Persone
Dal call center ai matrimoni dei vip stranieri: la seconda vita di Valentina Rasà
Il profumo della salsa di nonna Giovanna e la memoria che diventa impresa, storia di una chef diventata la regina dei wedding in Sicilia
Valentina Rasà
Fuori dalle righe, dentro le sue radici. Valentina Rasà, è una che non sognava di fare la chef da ragazzina, lo è diventata tardi, a 40 anni, e non per una folgorazione ai fornelli. Per necessità. In un progetto di vita radicalmente stravolto rispetto a quello iniziale.
«Dire che sono una cuoca mi sta stretto» - afferma - è qualcosa che non è nato con me, si è evoluto con me, ma è un percorso attraverso cui realizzo ciò che mi piace.
Quindi oggi se si guarda allo specchio e si domanda chi è, cosa si risponde?
«Non ce l’ho una risposta netta. La cucina esprime una parte di me, ma allo stesso modo, in questo momento, mi sto innamorando delle decorazioni minimal con l’uso della frutta, della verdura, dei tessuti. Perché sono tutte cose che in qualche maniera fanno parte del mio bagaglio personale. I tessuti perché la mia famiglia, mia nonna, mia madre, erano ricamatrici, magliaie. Il tessuto per me è importante, le trame di lini e cotoni mi danno delle belle sensazioni...».
Da grande cosa voleva fare?
«La ricercatrice, mi occupavo di miglioramento genetico e inbreeding dei fiori. A 19 anni ho vinto una borsa di studio e sono andata in Olanda, facevo ricerche varietali sui lilium.»
E poi cosa è successo?
«Purtroppo mio padre si è ammalato gravemente a 45 anni, io ne avevo 25. Dopo sette mesi e mezzo di malattia se n’è andato e noi siamo finite sul lastrico. È stato uno shock, come se una bomba fosse esplosa in casa, mio padre era il centro di tutto. Siamo rimaste, mia mamma che non lavorava, io e mia sorella più piccola. Ho provato a continuare a studiare, ma non ce l’ho fatta. La sopravvivenza veniva prima. Ho fatto un colloquio in Omnitel e ho iniziato a lavorare lì, anche se non mi piaceva. Di colloqui ne ho fatti quattro ma non perché non fossi capace, in realtà era come se non volessi farmi prendere. Alla fine di ogni incontro la domanda conclusiva era "Lei perché ha scelto di lavorare con noi?", e io rispondevo sempre “Non ho scelto, devo lavorare”. L'ultimo colloquio è stato con il capo del personale e lui, non so, forse ha visto qualcosa in me. Ho iniziato dal call center. Poi ufficio attivazioni, account aziende, manager nella pubblica amministrazione. Ho fatto carriera. Dico sempre che Omnitel è stata il mio "militare": formazione, disciplina, problem solving. Senza quell’architettura non sarei in grado di fare oggi il mio lavoro. Quell'esperienza mi ha insegnato il valore delle persone, l’unicità. Eravamo "famiglia"».
In quel periodo difficile qual è stato il suo punto di riferimento?
«I miei nonni materni, Giovanna e Giuseppe. Andavo a mangiare da loro, a volte dormivo lì, erano il mio unico “nido”. E loro sono la radice di “Manipura” (il nome della sua attività ndr). Mio nonno era capo imbustatore nei magazzini degli agrumi, dove si incartavano le arance, una ad una. Mia nonna non lavorava, ma era di quelle classiche donne siciliane che sanno fare qualunque cosa. Figlia di pescatore, era una forza della natura. Andava a fare la spesa, e cucinava di tutto dalla pasta fresca alle acciughe sott’olio. Era una famiglia umile ma c’era tanta ricchezza legata alla competenza sulle materie prime.
Ed è stato là che le si è accesa una lampadina sulla cucina?
«Mi si è accesa dopo, a 40 anni, dopo aver fatto carriera all’interno di Omnitel, mi sono accorta che non mi interessava più quello che stavo facendo. Avevo un marito, due figli bellissimi, sentivo che mi mancava qualcosa, ma non sapevo da dove ricominciare? Tornare alla ricerca era troppo tardi, ma mi era rimasto dentro il senso di accudimento della mia famiglia. Mia nonna che cucinava per me, le cose che mi aveva insegnato... così ho deciso di ricominciare facendo la cuoca a domicilio. Mia sorella gestiva una ludoteca per bambini e ho iniziato a far da mangiare per le loro feste».
Fino a strutturarsi nel progetto attuale “Manipura”, da dove è nato il nome?
«Manipura è il chakra, il quinto chakra. Quello legato allo stomaco. E a tutte le emozioni che ci stanno dentro, compreso il cibo che mangi, ma anche le emozioni che vivi. L’energia è entrata nel mio modo di cucinare. Per me il cibo è vibrazione, relazione. Devo capire chi ho davanti, cosa sognano. Entro nelle loro vite con rispetto».
E oggi?
«Siamo cresciuti, facciamo principalmente “Destination wedding” (la banchettistica per i matrimoni degli stranieri)».
Un identikit di chi si sposa in Sicilia?
«Spesso sono vip, attori, manager. Abbiamo iniziato con Mick Jagger, che non è venuto a sposarsi, ma qui in vacanza. Lui stava in un luogo e noi cucinavamo per lui e il suo entourage...»
Foto?
«Non ce ne hanno mai fatte fare, e sinceramente anche io non ho mai pubblicizzato la cosa, è una persona molto delicata e anche molto semplice. Stava con le finestre chiuse, perché aveva paura che qualcuno potesse vederlo».
I suoi piatti preferiti si possono svelare?
«La pasta al pomodoro, alla Norma e la cioccolata modicana».
Altri vip per cui ha lavorato?
«Elena Seredova, abbiamo fatto il suo matrimonio lavorando con Alessandra Grillo, la wedding planner dei Ferragnez e da lì in poi c’è stata l’esplosione. Poi, Jacques Garcia (l’architetto di Villa Elena a Noto, uno dei set di The White Lotus ndr) ci ha chiamato per il matrimonio del suo braccio destro e anche da lì sono nate tante altre occasioni».
Si è mai sentita fuori posto nel mondo del luxury?
«Io mi sento sempre non adeguata, quindi studio, mi preparo, sono iper-precisa. In quel mondo l’opulenza non sempre corrisponde al valore umano. E io cerco il valore umano. Mi commuovo ai “sì”, resto amica degli sposi, ricevo le foto delle gravidanze. Per me la bellezza è nelle relazioni. L’accoglienza è far sentire qualcuno a casa».
Il complimento più bello?
«Con te ci sentiamo a casa e non vogliamo andare via».
E cos’è casa per lei?
«Dove il cuore è felice. Il mare, Salina, dove è sepolto mio padre».
Oggi è tornata a lavorare in un posto stanziale...
«Sì, a Trecastagni con “Essenza”, ma solo nei fine settimana. Io l’anima ce l’ho nomade, stare ferma in cucina mi sta stretto. Perché quando tu viaggi, tu assimili, conosci culture, modi di fare diversi, ingredienti, profumi e questo mi ha aiutato a formarmi anche perché sono partita da zero».
La sua idea di cucina?
«La mia cucina ha una profonda radice siciliana, ma ama le contaminazioni. Parte da una materia prima eccezionale che deve avere una storia. Io devo sapere al 90% da dove viene, perché, com’è stato coltivato, com’è stato allevato. C'è una sorta di criterio etico che deve accompagnare tutto quello che si lavora perché il cibo ha la sua energia, non c'è dubbio».
Il profumo che la riporta a casa?
«La salsa di pomodoro al basilico, mia nonna la faceva tutti i giorni. Ne aveva sempre una pentolina in frigo e quando tu arrivavi a qualunque ora ti chiedeva “Mangiasti? Assèttiti! Spaccarella con salsa col pomodoro alla carrettiera e basilico fresco.” È il piatto che mi ha tenuto in vita in un momento molto difficile per me...»
Vuole dire che la cucina è terapeutica?
«Assolutamente sì, lo è per se stessi e per gli altri. Se tu non inizi a cucinare per te, vivi male il cibo, cucinare per se stessi è la prima cosa che ti dà una giusta educazione alimentare».
Dove si vede fra 10 anni?
«Sono come un ulivo: radici profonde, tronco nodoso pieno di "ferite" che diventano arte, fronde leggere che si protendono verso il futuro. Non saprei. Magari a Salina. Mi piacerebbe avere una casa dove poter ospitare le persone e farle mangiare. Come faceva mio papà, che la domenica andava a fare la spesa e invitava i vicini a pranzo». Il mio progetto non è un ristorante. È umano. È costruire legami, profumi, memoria. E se devo dire cosa sia Manipura, oggi, è questo: la capacità di rialzarsi, di trasformare il dolore in accoglienza, e di mettere nel piatto non solo cibo, ma rispetto, verità e amore».