Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
3 settembre 2026 - Aggiornato alle 17:49
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

L'INTERVISTA

Costanza Verona, da Palermo alla WNBA: «In Sicilia il talento resta ingabbiato»

La playmaker palermitana racconta la scalata che l'ha portata negli Usa con un development contract. Tra i sacrifici in palestra a 40 gradi e l'eredità di mamma Simona Chines

03 Settembre 2026, 15:40

15:41

Costanza Verona, da Palermo alla WNBA: «In Sicilia il talento resta ingabbiato»

Lasciare la Sicilia: una scelta difficile ma inevitabile per chi ha «delle ambizioni», per citare un celebre passaggio de La meglio gioventù. Per la playmaker palermitana, approdata da pochi mesi nel tempio della WNBA tra le stelle del basket planetario, quella partenza era il prezzo da pagare per inseguire un talento che a casa rischiava di restare ingabbiato. Un salto nel vuoto verso un mondo sportivo all'opposto per cultura e ritmi, dove la grinta costruita sotto il sole dell'Isola è diventata la sua arma in più.

Palermo, Battipaglia, Schio e ora Dallas. Suona così la scalata al sogno coronato da Costanza Verona. Dalle macchinate infinite sulle provinciali siciliane, tra tornanti e quattro ore di viaggio per una partita giovanile a Ragusa o Enna, fino ai rettilinei a sedici corsie della Interstate 30, l'infinita freeway che sfreccia da Arlington, in cui Costanza gioca le partite casalinghe, al centro di Dallas. Nel tragitto, la cestista classe 1999 ha portato a casa tre Scudetti, cinque Coppe Italia, tre Supercoppe, uno storico bronzo in EuroLega e con le azzurre l’oro all’Europeo Under 20 in Repubblica Ceca nel 2019.

Adesso ‘Cocca’ è pronta ad indossare la casacca azzurra in vista dei Mondiali in Germania, in programma dal 4 al 13 settembre. Per l’ultimo mondiale giocato dalle azzurre bisogna tornare indietro di 32 anni, all’estate 1994 in Australia.

A 17 anni sei andata a Battipaglia, poi al Nord Italia e infine l'America. Insomma, per chi ha talento in Sicilia andarsene è una scelta obbligata?

«Sì, lo consiglierei, a meno che non ci sia una realtà locale che ti permetta di competere già ad alto livello. Nel mio caso non c'era: giocavo a Palermo in A2 e, quando è arrivata la chiamata dalla Serie A1, ho capito che dovevo coglierla. Ma è stato così anche a livello giovanile: in Sicilia eravamo pochissime squadre, e quando andavamo in trasferta per affrontare le squadre del Centro/Nord Italia nei tornei interzona perdevamo sempre di 40 punti. Questa frustrazione mi ha dato la spinta decisiva. A Battipaglia, infatti, sono poi riuscita a vincere uno Scudetto Under 20 e a fare una finale Under 18 contro Venezia».

Dal tuo punto di vista, da cosa deriva questa mancanza del basket siciliano?

«Non so se sia solo una questione di strutture o se manchi proprio la cultura del sacrificio, la capacità di lavorare davvero duro. L’ho notato moltissimo in America, che è un pianeta a parte. Io sono partita dalla Sicilia per andare al Nord Italia dove c'è già un livello superiore, ma quando arrivi negli Stati Uniti ti rendi conto che lì hanno una mentalità opposta. L'unico obiettivo che hanno fin da quando sono bambini è diventare giocatrici WNBA, infatti, già da ragazzi iniziano ad allenarsi regolarmente alle cinque del mattino».

Far parte del mondo WNBA con un ‘development contract’: come si vive un’avventura di questo tipo a Dallas?

«Questo contratto mi permette di allenarmi costantemente con la squadra, viaggiare e vivere ogni momento con loro, insieme al gruppo, anche se da regolamento non posso giocare tutte le partite, solo 12. Sono estremamente soddisfatta, allenarsi a questi livelli ti stimola in modo incredibile e ti spinge ad alzare l'asticella ogni giorno. Da palermitana so bene che qualsiasi traguardo io abbia conquistato nella mia carriera è stato solo ed esclusivamente frutto del duro lavoro, per questo oggi mi fa immensamente piacere sapere di poter essere un'ispirazione per tante giovani giocatrici siciliane. Le differenze a livello tecnico? Qui è un basket basato quasi interamente sull'uno contro uno e sull'atletismo. Lavorano in modo maniacale sui fondamentali del singolo (skills) e in partita sfruttano molto le giocate individuali per risolvere le situazioni complesse. In Europa, invece, siamo molto più tattici, più focalizzati sulla costruzione del gioco collettivo e sulla squadra».

Che routine segui a Dallas rispetto a quando sei a Palermo? Quante sessioni fai al giorno?

«A Dallas l'allenamento di squadra di solito è dalle 11:00 alle 13:00. Di solito arrivo verso le 10:00, per fare un'ora di lavoro individuale preliminare, e dopo la sessione collettiva andare in sala pesi, restando lì fino alle 15:00. Alla fine di ogni allenamento la mente va subito a quello successivo. Quando sono a Palermo la routine è simile, ma cambiano i mezzi: A Dallas ci sono almeno due allenatori dedicati a ciascuna giocatrice, uno per ogni specifico aspetto da curare».

Dovesse decollare la tua carriera oltreoceano quanto sentiresti la mancanza della tua terra?

«La Sicilia è casa mia, ci sono la mia famiglia e le mie radici, anche se sono ormai dieci anni che vivo fuori. Non so se riuscirei a tornarci a vivere tutto l'anno, perché ormai la maggior parte dei miei affetti è al Nord. Certo, la mia famiglia mi manca tantissimo, specialmente nei mesi estivi: di solito è il periodo in cui torno a casa per staccare e fare un bagno al mare dopo gli allenamenti, mentre stavolta è la prima volta in cui non riesco a rientrare ed è l'aspetto più pesante».

Se dovessi chiudere gli occhi e pensare al ricordo di Palermo, ai sacrifici fatti per arrivare fino a qui, qual è il primo dettaglio che ti viene in mente?

«Le ore passate in palestra con mia madre a Borgo Ulivia, con 45 gradi all'ombra. O anche gli ultimi anni con il mio allenatore individuale a Palermo Mattias. D'estate ci alleniamo a temperature estreme, a livelli quasi incomprensibili, Non è facile trovare un palazzetto libero a luglio o agosto e spesso devi accontentarti degli unici orari disponibili, magari all'una di pomeriggio con 40 gradi».

Nel tuo caso, però, quell'impronta di lavoro e dedizione ti è stata trasmessa direttamente in casa.

«Assolutamente. Ho avuto la fortuna di avere mia madre, Simona Chines, che è stata una giocatrice e sa bene quanto lavoro serva dietro le quinte, quindi mi ha spinto tantissimo. Senza quell'etica del lavoro non sarei mai emersa dalla Sicilia. Negli States le ragazzine crescono guardando in tv i propri idoli, io ce l’avevo in casa, mamma mi ha trasmesso quella determinazione che mi spinge a dire ogni giorno: "Ok, alzo ancora l'asticella, faccio quell'ora di lavoro in più". È una mentalità che nel mio piccolo ho sempre avuto: per conquistare la Nazionale ho dovuto guadagnarmi ogni centimetro e continuo a farlo, perché non mi sento affatto arrivata».

Qual è l'insegnamento più grande che ti ha lasciato tua madre e che porti sempre con te sul parquet?

«Mia madre è una delle persone più determinate che conosca. L'ho vista prendere un'infinità di porte in faccia, ma sempre reagendo con il sorriso e lavorando duro per andare avanti. Mi ha insegnato con i fatti che di fronte alle difficoltà non bisogna mai fermarsi e che con il sacrificio i risultati arrivano. Ancora oggi è la mia prima sostenitrice, lei, mio padre e mia sorella sono davvero la mia forza più grande».

Ora ti attende la maglia azzurra della Nazionale per i mondiali in Germania, il 4 settembre.

«Siamo molto concentrate e cariche. Sono 32 anni che l'Italia non gioca un Mondiale, quindi avvertiamo la responsabilità ma vogliamo affrontare partita dopo partita per continuare a sognare. Il gruppo è composto in gran parte da giocatrici di Schio e Venezia, ci conosciamo a memoria. Spero di dare il mio contributo con la mia personalità, in attacco come in difesa, e con l'esperienza accumulata in questi mesi in WNBA».