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9 aprile 2026 - Aggiornato alle 15:49
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TELEVISIONE

Giletti, Petracalvina e il cortocircuito di Rai3: quando il caso Garlasco incendia lo studio

Lite in diretta sul delitto di Garlasco: il racconto di una serata in cui la televisione ha smesso di essere solo televisione, mentre sullo sfondo la Rai difende le sue scelte

09 Aprile 2026, 14:18

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Giletti, Petracalvina e il cortocircuito di Rai3: quando il caso Garlasco incendia lo studio e il gossip corre più veloce della TV

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C’è un momento, in certi talk show, in cui si capisce che la scaletta è saltata. Non serve un urlo, non serve nemmeno un fuori programma clamoroso: basta il tono di una replica, una parola di troppo, una domanda che invece di chiudere riapre tutto. Nella puntata del 6 aprile 2026 di Lo Stato delle Cose, quel momento è arrivato quando il caso Garlasco ha trasformato il confronto televisivo in un duello aperto tra Massimo Giletti e Ilenia Petracalvina, con l’avvocato Antonio De Rensis dentro una discussione sempre più tesa e sempre meno rituale. E da lì, come spesso accade oggi, la televisione ha smesso di finire in studio: è proseguita sui social, nei commenti, nei ritagli video, nelle polemiche di giornata.

La puntata di Rai3 era già costruita per stare dentro una serata ad alta densità narrativa. Accanto ai temi di cronaca e alle inchieste, il programma è tornato infatti su uno dei casi più controversi della storia giudiziaria italiana, quello dell’omicidio di Chiara Poggi, con un focus sulle consulenze depositate alla Procura di Pavia e sulla posizione del nuovo indagato Andrea Sempio, mentre sullo sfondo restava la vicenda di Alberto Stasi, detenuto da oltre dieci anni. Era quindi prevedibile un confronto acceso; meno prevedibile, almeno nei toni, la piega presa in diretta.

Il nodo Garlasco: il punto che ha fatto esplodere lo scontro

La scintilla si è accesa quando Giletti ha espresso apertamente i suoi dubbi sul fatto che Marco Poggi, fratello di Chiara, fosse rimasto in contatto telefonico con Andrea Sempio, oggi nuovamente al centro dell’inchiesta. Il conduttore ha indicato quel dettaglio come un elemento quantomeno difficile da ignorare, mentre in studio si è aperta l’ennesima frattura interpretativa su ciò che, nel caso Garlasco, può essere considerato indizio, contesto o semplice suggestione narrativa. La discussione ha coinvolto direttamente Ilenia Petracalvina, in disaccordo con l’impostazione di Giletti, e l’avvocato De Rensis, legale di Stasi, già presenza ricorrente nel dibattito televisivo sul caso.

Il punto più delicato non è stato solo il merito della questione, ma il modo in cui il merito si è trasformato in scontro personale e professionale. Petracalvina avrebbe contestato con forza alcune affermazioni dell’avvocato, fino a definirlo “disonesto”, in una dinamica che ha accentuato la sensazione di una puntata sfuggita ai normali argini del dibattito televisivo. In altri termini: non più solo una divergenza sul caso, ma uno scontro sul linguaggio, sul metodo e sulla legittimità delle rispettive posizioni in studio.

È qui che la trasmissione mostra il suo doppio volto. Da un lato, Lo Stato delle Cose conferma la propria vocazione a tenere insieme cronaca nera, tensione narrativa e forte personalizzazione del racconto. Dall’altro, proprio questa impostazione espone il programma a un rischio strutturale: quando il tema è un caso giudiziario che da anni divide opinione pubblica, media e addetti ai lavori, la soglia fra approfondimento e scontro diventa sottilissima. La puntata del 6 aprile lo ha dimostrato con una chiarezza persino brutale.

Non solo lite: perché quella scena ha colpito così tanto

A rendere la sequenza particolarmente forte è anche il contesto più ampio in cui si inserisce. Il caso Garlasco è uno dei pochi, nella televisione italiana contemporanea, capaci ancora di produrre un cortocircuito costante tra diritto, cronaca, opinione e spettacolo. Ogni nuovo sviluppo giudiziario riaccende non solo l’interesse, ma un vero ecosistema di interpretazioni, sospetti, posizionamenti. In questo schema, figure come Giletti, Petracalvina e De Rensis non sono semplici ospiti o commentatori: diventano personaggi di una narrazione pubblica che il pubblico riconosce, segue e spesso schiera.

A confermare il peso del tema è anche il fatto che il programma di Giletti, sin dal suo ritorno su Rai3, abbia investito con continuità su Garlasco come uno degli assi del racconto editoriale. Già alla ripartenza della stagione 2025/2026, il caso figurava tra i temi forti del programma, che fa capo alla direzione Rai Approfondimento guidata da Paolo Corsini. Questo spiega perché le tensioni emerse in studio non siano apparse come un incidente isolato, ma come il riflesso di una linea editoriale che punta molto sull’alta temperatura del dibattito.

Il retroscena Rai: la risposta di Paolo Corsini e la battaglia sui palinsesti

Ma la serata di Giletti non si è fermata al caso Garlasco. A rendere la vicenda ancora più rumorosa è stata la coda polemica sul futuro del programma. Nelle ultime settimane si era parlato di una possibile chiusura anticipata di Lo Stato delle Cose, ipotesi che aveva alimentato indiscrezioni, malumori e letture politiche. A smentire l’idea di uno stop fuori programma è intervenuto direttamente Paolo Corsini, direttore di Rai Approfondimento, chiarendo che la conclusione della stagione 2025/2026 era quella prevista dal piano editoriale e che la rimodulazione delle puntate rientrava in una più ampia riduzione delle risorse destinata a tutta la direzione.

La presa di posizione di Corsini è importante per due ragioni. La prima: smonta l’idea di una “punizione” specifica nei confronti di Giletti, almeno sul piano formale. La seconda: segnala che il vero terreno di scontro non è solo il merito giornalistico, ma la gestione industriale del servizio pubblico, tra budget, numero di puntate e strategia complessiva dell’offerta. Nel suo intervento, il direttore ha anche sottolineato che palinsesto e puntate erano stati concordati, richiamando in sostanza il principio della fiducia reciproca fra azienda e conduttore. È una formula istituzionale, ma in un momento così teso suona anche come un messaggio politico-editoriale molto preciso.

In controluce si vede bene il paradosso della televisione contemporanea: un programma può essere rumoroso, riconoscibile, capace di occupare il dibattito pubblico, e allo stesso tempo restare vulnerabile alle logiche di costo e di assetto aziendale. È il motivo per cui la difesa di Corsini non chiude la discussione, la sposta soltanto. Non più “chi vuole fermare Giletti?”, ma “quale spazio intende davvero concedere la Rai a un format che vive di conflitto, personalità forti e casi ad altissima esposizione mediatica?”.