IL PERSONAGGIO
«Catania sarà sempre casa»: il sogno nel cassetto di Di Stefano, oggi trascinatore della Torres
Lasciò la Sicilia da giovanissimo per inseguire il calcio: oggi è tra i migliori attaccanti della Serie C e non nasconde il desiderio di tornare
Ci sono partenze che servono anche a comprendere quanto sia profondo il legame con il luogo dal quale si è partiti. Lorenzo Di Stefano ha lasciato Catania molto giovane, prima ancora di poter assaporare uno dei sogni che accompagnano quasi ogni ragazzo cresciuto con addosso i colori rossazzurri: entrare al “Massimino” con la maglia della prima squadra. Da allora ha attraversato vivai, categorie e città, costruendosi lontano dalla Sicilia. È cresciuto su un’isola e, quasi seguendo un curioso filo geografico, sembra aver trovato la propria dimensione proprio su un’altra: dalla Sicilia alla Sardegna, dove con la Torres sta conquistando quella continuità necessaria per esprimere pienamente il proprio talento.
Oggi è uno degli attaccanti più prolifici dell’intera Serie C. Con la Torres l’avvio di stagione è stato di quelli difficili da ignorare: sette reti nelle prime sette gare ufficiali, sei in campionato e una in Coppa Italia. Numeri che raccontano un attaccante partito con il piede giusto, ma dietro ai quali c’è anche una preparazione diversa rispetto alle stagioni precedenti: «Sicuramente è stato un ottimo inizio per me, con sette gol nelle prime sette partite, ma soprattutto per la squadra e sono molto felice. Quest’anno ho iniziato fin da subito il ritiro con la squadra, cosa che in passato per qualche anno e per vari motivi non ho fatto: fisicamente cambia l’approccio che hai fin da subito».
La crescita di Lorenzo Di Stefano non passa soltanto dai numeri. C’è un lavoro quotidiano che riguarda gli aspetti tecnici, ma anche una maggiore consapevolezza nella gestione delle difficoltà: «A livello tecnico sto lavorando tanto sui dettagli, cercando di migliorare le mie qualità e di essere più completo in campo. Però credo che la crescita mentale sia altrettanto importante. Sto acquisendo più consapevolezza, più fiducia nei miei mezzi e sto imparando a gestire meglio anche gli errori e i momenti difficili».
A Sassari ha trovato anche un allenatore, Alfonso Greco, con il quale il rapporto si è consolidato: «Con il mister ho un buonissimo rapporto. Mi chiede sempre di non accontentarmi mai e mi lascia tanta libertà di muovermi lì davanti, sfruttando al meglio le mie caratteristiche e aiutando la squadra anche in fase difensiva». Una libertà accompagnata dunque dalla responsabilità di partecipare al lavoro collettivo, senza limitare il proprio contributo alla sola area di rigore.

E proprio i gol hanno scandito gli ultimi mesi della sua carriera. Tra i momenti rimasti maggiormente impressi c’è la tripletta realizzata contro il Livorno, arrivata in appena nove minuti: «La prima tripletta è stata una gioia indescrivibile. Non vedevo l’ora di portarmi il pallone a casa ed esserci riuscito in nove minuti, diventando la più veloce del campionato, è stata una grande soddisfazione personale che mi porterò sempre dentro».
Le origini
Per ritrovare le origini del Di Stefano attaccante bisogna però tornare a Catania. È lì che tutto è cominciato, dentro il settore giovanile rossazzurro: «Catania è la mia città di nascita, dove ho trascorso gran parte della mia vita. Penso che il ricordo più bello siano stati i 37 gol con mister Mascara e, due anni dopo, quando ho ricevuto la chiamata della Sampdoria, che mi ha fatto crescere sotto tanti punti di vista, sia dentro che fuori dal campo».
L'intuizione
In quel percorso c’è soprattutto un’intuizione che avrebbe finito per cambiare la sua carriera. Quella di Giuseppe Mascara, uno dei simboli del Catania degli anni d’oro. Di Stefano giocava a centrocampo, da mezzala, prima che l’ex numero 7 rossazzurro vedesse in lui qualcosa di diverso: «Da piccolo Mascara mi faceva impazzire, aveva colpi da fuoriclasse e per fortuna ho avuto la possibilità di essere allenato da lui. Mi ha spostato da centrocampista ad attaccante». Una scelta accolta inizialmente anche con qualche perplessità, prima che fosse il campo a fugare ogni dubbio: «All’inizio avevo qualche dubbio, è vero, perché ogni scelta porta con sé delle incognite. Poi però il campo ha parlato: 37 gol sono un numero importante, ma soprattutto rappresentano un percorso fatto di lavoro e fiducia». Un rapporto che, peraltro, non si è esaurito con quell’esperienza: «Con Mascara ho avuto un rapporto molto bello, basato sul rispetto e sulla stima. Nel calcio si condividono momenti che rimangono e ancora oggi, quando ci sentiamo, c’è un legame sincero». Da quel momento il viaggio è diventato sempre più veloce. Prima l’esperienza al Parma, poi il ritorno a Catania e successivamente la chiamata della Sampdoria.
Passione di famiglia
Lasciare la Sicilia così giovane non è stato semplice, soprattutto per il passaggio improvviso verso una realtà completamente diversa: «Andare via da casa all’inizio non è stato semplice, perché andavo a trovare una realtà molto diversa. Allo stesso tempo ero molto emozionato dopo i tanti sacrifici fatti dalla mia famiglia, quindi è stata una soddisfazione per tutti». Il calcio, del resto, in casa Di Stefano non è mai stato soltanto un affare personale. La passione attraversa tutta la famiglia e, nel suo percorso, un ruolo importante lo ha avuto anche il fratello Davide: «In famiglia abbiamo tutti la stessa passione, siamo molto legati. Mio fratello Davide è stato per me un grande punto di riferimento e spero di esserlo io adesso per Samuele, che ha ancora tanta strada da fare». Samuele oggi gioca nel Siracusa e Lorenzo, forte delle esperienze maturate lontano da casa, prova così a restituire almeno in parte quello che a sua volta ha ricevuto.

La sua strada, per il momento, passa dalla Sardegna. Un’altra isola dopo quella in cui tutto era iniziato, ma con una consapevolezza differente e un bagaglio molto più ricco. La Torres rappresenta il presente, il luogo nel quale Di Stefano sta trasformando il talento in continuità e i minuti in gol. Eppure, nonostante le distanze e gli anni trascorsi lontano dalla Sicilia, il legame con le proprie origini non si è mai spezzato: «Quando posso seguo sempre il Catania». E Catania, inevitabilmente, resta anche un pensiero rivolto al futuro: «Catania per me sarà sempre casa, quindi sì, sarebbe bello poter tornare un giorno e riuscire finalmente a esordire con la maglia rossazzurra. Non so se e quando potrà succedere, perché nel calcio non si può programmare tutto, ma sarebbe sicuramente qualcosa di speciale. Ho lasciato Catania senza riuscire a vivere quel momento e, proprio per questo, avrebbe un significato ancora più grande per me». Oggi il presente si chiama Torres, Sassari e Sardegna. Catania, invece, resta ciò che è sempre stata: casa.