natura e cibo
Una primavera perfetta per “cogghiri viddura” e riscoprire un’arte antica, la partecipazione dei giovani a corsi e attività
Camminare tra sentieri e campagne alla ricerca di cicorie, finocchietto & Co. è anche un’attività sensoriale e culturale
Negli ultimi anni, complice anche un rinnovato desiderio di rallentare e riscoprire ritmi più naturali, cresce l’interesse per le erbe spontanee commestibili. Un fenomeno che affonda le radici nel passato, ma che oggi si presenta con una veste nuova: non più necessità dettata dalla fame, ma scelta consapevole, culturale e persino identitaria.
Una volta non c’erano testi divulgativi di fitoalimurgia - così si chiama la disciplina che studia le piante spontanee commestibili - anche se quando gli americani sbarcarono in Sicilia furono dotati dal governo di un manuale riferito alla flora siciliana in modo che in un momento di difficoltà i militari avrebbero potuto sfamarsi. Ma all’epoca c’era la guerra e c’era la fame.
Oggi a favorire questa riscoperta per le piante selvatiche mangerecce contribuisce anche una stagione particolarmente generosa, segnata da piogge abbondanti che hanno reso i campi ricchi di varietà vegetali, regalando una qualità e una quantità di piante edibili difficilmente riscontrabili negli anni più siccitosi. Camminare tra sentieri e campagne alla ricerca di cicorie, finocchietto, borragine, segale, “cacocciuliddi” e asparagi selvatici può essere, quindi, non solo un’attività “alimentare”, ma un’esperienza sensoriale e culturale.
La fitoalimurgia rappresenta il punto d’incontro tra scienza e tradizione. Le conoscenze un tempo custodite all’interno delle famiglie contadine, oggi vengono condivise attraverso corsi e attività sul territorio, attirando persone di tutte le età. In particolare, si registra una forte partecipazione giovanile: segno di una sensibilità crescente verso la sostenibilità, l’alimentazione naturale e il desiderio di esperienze autentiche.
Non tutte le piante spontanee, però, sono conosciute o apprezzate allo stesso modo. Alcune, come il finocchietto selvatico (un ingrediente principe della cucina siciliana) o la borragine, sono entrate stabilmente anche nei mercatini locali. Altre restano meno note, pur avendo caratteristiche nutrizionali e gustative interessanti. È il caso di alcune varietà di cicoria, con foglie più robuste e sapori intensi, spesso ignorate semplicemente per mancanza di conoscenza. Accanto al valore gastronomico, queste piante hanno una grande valore nutraceutico, vale a dire hanno proprietà benefiche importanti. Molte sono ricche di vitamine, sali minerali e composti antiossidanti. Senza contare che la raccolta stimola un rapporto più consapevole con ciò che si porta a tavola, rafforzando il legame tra ambiente e nutrizione.
Certo, le piante selvatiche edibili bisogna sapere dove raccoglierle e soprattutto saperle riconoscere, un po’ come i funghi. Il mondo delle erbe spontanee comprende infatti, anche specie tossiche, talvolta simili a quelle commestibili. Per questo motivo è essenziale affidarsi a guide esperte e sviluppare una capacità di osservazione accurata. Riconoscere una pianta significa considerare diversi elementi: forma, colore, habitat e odore. Un gesto semplice come spezzare una foglia e annusarla può fare la differenza tra una raccolta sicura e un rischio evitabile.
Oggi, andare per erbe rappresenta anche una risposta ai tempi incerti. In un contesto economico complesso, riscoprire ciò che la natura offre gratuitamente assume un valore concreto, oltre che simbolico. Ma più ancora della convenienza, è il bisogno di autenticità a guidare questa tendenza: il desiderio di uscire dagli schemi della vita urbana e riscoprire una dimensione più essenziale. Così, tra sentieri profumati e campi rigogliosi, la raccolta delle verdure selvatiche diventa un gesto che unisce passato e presente. Un modo per recuperare saperi antichi, prendersi cura di sé e riscoprire, passo dopo passo, un rapporto più profondo con la natura.