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il caso

Ursula Andress, icona tradita: il mistero dei 20 milioni svaniti e l’ombra dell’uomo di fiducia

Dalla conchiglia di “Dr. No” ai faldoni della Procura: il racconto, le accuse, gli indizi e ciò che possiamo imparare da una truffa che avrebbe bruciato un patrimonio in otto anni

25 Gennaio 2026, 16:06

Ursula Andress, icona tradita: il mistero dei 20 milioni svaniti e l’ombra dell’uomo di fiducia

Un conto che non torna: a fine mese arrivano estratti con movimenti incomprensibili, opere d’arte che compaiono e scompaiono su carte intestate ad altri, «investimenti» tanto tecnici nel linguaggio quanto evanescenti nei rendiconti. A stringere i fili, l’uomo che per anni ha avuto le chiavi della cassaforte. È il cuore della vicenda che coinvolge Ursula Andress, 89 anni, la prima, indimenticabile Bond girl. Secondo la denuncia dell’attrice, in otto anni sarebbero evaporati circa 18 milioni di franchi svizzeri—quasi 20 milioni di euro—affidati al suo gestore patrimoniale, il ginevrino Eric Freymond, poi morto suicida nell’estate del 2025. Le autorità del Cantone di Vaud hanno aperto un procedimento penale: si indaga su mala gestio, falsificazione di documenti e riciclaggio. Gli inquirenti, nel frattempo, avrebbero passato al setaccio anche gli uffici di un avvocato e di un notaio potenzialmente coinvolti nelle operazioni.

Un’accusa pesante: soldi in titoli senza valore e quadri intestati alla moglie del gestore

Nella ricostruzione che emerge dagli atti e dalle dichiarazioni rese alla stampa, la trappola avrebbe due ingranaggi principali. Primo: una serie di «investimenti» in azioni di scarso o nullo valore, compiuti «all’insaputa» dell’attrice. Secondo: l’acquisto con il suo denaro di opere d’arte, poi intestate alla moglie di Freymond, di cui oggi sarebbe incerta la localizzazione. Questa è la tesi messa nero su bianco dal team di management di Ursula Andress e riportata da più testate europee, sulla base di un esposto depositato in Svizzera. «Sono ancora sotto shock… per otto anni sono stata ingannata e manipolata in modo perfido, persino criminale», ha dichiarato l’attrice al quotidiano svizzero Blick.

Gli inquirenti del Ministero pubblico del Canton Vaud confermano che il 4 settembre 2025 è stata aperta una procedura penale con ipotesi di reato che includono la mala gestione, la falsificazione e il riciclaggio. È un passaggio chiave: stabilisce un perimetro giudiziario e una cronologia che parte prima della morte del gestore, ma si allarga poi a eventuali complici in ambito legale e notarile.

L’uomo al centro del gorgo: chi era Eric Freymond

Figura nota nella finanza romanda, Eric Freymond67 anni al momento della morte—si muoveva tra Ginevra, Parigi e i salotti dell’arte. A luglio 2025 viene ascoltato a Parigi nell’ambito di un altro dossier ad alto profilo—quello che oppone l’erede di Hermès, Nicolas Puech, al colosso del lusso LVMH—e, secondo fonti giudiziarie, ammette davanti ai magistrati almeno una parte dei fatti contestati in quel procedimento. Due settimane dopo, il 23 luglio 2025, si toglie la vita a Saanen, vicino a Gstaad. La morte viene qualificata come suicidio.

Per capire l’impatto del suo nome sul sistema finanziario locale basta ricordare l’eco del caso Puech: l’erede 82enne sostiene di essere stato spogliato di circa sei milioni di azioni Hermès, un pacchetto da oltre 14 miliardi di euro, con vendite che risalirebbero anche al 2008 e che avrebbero favorito, secondo l’accusa, la scalata del gruppo LVMH. Il gruppo guidato da Bernard Arnault respinge con forza ogni addebito. È un dossier separato, ma utile a delineare metodo, relazioni e pressioni intorno a Freymond: un contesto di fiduciarie, mandati ampi, titoli al portatore e catene di trasferimenti difficili da ricostruire a distanza di anni.

«Hanno speculato sulla mia età»: la voce di Andress 

Non è solo una questione di cifre. Nel racconto di Ursula Andress c’è l’erosione di un capitale immateriale: la fiducia. Lei, che ha lavorato «una vita intera» e che oggi vive riservata a Roma, racconta di essere stata «adulata e manipolata» con pazienza, fino a consentire deleghe e poteri poi usati—questo sostiene—contro i suoi interessi. Aggiunge un dettaglio scomodo: la sensazione che qualcuno abbia calcolato anche la sua anagrafe come variabile dell’operazione. «Mi sento davvero male», dirà ancora. Parole che, al di là della retorica, registrano l’impatto psicologico tipico delle truffe relazionali: non solo l’ammanco, ma l’umiliazione di chi si accorge tardi di una asimmetria informativa coltivata nel tempo.

Dove sono finite le opere d’arte?

Parte del denaro sarebbe transitata su acquisti di arte. In apparenza, un’asset class coerente con la cifra di Freymond, noto anche come collezionista e mecenate. Ma il nodo, qui, è la titolarità: secondo la denuncia, quelle opere sarebbero state intestate alla moglie di Freymond, creando un cortocircuito tra proprietà economica e giuridica. Al momento, il «valore reale» e la «collocazione» di questi beni risultano incerti. Non c’è ancora un inventario pubblico né una perizia condivisa. È uno snodo probatorio decisivo: se le tele esistono e sono rintracciabili, potranno essere sequestrate e forse restituite; se sono state rivendute, occorrerà seguire il filo di gallerie, case d’asta, fondazioni.