Il campione
Sandro Mazzola se ne va a 83 anni nel giorno in cui San Siro compie cent’anni
Una di quelle coincidenze che sembrano scritte dal calcio
Sandro Mazzola se ne va a 83 anni nel giorno in cui San Siro compie cent’anni. È una di quelle coincidenze che sembrano scritte dal calcio. Il 19 settembre 1926 quello stadio apriva per la prima volta le sue porte con un derby tra Milan e Inter. Esattamente un secolo dopo scompare uno degli uomini che più di altri ne ha abitato la storia. Per Mazzola San Siro non fu soltanto uno stadio. Fu il luogo dei derby e degli scudetti, delle domeniche della Grande Inter, delle notti di Coppa dei Campioni. Il posto in cui, per quasi vent’anni, un bambino cresciuto con il peso di un cognome immenso diventò semplicemente Sandro. Se ne va uno dei simboli assoluti dell’Inter e del calcio italiano. Aveva perso papà Valentino a Superga quando era ancora un bambino, poi aveva costruito una storia tutta sua: 565 partite ufficiali con una sola maglia, 161 gol secondo il conteggio dell’Inter, due Coppe dei Campioni, quattro scudetti, due Coppe Intercontinentali, l’Europeo con l’Italia, la “rivalità” con Rivera.
Il cognome lo aveva ricevuto. Il nome dovette conquistarselo. Perché nascere Mazzola nell’Italia del dopoguerra significava nascere dentro una leggenda. E quando quella leggenda si chiamava Valentino, capitano del Grande Torino, scomparso a Superga quando Sandro aveva appena sei anni, quel cognome poteva diventare un peso enorme. Non cercò mai di liberarsi della memoria del padre. Fece qualcosa di più difficile, costruì accanto alla storia di Valentino una storia che non aveva più bisogno di paragoni. Lo fece con la maglia dell’Inter, l’unica indossata in tutta la carriera di club. Lo fece nella Grande Inter di Helenio Herrera. Lo fece soprattutto a Vienna, il 27 maggio 1964, quando segnò due volte al Real Madrid di Di Stéfano, Puskás e Gento nella finale della Coppa dei Campioni.
Alessandro Mazzola era nato a Torino l’8 novembre 1942. Aveva sei anni quando, il 4 maggio 1949, l’aereo del Grande Torino si schiantò contro la basilica di Superga. Tra le vittime c’era suo padre Valentino. Sandro lo avrebbe conosciuto soprattutto attraverso i racconti degli altri, le fotografie, i compagni e gli avversari. Se il calcio gli aveva tolto il padre, il calcio gli restituì anche una famiglia. Benito Lorenzi, il “Veleno” dell’Inter, rimase vicino ai figli di Valentino dopo Superga e contribuì ad avvicinare Sandro e il fratello Ferruccio al club nerazzurro. Molti anni dopo Mazzola avrebbe definito l’Inter con una sola parola: «salvezza». Nelle giovanili incontrò anche Giuseppe Meazza, che divenne il suo grande maestro calcistico. Mazzola avrebbe raccontato che Meazza lo aveva «plasmato tecnicamente».
Dal 9-1 alla Grande Inter
La carriera di Mazzola cominciò nel modo meno prevedibile. Il 10 giugno 1961 l’Inter, in polemica con la Federazione, schierò una formazione composta da giovani contro la Juventus. Finì 9-1. Il gol nerazzurro, su rigore, lo segnò proprio Mazzola. Decenni dopo avrebbe ricordato quella partita spiegando di voler essere ricordato come un uomo capace di continuare a giocarsela anche quando vincere sembra impossibile. Fu Helenio Herrera a capire definitivamente che giocatore poteva diventare. Mazzola non era un centravanti classico né un regista. Aveva velocità, dribbling, capacità di inserimento e soprattutto sentiva il gol. Nel 1964-65 segnò 17 reti in Serie A, diventando capocannoniere a pari merito con Alberto Orlando. L’anno precedente era stato il miglior marcatore della Coppa dei Campioni con sette gol. Era diventato uno dei simboli della Grande Inter insieme a Facchetti, Picchi, Suárez, Corso, Burgnich e Jair. Una squadra entrata nella storia. E uno stadio, San Siro, che attraverso quella squadra cominciava a diventare uno dei grandi templi del calcio europeo.
Vienna, la notte in cui diventò Sandro
Il 27 maggio 1964 l’Inter affrontò a Vienna il Real Madrid di Di Stéfano, Puskás e Gento nella finale di Coppa dei Campioni. Mazzola aveva ventuno anni e segnò al 43'. Poi ancora al 76'.
Finì 3-1. L’Inter diventò campione d’Europa per la prima volta. Nell’intervista alla Gazzetta dello Sport del 19 agosto 2026, Mazzola raccontò che al termine di quella partita Alfredo Di Stéfano gli consegnò la propria maglia e gli disse: «Sei degno di papà». Da quella notte, per una nuova generazione, Valentino sarebbe stato anche il padre di Sandro. Un anno più tardi l’Inter vinse nuovamente la Coppa dei Campioni. Questa volta non ci fu bisogno di andare a Vienna, la finale contro il Benfica si giocò a San Siro. Sotto la pioggia, davanti al proprio pubblico, l’Inter vinse 1-0 con un gol di Jair e rimase sul tetto d’Europa. Se Vienna era stata la notte in cui Mazzola aveva conquistato definitivamente il proprio nome, San Siro fu il luogo in cui quel nome diventò parte della storia dell’Inter. Mazzola avrebbe chiuso la carriera con quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. E quando la Grande Inter cominciò a dissolversi, lui rimase. Nel 1971 vinse il suo quarto scudetto e arrivò secondo nel Pallone d’Oro dietro Johan Cruijff. L’anno successivo tornò ancora in finale di Coppa dei Campioni, perdendo 2-0 contro l’Ajax, con una doppietta dello stesso Cruijff.
Mazzola e Rivera
Accanto al nome di Sandro Mazzola, nella storia del calcio italiano, ce n’è inevitabilmente un altro: Gianni Rivera. Inter e Milan. Mazzola e Rivera. Il confronto raggiunse il suo apice ai Mondiali del 1970, quando il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi adottò in alcune delle partite decisive la famosa “staffetta”: Mazzola titolare e Rivera utilizzato nella ripresa. L’Italia arrivò fino alla finale contro il Brasile dopo il leggendario 4-3 con la Germania Ovest. Mazzola aveva già vinto l’Europeo del 1968 e avrebbe chiuso la carriera azzurra con 70 presenze e 22 gol. Negli anni parlò sempre di Rivera come di una «sana rivalità», fondata su un grandissimo rispetto.
Una sola maglia
Il rapporto fra Mazzola e l’Inter si riassume in quattro numeri: 565 partite ufficiali, 161 gol secondo il conteggio del club, diciassette stagioni, una sola squadra. Gianni Agnelli provò a portarlo alla Juventus con un’offerta molto più ricca. Mazzola rifiutò. L’ultima partita arrivò il 3 luglio 1977, nella finale di Coppa Italia persa 2-0 contro il Milan. Ancora un derby, ancora San Siro: lo stadio che aveva accompagnato tutta la sua carriera. Dopo il ritiro lavorò da dirigente all’Inter, al Genoa e al Torino. In nerazzurro ebbe un ruolo negli arrivi di Javier Zanetti nel 1995 e di Ronaldo nel 1997. Un ponte fra epoche diverse.
Cent’anni di San Siro, l’ultimo incrocio
E poi c’è San Siro. Per Mazzola non era semplicemente uno stadio, ma una parte della propria biografia. Lì aveva corso da ragazzo. Lì era diventato capitano. Lì aveva giocato i derby contro il Milan di Rivera. Lì aveva vinto campionati. Lì aveva vinto la Coppa dei Campioni contro il Benfica. Lì aveva giocato l’ultima partita della carriera.
Il 19 settembre 1926 lo stadio era stato inaugurato con Milan-Inter, un derby finito 3-6. Il 19 settembre 2026 compie cent’anni. Ed è proprio in quel giorno che se ne va Sandro Mazzola.
Un secolo esatto separa la nascita dello stadio dalla morte di uno degli uomini che più ne hanno costruito il mito. Non c’è bisogno di forzare la coincidenza per sentirne il peso. Quando arrivò all’Inter era già uno stadio importante. Quando smise di giocare era diventato uno dei luoghi simbolo del calcio mondiale. E dentro quella trasformazione c’erano anche le sue corse, i suoi gol, i derby, gli scudetti, le notti europee della Grande Inter. Alla fine il calcio gli ha regalato un ultimo incrocio simbolico. Sandro Mazzola se ne va nel giorno in cui San Siro compie cent’anni. Come se una parte della storia di quello stadio avesse scelto di uscire di scena insieme a lui.
Giorgio Cantone