St. Michel Race di Mikkeli, in Finlandia, davanti a 27 mila spettatori, come ricorda il sito ufficiale internazionale del cavallo. Poi arriva il congedo: la carriera agonistica si chiude il 28 settembre 2002 a Montréal, al termine del tour mondiale che le ricostruzioni concordano nel considerare il sipario definitivo sulla sua vita da atleta. 

I numeri finali spiegano il resto: 62 vittorie in 73 corse, oltre 6 milioni di euro vinti, successi in sette Paesi e su due continenti, titoli di Cavallo dell’anno in Italia, Francia e Stati Uniti. Nel 2010 è stato inserito nella Harness Racing Museum & Hall of Fame di New York, riconoscimento eccezionale per un campione europeo. Dopo il ritiro del 2002, Varenne ha avuto anche una lunga e influente carriera da stallone, con migliaia di figli registrati secondo le ricostruzioni giornalistiche più accreditate, diventando un riferimento anche fuori dalla pista. 

Se oggi il suo racconto continua a funzionare anche per chi non ha mai letto un programma corse, è perché Varenne teneva insieme due dimensioni che raramente coincidono: la precisione dei numeri e l’emozione del personaggio. Giampaolo Minnucci, che con lui ha formato uno dei binomi più forti dell’ippica moderna, lo ha definito il cavallo che gli ha cambiato la vita; e in questa formula c’è probabilmente il nucleo più vero della sua eredità. Varenne ha cambiato la vita ai suoi uomini, ha cambiato la scala del trotto italiano e ha cambiato il modo in cui un cavallo poteva entrare nell’immaginario popolare. Per questo la sua morte chiude una presenza fisica, ma non chiude il racconto. Le sette tappe della sua carriera restano lì, ancora visibili, tra archivi, fotografie, video e testimonianze: non come reperti, ma come prove di una superiorità che il tempo non ha cancellato.