Calcio
L'Enna che fu: dieci anni di rivoluzioni, crescita e (oggi) rimpianti
Stompo e Montesano, bilanci e accuse rispedite al mittente in una fase molto delicata del club gialloverde
C'è un momento, nella storia di ogni società di calcio, in cui ci si accorge di aver perso qualcosa di enorme solo quando quel qualcosa non c'è più. È esattamente ciò che sta accadendo in queste settimane a Enna, dove la nuova stagione si è aperta tra difficoltà, incertezze e un coro sempre più forte di rimpianti verso chi, fino a poco tempo fa, veniva persino criticato.
Dieci anni. Un decennio intero nelle mani di due uomini, Luigi Stompo e Fabio Montesano, che con ostinazione, sacrificio e visione hanno trasformato l'Enna calcio da realtà di provincia a modello di riferimento. Una società professionistica in un contesto (e con una cultura) difficile ma per tante altre cause. E oggi, a distanza di pochi mesi dal loro addio, la città sembra essersi svegliata da un sonno lungo dieci anni, accorgendosi soltanto ora di ciò che aveva.
LE MACERIE CHE NON ESISTONO
Qualcuno ha parlato di "macerie". Un'eredità pesante, un peso da portare, un problema da risolvere. Ma i numeri, quelli veri, raccontano tutt'altra storia. In una diretta web con il blogger Gian Paolo Montineri che ha smosso l'opinione pubblica locale e non solo, i due ormai ex dirigenti hanno rispedito al mittente le accuse, carte alla mano, dimostrando con dati e fatti concreti che quella lasciata non era affatto un'eredità di macerie (probabilmente le vere macerie furono quelle che ereditarono i due ex dirigenti dieci anni fa quando a Enna mancava tutto e non solo sotto l'aspetto sportivo), bensì una vera e propria "cattedrale sportiva" costruita mattone dopo mattone.
Due stagioni consecutive in Serie D. E non una salvezza raggiunta col brivido dei play out, ma conquistata sul campo, con merito, con programmazione. Un traguardo che tante piazze ben più blasonate hanno sognato e non raggiunto (basti pensare alle retrocessioni di società come Acireale e Messina).
I TALENTI CHE HANNO FATTO SOGNARE L'ITALIA DEL CALCIO
E poi c'è il capitolo più emozionante di questa storia: il vivaio. Sotto la gestione Stompo-Montesano, l'Enna non si è limitata a sopravvivere: ha formato, valorizzato, lanciato. Provando anche a guardare al prodotto locale ma - si sa - quando il livello sale, non è facile e scontato trovare in casa ciò che si vuole. E' una legge non scritta di questo sport e chi ha puntato il dito anche verso questo aspetto (contestando pure le scelte sullo staff tecnico non strettamente locale) probabilmente non ha idea di come funzionino determinate società (oggi vere e proprie aziende nel semi-professionismo) a certe latitudini.
Distratto, il funambolico esterno d'attacco che nessuno conosceva, oggi è diventato protagonista a Barletta in Serie C. Idem per i fratelli gemelli Tchaouna, addirittura a Catanzaro, in Serie B, nel palcoscenico dei grandi. Solo per citare i recenti, naturalmente, con nomi che portano ancora oggi, ovunque vadano, cucito addosso il marchio di una città che ha creduto in loro prima di tutti gli altri.
IL GAETA CHE RINASCE, CASA ENNA CHE STUPISCE
Chi conosce la storia recente del calcio siciliano sa bene cosa significasse, fino a poco tempo fa, il termine "impianti fatiscenti". Eppure lo stadio Gaeta, vetusto, consumato da decenni di usura e incuria, è stato reso idoneo alle gare di Quarta Serie. Un'impresa quasi impossibile, resa tale solo da un lavoro certosino, silenzioso, fatto di collaboratori fidati, di una amministrazione comunale al proprio fianco e di una programmazione meticolosa che ha toccato ogni singolo aspetto della macchina societaria, fino al settore giovanile.
E se questo non bastasse, ecco Casa Enna: la foresteria trasformata (oggi messa in risalto per alcune criticità che il tempo non perdona), due anni fa, in un vero e proprio quartier generale. Una struttura che, per qualità e visione, non avrebbe sfigurato nemmeno tra i club più blasonati del calcio professionistico. Un dettaglio che, in tanti, nemmeno tra i grandi nomi del pallone italiano, possono vantare.
PROFETI SENZA PATRIA
"Nessuno è mai stato profeta in patria." Non è mai stata una frase più azzeccata di così. Perché mentre altrove — nel resto d'Italia, negli ambienti calcistici che contano — il lavoro di Stompo e Montesano veniva osservato con ammirazione e rispetto (quando la società lanciò l'azionariato diffuso, modello più unico che raro in Italia, se ne parlò anche fra i principali network nazionali grazie anche alla prima sottoscrizione, la campionessa di scherma e allora parlamentare Valentina Vezzali), nella loro stessa città non sempre hanno ricevuto il riconoscimento che meritavano.
Progetti sociali, attività con le scuole, l'ospedale, una collaborazione certosina con l'Università Kore di Enna, una web tv in streaming che ha raccontato la squadra giorno dopo giorno, un legame col territorio costruito con pazienza e dedizione totale, grazie ad una rete di collaboratori che hanno trasformato il sodalizio sportivo in una vera e propria famiglia: una macchina perfetta, insomma, fra ruoli, competenze, professionalità ma soprattutto una caratteristica comune, la passione e la voglia di spendersi per quella causa. E rimboccarsi le maniche nei momenti di difficoltà (che esistono ovunque e nelle migliori famiglie), in silenzio ma con raziocinio, senza clamori ma con lo spirito di chi vuol rimettere in piedi la macchina.
Oggi, però, la narrazione sta cambiando. E cambia perché, come sempre accade, è nell'assenza che si misura davvero il valore di chi c'era.
DUE VISIONARI, UNA CAUSA SOLA
Hanno dato tutto. Hanno sacrificato tutto. Non per un ritorno personale, non per la gloria, ma per una causa diventata, col tempo, identitaria: l'Enna calcio come simbolo di appartenenza, come punto di riferimento per un'intera comunità. Due "pazzi visionari", li hanno definiti. Ma la follia, quando genera promozioni evitando i play out, lancia talenti in Serie B e C, rinnova stadi e costruisce infrastrutture da far invidia ai professionisti, ha un altro nome: si chiama amore. Quello vero, quello che si vede solo quando manca.
Enna oggi guarda a quei dieci anni con occhi diversi. E forse, tra le difficoltà di questo inizio di stagione, la domanda più onesta da porsi non è cosa hanno sbagliato Stompo e Montesano, ma cosa la città non ha saputo riconoscere finché era ancora possibile farlo.