LA CURIOSITÀ
Sharon Stone rivela il miglior baciatore di Hollywood: non era romantico e ha segnato un'epoca
Non nasce dal glamour ma dalla recitazione. Tecnica e magnetismo che coincidono.
Un bacio dura pochi secondi. A volte però basta un ricordo raccontato con ironia per riaprire un archivio intero. Sharon Stone, intervistata da Andy Cohen su Radio Andy, ha indicato Robert De Niro come «il miglior baciatore del mestiere», aggiungendo che quella scena sul set di Casino la colpì al punto da toglierle le scarpe — in senso figurato ma non troppo. La dichiarazione, rilanciata nei primi giorni di aprile 2026, ha fatto il giro dei media internazionali. Non è nemmeno la prima volta: già nel 2020, ospite di Watch What Happens Live, Stone aveva detto la stessa cosa. Non è un'invenzione dell'ultima ora.
Il punto non è la classifica sentimentale. Quando Stone parla di De Niro, descrive qualcosa di più preciso: la capacità di trasformare un gesto fisico in una scena di potere. E lo fa da un punto di osservazione privilegiato: oltre quarant'anni di set accanto a Michael Douglas, Arnold Schwarzenegger, Leonardo DiCaprio, Gene Hackman. Quando un'attrice con quel curriculum sceglie un nome senza esitare, la frase smette di essere gossip.
Per capirla bisogna tornare a Casino, 1995. Non è un film romantico: è un film sull'ossessione e sul controllo. Stone è Ginger McKenna, magnetica e autodistruttiva. De Niro è Ace Rothstein, che crede di poter governare l'amore come gestisce il casinò. Il bacio di cui Stone parla non è un orpello erotico: è una moneta di scambio emotiva. Scorsese, dopo il ciak, avrebbe lasciato intendere che un'altra ripresa non sarebbe stata un sacrificio per nessuno dei due.
C'è anche un paradosso nel racconto. De Niro non appartiene all'immaginario dell'attore romantico: la sua grandezza è associata alla tensione interna, alla minaccia trattenuta, alla psicologia fratturata. Ed è proprio lì che la rivelazione di Stone diventa illuminante: il miglior bacio di Hollywood, nel suo racconto, non nasce dal glamour ma dalla recitazione. Tecnica e magnetismo che coincidono.
Per Stone, Casino è il film che ha corretto la percezione pubblica senza cancellarne il lato iconico. Dopo Basic Instinct, il rischio era la cristallizzazione — diventare simbolo più che attrice. Ginger McKenna le consegnò invece una materia drammatica piena di contraddizioni: fragilità, arroganza, dipendenza, furia. Quell'anno vinse il Golden Globe e ottenne l'unica candidatura all'Oscar della sua carriera.
Negli ultimi anni Stone ha raccontato con grande franchezza la lunga coda dell'ictus del 2001, quando i medici le diedero tra l'1 e il 5 per cento di probabilità di sopravvivenza. La Stone del 2026 non è più solo la diva degli anni d'oro: è una figura pubblica che ha trasformato la propria biografia in una testimonianza di sopravvivenza. Quando racconta un ricordo di set, lo fa con meno soggezione verso il mito industriale di Hollywood — e forse è anche per questo che le sue parole sembrano insieme leggere e pesanti.
Casino appartiene a una stagione del cinema americano in cui i grandi autori producevano film per adulti, complessi ma popolari. Oggi, nel tempo delle franchise, un aneddoto del genere riaccende qualcosa di specifico: la nostalgia per un cinema fondato sugli attori, sui dialoghi, sui conflitti trattati con ferocia morale. Dire che De Niro era il miglior baciatore non significa attribuirgli fascino: significa riconoscergli la capacità di rendere vera una scena intima. È un dettaglio minuscolo. Ma spiega un'epoca.