schiaffo all'arte
Decapitato (e gettato nell'Arno) l'Uomo Comune: Clet offre un'opera a chi restituisce la testa
L'artista offre un'opera come ricompensa, la città si mobilita nella "caccia alla testa" tra indignazione e questioni sulla tutela dell'arte urbana
Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2026 Firenze ha subito un grave atto vandalico ai danni di una delle sue più note opere di arte urbana. L’“Uomo Comune”, installazione ideata dallo street artist Clet Abraham e sospesa nel vuoto su Ponte alle Grazie, è stato divelto, decapitato e scagliato nelle acque dell’Arno. All’alba, il corpo della scultura è stato rinvenuto e recuperato sull’argine nei pressi della Società Canottieri; della testa, invece, nessuna traccia. Di fronte a questo sfregio, Clet ha rivolto un appello alla città, accompagnato da una singolare ricompensa: “Offrirò una mia opera a chi mi riporterà la testa”.
Un invito che va oltre la semplice ricerca dell’elemento mancante e si fa monito collettivo a “ritrovare la testa”, intesa come esercizio di senso critico. Se in passato l’installazione aveva conosciuto micro-interventi spontanei — adesivi, spruzzi di vernice — spesso accolti dall’autore come parte di un dialogo vitale con lo spazio pubblico, la violenza notturna rappresenta il superamento di un limite. “L’arte costruisce, il vandalismo distrugge”, ha osservato l’artista, sottolineando come la sottrazione dell’integrità formale equivalga a una vera ferita simbolica. Realizzata in vetroresina e polistirolo su un’anima metallica, la sagoma dell’“Uomo Comune” raffigura una persona che avanza oltre il margine del ponte: una parabola sul rischio e sulla scelta, in deliberato contrasto con le consuete statue celebrative di eroi e condottieri.
Comparsa per la prima volta, in modo temporaneo, nel gennaio 2011, l’opera ha attraversato una vicenda accidentata, tra rimozioni, danneggiamenti e contenziosi giudiziari tra il 2015 e il 2017, culminati in un’ammenda all’artista per installazione non autorizzata in area vincolata. Soltanto nel 2021 la figura era tornata al suo posto, di fatto “tollerata” e riconosciuta come parte dell’immaginario condiviso della città. Oggi una vera “caccia alla testa” mobilita cittadini e appassionati, che perlustrano le sponde dell’Arno a valle e a monte del ponte in una sorta di missione civica. Sul fronte investigativo, si punta a ricostruire la dinamica dello sradicamento, anche attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza collocate tra Ponte alle Grazie e Ponte Vecchio.
Il corpo della scultura, sebbene mutilato, appare recuperabile; il possibile riposizionamento in quota apre però interrogativi complessi: come tutelare un’opera per sua natura esposta senza snaturarne la libera fruizione? La decapitazione ha privato l’“Uomo Comune” della sua identità, riducendolo a un corpo sospeso, senza sguardo e senza progetto. Eppure proprio da questo gesto distruttivo può scaturire per Firenze e le sue istituzioni un’opportunità: trasformare lo sdegno in un investimento culturale condiviso, decidendo se e come continuare a proteggere quell’omino senza nome che, da quindici anni, invita i passanti a compiere un passo oltre l’abitudine e il conformismo.