“Adesso parlo io”: Rocío rompe il silenzio. Dentro il terremoto emotivo e del pettegolezzo che ha travolto lei e Bova
L’attrice racconta perché ha taciuto per mesi, come ha saputo dei messaggi con Martina Ceretti e mette un punto fermo: nessuna coppia aperta, nessun sospetto prima di quel giorno. Il resto è cronaca, legale e umana, di un caso che ha fatto scuola
Il telefono vibra. Un’amica le scrive: “Hai visto?”. Poi il link, i video che girano, le chat che rimbalzano sui social come proiettili di gomma destinati a rimbalzare ovunque e a fare comunque male. È in quel momento — non prima — che Rocío Muñoz Morales capisce che la sua vita privata non le appartiene più. Nessun preavviso, nessun “dobbiamo parlare”. Solo il rumore sordo di una porta che si chiude e quello assordante della pubblica piazza che si apre. “Hanno parlato troppo tutti. Io ho scelto il silenzio per proteggere le mie figlie”, dirà poi. Parole misurate, pronunciate dopo mesi di attesa — un tempo lungo che, nella frenesia del gossip, sembra un’eternità — e che oggi trovano finalmente compiutezza: “Adesso parlo io”.
Un silenzio scelto, non imposto
Nell’intervista pubblicata su un settimanale in edicola fino al 10 febbraio 2026, Rocío ripercorre la traiettoria di questi ultimi mesi: il clamore, la scelta della riservatezza, la tutela di Luna e Alma (“le mie creature”), la decisione di non alimentare una narrazione che definisce “grottesca”. Non è il silenzio di chi subisce: è il silenzio di chi vede nella priorità dei figli la bussola etica, e nella misura l’unico antidoto al circo mediatico. Una linea che l’attrice aveva peraltro già annunciato in passato, ribadendo pubblicamente di voler proteggere le bambine e di affrontare in privato ciò che è privato.
La scoperta: “Esattamente come voi”
C’è un passaggio che, più di altri, restituisce la dimensione umana della vicenda. Alla domanda su come abbia saputo dei messaggi e degli audio tra Raoul Bova e Martina Ceretti, la risposta è spiazzante nella sua semplicità: “Esattamente come li avete scoperti voi”. Nessun segnale, nessuna confidenza, nessun sospetto maturato nel tempo. Fino all’ultimo, la fiducia non era incrinata. È una crepa che non si forma, è una frattura che si apre all’improvviso. E quel “come voi” dice tutto: l’intimità domestica catapultata nell’arena digitale, amplificata dai social, esposta a milioni di visualizzazioni, discussioni, meme.
E' il 22 luglio 2025 quando Fabrizio Corona diffonde, a suo dire, chat e un vocale attribuito a Bova nella sua trasmissione “Falsissimo”. La bomba deflagra, i contenuti rimbalzano sui social e sul web. A fine luglio 2025 il legale di Bova parla di “fango mediatico” e chiarisce che l’attore e Rocío sarebbero “separati di fatto da tempo” e alternerebbero la cura delle figlie. È la prima risposta istituzionale all’ondata di curiosità e indignazione. Il 13 agosto 2025 emergono ricostruzioni sul ruolo del cosiddetto “facilitatore” Federico Monzino, che sostiene di essere stato ripreso di nascosto mentre a Corona venivano mostrati chat e audio; circostanze al centro di verifiche e smentite incrociate. È l’ennesimo tassello di una vicenda dove l’elemento probatorio viaggia spesso sui binari dell’esposizione illecita. Il 27 agosto 2025 il Garante per la privacy ordina l’oscuramento delle chat e degli audio privati diffusi online; una decisione che segna un passaggio chiave sulla tutela dei dati personali in ambito di gossip. A metà settembre 2025: in conferenza stampa, Rocío ribadisce la scelta del silenzio e la centralità delle figlie. A dicembre a Verissimo, l’attrice parla di un “momento molto difficile” e augura “il meglio” al suo ex compagno. È una frase che pesa: dice della ferita, ma anche di una postura civile rara in tempi di replica permanente.
“Coppia aperta? No”
Nelle narrazioni che si autoalimentano, il passaggio dalla “crisi” alla “coppia aperta” è un attimo. È un’etichetta comoda, specie quando mancano conferme e i vuoti informativi vengono riempiti con congetture. Qui no: Rocío lo dice con chiarezza. Non si tratta di un giudizio morale sulle scelte altrui — “non le giudico” — ma del perimetro della propria storia: “La nostra non lo era”. È un punto che restituisce dignità al racconto e invita a distinguere tra ciò che è scelta consapevole e ciò che, se provato, sarebbe infedeltà. Una distinzione non semantica, ma sostanziale, con effetti sul piano umano e su quello della responsabilità pubblica delle parole.
Sul lato opposto, Raoul Bova ha fatto sapere — per il tramite del suo avvocato — che la separazione era già realtà “da tempo”. Contestualmente, ha attivato tutela legale contro la diffusione dei materiali e ha ottenuto un primo stop dal Garante con l’oscuramento delle chat e degli audio. La contrapposizione pubblica con Corona non si è fermata, ma il segnale dell’Autorità è arrivato forte: la privacy non è una concessione, è un diritto che vale anche per i personaggi noti. Per chi osserva il sistema dei media, quel provvedimento rappresenta un precedente rilevante nell’ecosistema digitale dove contenuti privati vengono rilanciati in poche ore a una platea potenziale di milioni di persone.