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la storia

L'ultima intervista di Sandrino Mazzola: «L'Inter per me come una mamma»

Il Baffo è scomparso a 83 anni e ha scritto la storia del club nerazzurro e della Nazionale: dai ricordi della Coppa dei Campioni e della Prima Stella alle rimonte del 1971 e all'abbraccio dei tifosi

19 Settembre 2026, 21:40

L'ultima intervista di Sandrino Mazzola: «L'Inter per me come una mamma»

Per Sandro Mazzola l’Inter è stata “come una mamma”. In un’intervista inedita pubblicata sul sito del club, la storica bandiera nerazzurra ripercorre un’esistenza intrecciata alla maglia dell’Inter, rievocando le tappe della sua carriera con orgoglio e restituendo il sapore di un calcio romantico e genuino, la cui epopea resta scolpita nella memoria di un intero Paese.

“L’Inter è la mamma di un giovane: io mi ricordo benissimo i miei primi anni. Non ero titolare, ma venivo convocato per allenarmi con i grandi. Li guardavo cercando di capire come facevano a giocare il pallone: fu un’esperienza bellissima che mi insegnò molto”, racconta Mazzola.

La prima Coppa dei Campioni è il trofeo a cui sono più legato: finalmente eravamo riusciti a vincerla. Avevamo lottato tanto per averla, ogni volta entravamo in campo con il fiato sospeso, come per dire "forza ragazzi, dai che ci siamo!". Eravamo consapevoli che bisognava darsi da fare: il Real Madrid era una grande squadra, ma aiutandoci l’un l’altro ottenemmo la vittoria, che in quel momento era la cosa più importante. Puskas per me era uno dei grandi giocatori della storia del calcio: quando mi venne incontro tremavo. Quando mi disse ciò che mi disse ("ho giocato con tuo papà Valentino, tu sei degno di lui"), avrei voluto sdraiarmi per terra e starlo a sentire: non ho voluto mai dirlo, perché da quel momento non sono più stato quello di prima. Anche quando parlo nei miei occhi vedo Puskas, una cosa fantastica”.

La memoria torna poi alla “Prima Stella”, traguardo che segnò un passaggio epocale. “La vittoria della Prima Stella fu un momento interessantissimo: già nello spogliatoio eravamo tesi, non potevamo perdere un’occasione come quella, ma in campo si chiarì tutto. Ci guardammo in faccia e capimmo cosa dovevamo fare”.

E al 1971, stagione di rimonte e carattere: “Non pensavamo di riuscire a vincere: quando riesci a rimontare grazie a ciò che c’è dentro la tua squadra, dentro te stesso, è qualcosa di fantastico, che ricordi per sempre. Prima di una partita eravamo un po’ preoccupati: io, entrando in spogliatoio dopo il riscaldamento, guardai i miei compagni, ma non li riconoscevo. Erano smarriti, con la paura di non essere all’altezza della situazione. Mi ricordo che il nostro portiere di allora si accorse che tremavo ed ero rosso in faccia e mi disse: ‘Vuoi dire tu ai ragazzi come facciamo o sappiamo già cosa fare per vincere la partita?’. Questo sbloccò tutto: iniziammo a parlare tra di noi ed entrammo nella partita da giocare”. Infine, il legame con la tifoseria, cifra identitaria dell’interismo: “I tifosi sono una cosa fantastica: noi siamo cresciuti con l’Inter, avevamo il tifoso nel cuore. Andavo a casa e passavo davanti a un bar di tifosi: come uscivo dalla mia porta tutti erano pronti per farmi sapere che erano con me e che l’Inter era loro”.