LA MISSIONE
Artemis II, la Luna che non avevamo mai visto così: le immagini del lato nascosto riportano l’uomo oltre il mito
Un sorvolo a migliaia di chilometri dalla superficie, un “tramonto” terrestre dietro il bordo lunare e dettagli geologici osservati con occhi umani
La scena più sorprendente non è la Luna. È la Terra: un disco di un blu tenue, striato da nuvole bianche, che scompare dietro il bordo grigio e tormentato del nostro satellite. Vista da lassù, durante il passaggio di Artemis II, non somiglia a un pianeta dominante, ma a una presenza fragile, remota, quasi silenziosa. È una delle ragioni per cui le nuove fotografie diffuse dalla NASA non sono semplicemente belle immagini spaziali: sono documenti rari di un momento in cui l’essere umano, per la prima volta dal 1972, è tornato a guardare da vicino la Luna e il suo emisfero nascosto con i propri occhi.
Le immagini rese pubbliche oggi mostrano infatti il lato nascosto della Luna durante il sorvolo di Orion, la capsula che ha portato nello spazio profondo Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. In uno degli scatti più evocativi compare un vero e proprio “coucher de Terre”, un tramonto terrestre visto oltre il limbo lunare; in un altro, la luce radente del terminatore — la linea di confine tra giorno e notte lunari — scolpisce rilievi, creste e pareti crateriche con ombre lunghe e taglienti. In primo piano spicca anche il cratere Ohm, con orli terrazzati, fondo relativamente piatto e rilievi centrali, una morfologia tipica dei crateri complessi da impatto.
Un sorvolo storico, ma diverso dall’epopea Apollo
Il volo di Artemis II è già entrato nella storia per più di un motivo. È il primo volo con equipaggio del programma Artemis, il primo test umano della combinazione tra il razzo SLS e la capsula Orion, e soprattutto il primo viaggio con astronauti oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi di Apollo 17. La missione, partita il 1° aprile 2026 dal Kennedy Space Center, è progettata come un volo di prova di circa 10 giorni attorno alla Luna e ritorno, senza inserimento in orbita lunare e senza allunaggio.
Ma proprio la sua traiettoria spiega perché queste fotografie abbiano un carattere nuovo anche rispetto all’era Apollo. Al massimo avvicinamento, Orion è passata a circa 6.545 chilometri dalla superficie lunare; la Nasa, dopo un aggiornamento dei dati di volo, ha indicato un passaggio finale a circa 4.067 miglia, cioè poco più di 6.540 chilometri. È una distanza immensamente superiore a quella delle missioni Apollo in orbita bassa lunare — dell’ordine di circa 110 chilometri — ma proprio questo assetto ha permesso di osservare il disco lunare in modo più ampio, includendo anche regioni polari e vaste porzioni dell’emisfero nascosto.
La finestra osservativa è durata per diverse ore, grosso modo un intero arco di sorvolo. Durante questo periodo i quattro astronauti si sono alternati al finestrino, a coppie, per descrivere a voce il paesaggio, prendere appunti e fotografare la superficie con tre fotocamere portate a bordo. Non era turismo spaziale: era un’osservazione geologica guidata, preparata con obiettivi scientifici precisi e con un piano di targeting elaborato con i team a Terra.
Il lato nascosto non è “oscuro”: è diverso
C’è un equivoco che queste immagini aiutano a correggere. Il lato nascosto della Luna non è la sua “faccia oscura” in senso fisico: riceve luce solare esattamente come quello che vediamo dalla Terra. È “nascosto” soltanto perché, a causa della rotazione sincrona, la Luna ci mostra sempre quasi lo stesso emisfero. Gli esseri umani non hanno visto direttamente il lato opposto fino al sorvolo della sonda sovietica Luna 3 nel 1959, e da allora a studiarlo sono state soprattutto sonde orbitali e veicoli robotici.
Dal punto di vista scientifico, però, la differenza è tutt’altro che semantica. Il lato vicino e quello nascosto raccontano due storie geologiche differenti. La Nasa ricorda che la crosta lunare misura circa 70 chilometri sul lato visibile e circa 150 chilometri su quello opposto; il lato vicino mostra inoltre una storia vulcanica molto più marcata e una diversa distribuzione di elementi radioattivi. Capire perché esista questa asimmetria è una delle grandi domande ancora aperte sulla formazione della Luna e, in controluce, sull’evoluzione primordiale dei corpi rocciosi del Sistema solare.
È per questo che le descrizioni raccolte dall’equipaggio hanno un valore che va oltre la suggestione. Durante il passaggio dietro la Luna, la Nasa ha spiegato che gli astronauti hanno fotografato e descritto crateri da impatto, antichi flussi di lava, fratture, creste e variazioni di colore, luminosità e tessitura superficiale. Sono osservazioni che possono aiutare a leggere la composizione e la storia dei terreni attraversati dal sorvolo, integrando il patrimonio di dati già ottenuto dalle missioni automatiche.
Il bacino Polo Sud-Aitken, una ferita antichissima
Uno degli scatti diffusi mostra il bordo orientale del bacino Polo Sud-Aitken, una delle strutture più importanti dell’intera geologia lunare. Secondo la Nasa, si tratta di uno dei più grandi e più antichi bacini da impatto del Sistema solare; altre pagine dell’agenzia ne indicano un diametro di circa 2.500 chilometri, abbastanza da occupare quasi un quarto della circonferenza della Luna. In termini geologici, è una ferita fossile che conserva informazioni sulle fasi più violente del bombardamento primordiale che hanno modellato non solo la Luna, ma anche la Terra giovane e gli altri pianeti rocciosi.
Osservare dall’abitacolo umano zone del genere non significa sostituire il lavoro delle sonde, ma aggiungere un livello di percezione e di interpretazione. L’occhio addestrato di un astronauta può cogliere rapidamente contrasti di tono, relazioni tra ombra e rilievo, continuità di fratture e differenze di tessitura che poi dovranno essere confrontate con le mappe ad alta risoluzione del Lunar Reconnaissance Orbiter e con i modelli topografici esistenti. La Nasa, del resto, aveva preparato l’equipaggio proprio a questo: un’attività di osservazione di 15 siti geologici chiave e una campagna di addestramento basata sull’illuminazione radente, cruciale per mettere in risalto la morfologia superficiale.
Il cratere Ohm e la geologia raccontata da una fotografia
Tra i dettagli più notevoli delle immagini c’è il cratere Ohm, descritto con bordi a terrazze e rilievi centrali, picchi che si formano nei grandi crateri complessi quando il terreno, fuso e compresso dall’impatto, rimbalza verso l’alto durante la fase finale della formazione. È un particolare che merita attenzione: la geologia planetaria spesso si rende leggibile proprio in queste forme, dove il paesaggio conserva la memoria meccanica di un evento catastrofico.
La luce radente ha fatto il resto. Quando il Sole illumina la superficie con un angolo basso, come accade vicino al terminatore, le ombre si allungano e i rilievi “emergono” visivamente. La Nasa aveva sottolineato in anticipo che tali condizioni sarebbero state ideali per evidenziare profondità, pendii, cigli craterici e rugosità del terreno; al contrario, una piena illuminazione avrebbe aiutato di più a distinguere le variazioni di colore e albedo. Le immagini di Artemis II sembrano confermare esattamente questa previsione: non soltanto mostrano la Luna, ma la fanno quasi leggere in tre dimensioni.