L'evento
Tra fischi e canestri, l’empatia al centro del confronto: a Priolo arbitri e protagonisti della Trogylos raccontano il basket
Al Teatro Greco Café un convegno dedicato al rapporto tra arbitri, atleti e allenatori. Protagonisti i fratelli Manuel, Marco e Luca Attard, tutti in Serie A, e nella seconda parte Sofia Vinci, Susanna Bonfiglio e Santino Coppa. L’iniziativa è stata organizzata dall’UNVS “Beppe Forti” di Siracusa
Il basket come luogo di confronto, ascolto e crescita. È stato questo il filo conduttore del convegno “Tra fischi e canestri: l’empatia fra atleta e arbitro”, ospitato al Teatro Greco Café di Priolo e moderato dal giornalista Manuel Bisceglie.
Una serata che ha messo a confronto il mondo arbitrale e quello degli atleti e degli allenatori, con l’obiettivo di raccontare come sia cambiato negli anni il rapporto tra chi dirige una partita e chi la vive sul campo. Al centro della prima parte dell’incontro i tre arbitri priolesi di basket della massima serie, i fratelli Manuel, Marco e Luca Attard. Un caso quasi unico nel panorama cestistico italiano, reso ancora più significativo dal recente approdo di Luca in Serie A.
Ad aprire i lavori è stato il saluto del sindaco di Priolo, Pippo Gianni, che ha rivolto un applauso al giovane arbitro, sottolineando il valore del traguardo raggiunto e la difficoltà di affermarsi in una famiglia nella quale anche due fratelli maggiori hanno già raggiunto i vertici dell’arbitraggio. Un risultato che, come è stato ricordato durante il convegno, riguarda un numero ristretto di ufficiali di gara e che Luca ha definito «quasi irreale», soprattutto pensando agli anni dell’infanzia, quando guardava in televisione i grandi giocatori e immaginava, un giorno, di poter essere presente su quei campi.
L’arbitro non è più una figura distante
Il tema dell’empatia è stato sviluppato innanzitutto dagli arbitri. Nel corso degli interventi è emersa la differenza tra il basket di ieri e quello di oggi. Un tempo l’arbitro veniva percepito come un’entità separata, quasi irraggiungibile, mentre oggi il rapporto con giocatori e allenatori è basato maggiormente sul dialogo e sulla capacità di spiegare le decisioni.
Agli arbitri viene chiesto di comprendere le situazioni, di comunicare in modo efficace e di mantenere la giusta sintonia con tutti i protagonisti della gara, soprattutto nei momenti di pausa e nelle fasi più delicate dell’incontro. Non si tratta, però, di rinunciare all’autorevolezza, bensì di esercitarla attraverso un atteggiamento equilibrato, capace di distinguere la protesta impulsiva dal confronto costruttivo.
Particolare attenzione è stata dedicata alla comunicazione non verbale. Il linguaggio del corpo, il tono della voce e il modo di porsi possono risultare determinanti per evitare che una decisione venga percepita come una provocazione. Spiegare un fischio, anziché limitarsi a imporlo, può contribuire a stemperare la tensione e a mantenere la partita nei binari della correttezza.
Gli arbitri hanno raccontato quanto sia complesso rapportarsi con giocatori esperti, protagonisti della Serie A, dell’Eurolega e delle competizioni internazionali. Ogni atleta reagisce in modo diverso: c’è chi ha bisogno di una spiegazione immediata e chi, invece, deve prima lasciar decantare la propria reazione. Per questo l’arbitro deve saper leggere non soltanto l’azione di gioco, ma anche la personalità di chi ha di fronte.
Studio, preparazione e conoscenza dei giocatori
Un altro aspetto emerso durante il confronto è quello della preparazione che precede ogni gara. Il pubblico, spesso, vede soltanto il momento del fischio, ma dietro una partita di alto livello c’è un lavoro di studio molto articolato.
Gli arbitri analizzano i giocatori, gli allenatori, le dinamiche tattiche e i comportamenti delle squadre. Particolare attenzione viene riservata agli atleti stranieri, che spesso arrivano in Italia senza essere conosciuti dagli ufficiali di gara. Anche la lingua può diventare un elemento da considerare: una parola utilizzata in modo improprio o una comunicazione poco chiara rischiano di essere interpretate diversamente, generando incomprensioni.
Conoscere in anticipo le caratteristiche dei giocatori consente quindi di gestire meglio le situazioni di campo e di instaurare una relazione più efficace. L’empatia, è stato sottolineato, non significa essere indulgenti, ma conoscere le persone con le quali si interagisce e scegliere di volta in volta il modo più corretto per comunicare.
Tre fratelli, tre personalità diverse
Spazio anche alla storia dei fratelli Attard, che hanno condiviso un lungo percorso nel mondo della pallacanestro, pur mantenendo ciascuno la propria identità.
Marco ha ricordato l’emozione provata dalla famiglia quando Luca ha ricevuto la comunicazione della promozione in Serie A. «Tre su poco più di trenta» è stato il senso del ragionamento: un traguardo raro, quasi impossibile da immaginare, raggiunto da tre fratelli provenienti dalla stessa realtà.
La somiglianza fisica può trarre in inganno, ma sul terreno di gioco ognuno conserva il proprio stile. C’è chi interpreta la gara con maggiore severità, chi comunica in modo più diretto e chi preferisce un approccio più dialogante. Anche la corsa, il posizionamento e la lettura delle situazioni possono essere differenti.
Da qui l’invito rivolto ai giovani arbitri e, più in generale, a tutti coloro che praticano sport: osservare i migliori, imparare dagli altri e cercare di assimilare ciò che di buono hanno da offrire, senza però tentare di copiarli. L’esperienza altrui può essere una fonte di ispirazione, ma il percorso di crescita deve portare ciascuno a costruire una propria identità.
L’esperienza da giocatori aiuta a leggere il gioco
Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il passato da giocatori dei fratelli Attard, che hanno mosso i primi passi alla Salusport e la Trogylos Priolo, vivendo dall’interno la realtà degli allenamenti e delle partite.
Quell’esperienza, è stato spiegato, si è rivelata preziosa nel momento in cui hanno intrapreso la carriera arbitrale. Aver giocato permette infatti di comprendere meglio i movimenti degli atleti, la lettura degli schemi, le difficoltà di una determinata situazione e le reazioni emotive che possono accompagnare un contatto o una decisione arbitrale.
Il passaggio definitivo all’arbitraggio nazionale ha poi imposto una scelta. Gli impegni sempre più numerosi, le trasferte, la scuola, gli allenamenti e le partite rendevano difficile proseguire contemporaneamente entrambe le strade. La decisione di lasciare il campo da giocatori ha rappresentato un passaggio importante, ma ciò che è stato appreso sul parquet continua ancora oggi a essere utilizzato durante la direzione delle gare.
Il pubblico come energia, non soltanto come pressione
Un altro tema affrontato è stato il rapporto con il pubblico. Arbitrare davanti a migliaia di spettatori può generare pressione, ma può anche rappresentare una fonte di energia e concentrazione.
Nel corso degli interventi è stato ricordato come, paradossalmente, una palestra poco affollata possa risultare più complicata da gestire: in un ambiente silenzioso si percepisce ogni parola e ogni protesta, mentre nei grandi palazzetti il rumore della tifoseria diventa una componente generale dell’evento.
I campi storici della Serie A, con il loro pubblico appassionato, obbligano tutti a mantenere un livello di attenzione elevatissimo. Un errore, anche minimo, può essere immediatamente percepito. Ma proprio la presenza dei tifosi, con il loro entusiasmo, contribuisce a creare quell’adrenalina che rende il basket uno spettacolo e può aiutare l’arbitro a restare concentrato.
È stato ricordato anche il periodo delle partite a porte chiuse durante l’emergenza sanitaria: giocare e arbitrare senza pubblico ha mostrato quanto il calore degli spettatori sia parte integrante dell’esperienza sportiva.
Il rispetto continua anche dopo il fischio finale
La relazione tra arbitri e giocatori, secondo quanto emerso dal dibattito, non si esaurisce con la sirena finale. Al termine delle partite gli atleti si avvicinano spesso agli arbitri per un saluto, indipendentemente dal risultato.
In alcuni casi, nelle gare successive, può capitare che un giocatore torni su un episodio contestato in precedenza. Il confronto, però, può avvenire con serenità, senza trasformarsi in una polemica. Anche questo rappresenta un segnale del cambiamento culturale in atto nella pallacanestro: il rispetto dei ruoli non esclude il dialogo.
A dimostrazione della reciproca attenzione, è stato ricordato che anche i giocatori studiano gli arbitri e conoscono alcuni momenti significativi della loro carriera. In un’occasione, gli atleti hanno rivolto i complimenti a un arbitro per la sua trecentesima partita in Serie A. Un gesto semplice, ma particolarmente significativo per chi, da ragazzo, sognava di poter arrivare a dirigere le gare dei più grandi campioni.
Il ricordo della Trogylos e il futuro del basket a Priolo
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La parte dedicata agli arbitri ha lasciato spazio a una riflessione sul legame con la storia cestistica di Priolo e sulla nostalgia per la Trogylos, società che ha rappresentato un punto di riferimento per intere generazioni.
Manuel Attard ha ricordato il rapporto personale e familiare con quella realtà, gli allenamenti condivisi, le partite preparate insieme e il clima che si viveva attorno alla squadra. Un legame fatto di ricordi, amicizie e passione, ma anche la consapevolezza che il passato deve diventare una base per costruire il futuro.
L’auspicio espresso è che le nuove generazioni possano tornare a vivere emozioni paragonabili a quelle che hanno accompagnato la storia della Trogylos. Non necessariamente ripetendo gli stessi risultati, considerati il frutto di anni di lavoro e di una straordinaria combinazione di competenze e passione, ma creando nuove realtà capaci di coinvolgere bambini e ragazzi.
In questo senso sono state citate le esperienze attualmente presenti sul territorio: il lavoro di Alessandro Agosta ad Avola, l’attività della Siracusa Basket, guidata dalla presidente Elisabetta Caracò, e l’impegno della Salusport Priolo, con Sofia Adorno e Gino Coppa. Realtà diverse, ma unite dalla volontà di mantenere vivo il movimento cestistico locale.
Il contributo delle protagoniste della Trogylos
La seconda parte del convegno ha visto protagoniste alcune figure che hanno scritto pagine importanti della storia della Trogylos Priolo: le ex capitane Sofia Vinci e Susanna Bonfiglio, insieme al coach Santino Coppa.
Susanna Bonfiglio, ricordando gli anni trascorsi in Sicilia, ha sottolineato il legame profondo con la comunità priolese. Pur essendo originaria di un’altra realtà, ha spiegato di essersi sentita accolta come in una famiglia, vivendo a Priolo una parte fondamentale della propria vita sportiva e personale.
Dal suo punto di vista, il rapporto tra giocatrici e arbitri era molto diverso rispetto a oggi. In campo non era pensabile discutere con gli ufficiali di gara o avvicinarsi a loro per chiedere spiegazioni. Anche una semplice reazione poteva essere interpretata negativamente. Per questo Bonfiglio ha accolto con favore l’evoluzione del rapporto tra arbitri, atleti e allenatori, definendola una trasformazione positiva e auspicando di aver potuto vivere da giocatrice una relazione più aperta e dialogante.
Sofia Vinci ha ricordato invece il proprio lungo legame con la società, iniziato sin dalla nascita e proseguito per decenni, prima come giocatrice e poi anche in veste dirigenziale. Una presenza costante accanto alla squadra, maturata nell’arco di numerosi campionati consecutivi disputati ai massimi livelli.
Anche Vinci ha confermato come in passato il rapporto con gli arbitri fosse improntato a una maggiore distanza. Al tempo stesso, ha raccontato di aver sempre cercato di mantenere un atteggiamento corretto nei confronti della categoria arbitrale, ricevendo, al termine della propria carriera, i complimenti e il ringraziamento del responsabile degli arbitri proprio per il comportamento tenuto nel corso degli anni.
Premi e riconoscimenti
Durante il convegno sono stati consegnati alcuni riconoscimenti ai tre arbitri priolesi Manuel, Marco e Luca Attard, celebrati per il loro percorso e per i valori rappresentati attraverso il basket.
La motivazione ha richiamato i principi della competenza, del rispetto, della passione, del sacrificio e della cultura sportiva, evidenziando il contributo offerto alla diffusione, soprattutto tra le nuove generazioni, del significato più autentico dello sport.
A Susanna Bonfiglio e Sofia Vinci è stato inoltre rivolto un omaggio floreale da parte di Turuzzo Arena, fratello di Pippo Arena, storico factotum della società priolese. Un gesto simbolico per celebrare due protagoniste indiscusse della storia della Trogylos e del basket femminile italiano.
Una serata nel segno della memoria e della partecipazione
All’iniziativa hanno partecipato il presidente dell’UNVS Siracusa Nuccio Porchia, il consigliere nazionale e prossimo vicepresidente Filippo Muscio, Piero Risuglia dell’UNVS e Gaetano Caserta, presidente del Panathlon Siracusa.
Presenti anche l’ex campione cestistico siracusano Sandro Agosta, la Siracusa Basket con la presidente Elisabetta Caracò e la Salusport Priolo con Sofia Adorno e Gino Coppa.
Il convegno ha offerto uno spaccato sul basket visto da prospettive diverse, ma profondamente collegate. Arbitri, giocatori, allenatori e dirigenti hanno raccontato esperienze, difficoltà e cambiamenti, dimostrando come la pallacanestro non sia soltanto tecnica e competizione, ma anche capacità di ascoltare, comprendere e rispettare l’altro.
Perché, al di là del risultato e del rumore del pubblico, ogni partita resta soprattutto un incontro tra persone.