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“Amicizia bruciata in diretta”: perché Roberta Bruzzone ha lasciato Ore 14 e cosa c’è davvero dietro lo strappo con Milo Infante

Un addio che pesa sulla cronaca in tv: dentro le ragioni di una rottura professionale e personale, tra il caso Garlasco, frizioni editoriali e nuovi progetti in rete

29 Gennaio 2026, 15:50

“Amicizia bruciata in diretta”: perché Roberta Bruzzone ha lasciato Ore 14 e cosa c’è davvero dietro lo strappo con Milo Infante

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«Leggetevi i verbali prima di commentarli». È il richiamo di Roberta Bruzzone mentre a Ore 14 si discute del delitto di Garlasco. La risposta del conduttore Milo Infante è immediata, orgogliosa: «I verbali li leggiamo anche noi, non li ha letti solo lei». Si alza una corrente fredda, il dibattito si increspa. Pochi giorni dopo, la criminologa non c’è più. E solo a distanza di settimane, in un podcast molto ascoltato, arriverà la spiegazione personale e definitiva: «È venuto meno il rapporto di amicizia». È l’innesco che racconta molto più di un semplice cambio di ospiti in un talk televisivo. È il racconto di come la cronaca, in tv, vive anche di legami e fiducia, e di come possa spezzarsi quando i confini tra metodo, ruoli e narrazioni diventano instabili.

Che cosa è successo 

Secondo una ricostruzione ormai consolidata, l’episodio che segna lo spartiacque va collocato a fine anno, mentre Rai 2 dedica spazio al “caso Chiara Poggi”. È il momento in cui il confronto tra Bruzzone e Infante si accende in diretta: una divergenza di approccio – “prima i documenti, poi le opinioni” – che il conduttore respinge come un implicito atto d’accusa al lavoro della redazione. Quello scambio “a microfoni aperti” precede l’assenza della criminologa nelle puntate successive e apre una sequenza di segnali pubblici: un post social (“Scelte… doverose”), l’interruzione di una presenza fino ad allora regolare, infine la conferma che la collaborazione è chiusa. Alcune cronache collocano lo scontro nella settimana del 27 novembre 2025, con strascichi nei giorni immediatamente successivi.

A distanza di tempo, il tassello che mancava lo aggiunge la diretta voce di Bruzzone: ospite di Burnout – Cronache dai Roghi Digitali, il podcast di Selvaggia Lucarelli, la criminologa spiega di aver lasciato Ore 14 perché «è venuto meno il rapporto d’amicizia» con Milo Infante, un legame che definisce «come un fratello». Nelle stesse dichiarazioni aggiunge un’annotazione cruciale sul “ruolo” che sentiva di ricoprire: una cifra polemica che non le apparteneva e che, a suo dire, veniva favorita dalle condizioni di studio. È un cambio di prospettiva: non più solo una divergenza su un caso, ma la percezione di un profilo professionale che stava diventando altro.

Dietro la rottura c’è un nodo di fondo: come si raccontano in tv i casi di cronaca. Bruzzone rivendica un approccio fondato su documenti, verbali, rigore. Nel suo stesso racconto, a Ore 14 sarebbe emersa con troppa frequenza una sua parte più “felina”, litigiosa, quasi “di marca”, non rispondente al suo stile; un “marchio” che non voleva più indossare. La tv, in particolare quella di conversazione pomeridiana e in prima serata, chiede ritmo e polarità; gli esperti sono spesso chiamati a “incarnare” posizioni riconoscibili. Quando quel vestito diventa stretto, la frizione è inevitabile.

Le versioni parallele

Accanto alla motivazione personale – la fine di un’amicizia che sosteneva il rapporto professionale – sono circolate versioni alternative su quanto accaduto dietro le quinte. Più testate hanno scritto di un possibile aut-aut relativo alla presenza in studio del direttore Umberto Brindani, associato al dibattito sul caso di Garlasco: una ricostruzione che la criminologa aveva, in passato, respinto parlando di “nessuna trattativa” e “nessun veto”, ma che fonti vicine alla trasmissione hanno invece confermato come parte del contesto che ha reso inevitabile lo strappo. Su questo punto, il quadro resta sfaccettato e va maneggiato con prudenza: non tutte le versioni coincidono e alcune restano allo stato di “retroscena” non ufficiali.

Nel frattempo, anche osservatori esterni hanno sottolineato come il clima a Ore 14 fosse diventato più teso in diverse occasioni, con Infante costretto a difendere pubblicamente la linea editoriale e a scusarsi per i toni in altri scontri in studio, rivendicando però che è il programma a dettare le regole del confronto e non gli ospiti. È un elemento che, senza sovrapporre i casi, aiuta a leggere l’orizzonte: un talk di cronaca che chiede assertività, ma rischia di bruciare i rapporti quando la dialettica oltrepassa i confini della fiducia reciproca.

Il caso Garlasco divide ancora

Il “caso Garlasco” è da anni un detonatore di discussioni in tv: un procedimento lungo, con sentenze, consulenze e controperizie, e una mole di atti che rendono scivoloso ogni passaggio semplificato. Invocare i verbali significa proteggersi dal rischio di narrazioni che piegano i fatti al format. È su questa fragilità che si accende lo scontro in studio: la criminologa chiede lentezza e metodo, il conduttore difende il lavoro della sua squadra e il patto con il pubblico del pomeriggio, che esige anche immediatezza. Nel mezzo, il rischio di scivolare nella “tv del litigio”, con un esperto percepito come “personaggio” prima che come analista. Alcuni osservatori lo hanno segnalato già in passato, notando come il successo del marchio Ore 14 in prime time avesse generato anche critiche sulla “temperatura” del confronto.

La prima conferma della rottura non arriva in studio, ma online. A fine novembre 2025, Bruzzone scrive che nel 2026 si dedicherà solo a spazi in cui ha «pieno controllo sui contenuti», puntando sull’affidabilità e sulla qualità scientifica. È una traiettoria coerente con quanto dichiarerà poi nel podcast: il bisogno di riprendersi il perimetro del proprio lavoro, lontano dall’equilibrismo del talk. Nel frattempo, la criminologa apre una finestra inedita: una diretta su YouTube proprio alle 14:00, lo stesso slot del programma di Infante, per offrire un’“alternativa” nel racconto dei casi di cronaca, promossa con parole che suonano come un manifesto anti-sensazionalismo. Un passaggio che molti leggono come segnale della volontà di costruire uno spazio autonomo, anche competitivo.

Il vero salto di qualità nel racconto pubblico arriva però il 29 gennaio 2026, quando Bruzzone affida a Burnout la formula che sposta il baricentro della vicenda: «Ho lasciato perché è venuto meno il rapporto di amicizia con Milo». E ancora: «Per me era come un fratello, ho fatto scelte professionali per non penalizzarlo». In poche frasi, l’addio diventa il compimento di una delusione personale. È una sequenza che spiega anche la durata del silenzio: si può rimpiazzare un ospite, ma si fatica a verbalizzare la fine di una relazione di fiducia costruita negli anni.