English Version Translated by Ai
4 maggio 2026 - Aggiornato alle 18:15
×

Il personaggio

Una catanese innamorata di Palermo, da modella a donna manager

Giusi Maccarrone racconta la sua voglia di fare impresa per riscattare il mondo femminile

04 Maggio 2026, 16:49

16:50

Una catanese innamorata di Palermo, da modella a donna manager

Seguici su

Giusi Maccarrone, è un’istituzione. Donna, moglie, madre. Imprenditrice. Presidente di Impresa Donna Confesercenti Catania.

Come gradisce essere chiamata: presidente, presidentessa o presidenta?

«No, è una questione che non mi ha mai toccato. I masculi su’ masculi e le femmine dobbiamo portare con orgoglio il nostro nome. Non è una qualifica o una declinazione che possono cambiare le cose in meglio o in peggio».

Ok, allora, signora presidente, la sua storia professionale comincia sulle passerelle in qualità di modella o, come si diceva ai suoi, pardòn, ai nostri tempi, di mannequin

«Sì, comincio a lavorare come modella e a vent’anni ho aperto un’agenzia di moda tutta mia, Noi Due, e organizzavamo a Catania e non solo le più grosse sfilate, con i Parisi, al Mokambo, in via Monfalcone, a Vulcania, coinvolgendo in tutta l’Isola i più grossi commercianti. Poi ho continuato a Palermo, perché sono andata a vivere lì per qualche anno e ancora oggi mi ritengo una catanese innamorata di Palermo. Quando sono tornata a Catania ho interrotto per qualche anno perché era cambiata la tipologia di mercato, e da sei anni a questa parte ho ricominciato ritrovando anche alcuni clienti del passato».

In che modo?

«Innanzitutto organizzando gli eventi in toto, occupandomi sia del reclutamento delle ragazze che del reperimento degli sponsor e dei contatti, quando necessario, con le amministrazioni. Un lavoro che mi ha portato anche a Milano dove ho organizzato, di recente, le sfilate di Bliss».

Prima parlava di Via Monfalcone, Vulcania, siamo agli inizi degli anni Ottanta, della Milano da bere di cui hanno goduto anche tutte le altre città, cominciavano a diventare popolari brand come Armani, Valentino e tanti altri…

«Sì, per la moda credo che sia stato il periodo più bello in assoluto e ne abbiamo goduto anche noi. Erano anni in cui si spendeva per avere abiti griffati, si badava molto all’immagine e all’eleganza, cosa che oggi si è un po’ persa».

«Poi, da modella a imprenditrice. Cosa è successo?

«Sì, diciamo che ho voluto anticipare la fine…».

In che senso?

«Ho pensato che avrei voluto evitare il trauma di non venir più chiamata da chi organizzava le sfilate, e allora meglio che mi organizzo il futuro professionale».

Ride di cuore ma non nasconde che, in fin dei conti, è stata una scelta saggia che le ha permesso di continuare a frequentare questo mondo non più dalla passerella ma dal dietro le quinte.

«Sembra una soluzione sciocca ma evita grandi dolori e delusioni. Ho capito che stava finendo il mio momento e allora ho cominciato a ragionare da imprenditrice, anche perché, vivendo questa realtà, mi sono resa conto che mancava chi unisse davvero la gente. Il mio mood vuole essere sempre quello dell’unione, presentarci insieme, spingere il territorio, aiutare chi vuole produrre e non sa da dove iniziare. È questo il motivo che mi ha spinto ad accettare anche questo ruolo all’interno di Impresa Donna».

Perché?

«Perché mi piace occuparmi delle donne che hanno difficoltà, che vogliono intraprendere un’esperienza imprenditoriale e non sanno da dove cominciare, il fine di tutto è principalmente questo».

Dal punto di vista economico è valsa la pena scendere dalla passerella e lanciarsi dall’altra parte della barricata?

«Per me creare eventi è una passione e mi piace farlo. I guadagni degli anni Ottanta, quando facevamo due, tre sfilate al giorno sono finiti. La mia missione è quella di cercare personaggi e brand da promuovere perché pensare di fare la solita mega-sfilata con uno stilista di grido, non è un lusso che ci possiamo permettere. Ma questo vale anche a Milano o all’estero. A Milano magari gli sponsor li trovi più facilmente, ma le difficoltà restano».

Soprattutto c’è un problema, almeno qui, legato ad una mentalità imprenditoriale un po’, come la potremmo definire, retrograda?

«Già, qua nessuno è profeta in patria, mi conoscono, sanno chi sono, ma chiamano sempre persone che vengono da fuori come se questo fosse un valore aggiunto e invece non è così. È una cosa che mi fa soffrire molto, mentre i milanesi mi chiamano e apprezzano il mio, anzi il nostro lavoro. E i primi a snobbarti sono proprio gli amici... Definiamolo pure “il grande mistero” di questa professione».

Nella crisi della moda e degli eventi ha avuto un enorme impatto il Covid?

«Ha creato sicuramente dei danni collaterali più a livello psicologico che non professionale. Purtroppo l’economia non gira, e non è tutta colpa del Covid ma di un sistema che non funziona più come una volta».

A noi siciliani manca la volontà di fare squadra.

«Individualismo è la parola d’ordine del siciliano. Sospettoso, vuole sempre sapere chi ci sarà, come sarà... Siamo bravi a stare insieme nella leggerezza, ma nella concretezza siamo sospettosi».

Giochiamo a fregarci l’uno con l’altro?

«Assolutamente sì. Il lato positivo e negativo dell’essere siciliano. Viviamo di improvvisazione».

Improvvisazione è una parola che non le si addice, soprattutto quando ha a che fare con le ragazze che vogliono lanciarsi in questo ambiente.

«Sì, organizzo dei corsi di portamento. Formarle non è così semplice. Torniamo sempre al solito discorso: qui c’è troppa improvvisazione, ci sono le mamme che spingono ma anche le stesse ragazze che non si rendono conto che non hanno i numeri per fare questo mestiere. A differenza della mia generazione le ragazze sono poco invogliate ad affrontare questo mestiere, sono più attratte dalla televisione, e allora noi cerchiamo comunque di formarle perché ne abbiamo bisogno. Sfilano ancora donne di trent’anni. Non siamo come a Milano dove sfilano le sedicenni, ma vorremmo vedere sulle catwalks almeno delle ventenni».

E qual è il problema?

«Più che alla preparazione, alla professionalità, sono subito interessate a quanto guadagneranno, a dove sfileranno».

E la risposta?

«C’è poca convinzione, ma poi alcune capiscono che noi ti permettiamo, se vuoi trasferirti a fare questo lavoro a Milano, di arrivarci con il tuo book professionale già pronto - e così eviti di farti scippare duemila euro dalla tasca - e se l’agenzia ti ritiene valida cominci a lavorare subito perché hai già una base dalla quale partire».

Quali differenze sostanziali tra le ragazze della sua età e quelle di oggi?

«Noi il lavoro lo volevamo più della nostra vita. Eravamo pronte ad affrontare qualsiasi sacrificio. Oggi cercano subito le comodità. Il femminismo che negli anni Settanta ci rendeva autonome oggi non esiste più».

Certo, il diavolo veste Prada ma sotto il vestito serve tanto altro…