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LA CURIOSITÀ

Il vestito che si apre come una bandiera: dentro l’abito tricolore di Francesca Tocca all’Eurovision 2026

Non è solo un costume di scena: è un progetto di alta sartoria pensato al millimetro, cucito sul corpo, costruito per durare pochi secondi in scena e restare nella memoria molto più a lungo.

16 Maggio 2026, 17:59

18:00

Il vestito che si apre come una bandiera: dentro l’abito tricolore di Francesca Tocca all’Eurovision 2026

Non è solo un costume di scena: è un progetto di alta sartoria pensato al millimetro, cucito sul corpo, costruito per durare pochi secondi in scena e restare nella memoria molto più a lungo.

L'epertura della gonna Francesca Tocca all’Eurovision Song Contest 2026, è già diventato un momento iconico: pochi secondi, un gesto teatrale, e il bianco dell’abito da sposa si trasforma in un colpo d’occhio netto, quasi cinematografico, in cui appare il tricolore. Non un vezzo scenografico fine a sé stesso, ma la traduzione visiva di un immaginario costruito attorno a Per sempre sì, il brano con cui Sal Da Vinci ha rappresentato l’Italia a Vienna. Sul palco della Wiener Stadthalle, durante la settimana dell’Eurovision, il vestito indossato dalla ballerina è riuscito in qualcosa che accade raramente: imporsi come parte integrante della narrazione, non come accessorio.

Dietro quell’immagine c’è il lavoro di Barbara Pedrazzoli, fondatrice del brand bridal Love is Love, realtà che si definisce 100% Made in Italy e che oggi conta 2 atelier in Italia, a Bolzano e Roma. Pedrazzoli non arriva dal percorso più scontato per una stilista: sul sito ufficiale del marchio viene presentata come imprenditrice con un lungo passato da avvocato civilista, mentre altre ricostruzioni pubblicate in questi giorni raccontano proprio la sua transizione professionale verso il mondo bridal. È un dettaglio che aiuta a capire la natura del progetto: non solo gusto estetico, ma anche disciplina, precisione, capacità organizzativa. Tutte qualità indispensabili quando bisogna costruire un abito che non deve semplicemente vestire bene, ma deve funzionare sotto pressione, davanti alle telecamere, durante una coreografia, senza margine d’errore.

Un abito pensato per il racconto, non soltanto per la passerella

L’idea dell’abito nasce all’interno di una filiera creativa più ampia. Secondo quanto raccontato da Barbara Pedrazzoli, il primo contatto con il team di Sal Da Vinci risale a fine gennaio, quando la stylist Valentina Davoli la coinvolge per un abito destinato al videoclip di Per sempre sì. Quel vestito, già firmato da Love is Love, viene poi indossato anche nell’universo visivo che accompagna il brano a Sanremo 2026. Dopo la vittoria del cantante al festival, il team torna da Pedrazzoli per sviluppare una nuova versione destinata all’Eurovision: più scenica, più tecnica, più ambiziosa. Nel frattempo, il videoclip ufficiale del brano — diretto da Giuseppe Marco Albano — aveva già consolidato l’immaginario matrimoniale della canzone con la presenza di Francesca Tocca e Marcello Sacchetta, poi ritrovati anche sul palco europeo. L’abito, insomma, non compare dal nulla: è l’evoluzione coerente di un racconto visivo già avviato mesi prima.

I numeri del vestito: 33 metri di tulle, 10-12 strati, circa 15 chili

Se si vuole capire davvero perché questo abito abbia colpito tanto, bisogna partire dalla materia. I numeri raccontati da Pedrazzoli sono già di per sé eloquenti: la sola parte interna della gonna tricolore è stata realizzata con 33 metri di tulle; per ottenere la resa visiva desiderata sono stati utilizzati 10-12 strati di tessuto; il peso complessivo della struttura, secondo una stima della stilista, si aggira intorno ai 15 chili. Dati che, nel linguaggio della moda bridal, segnalano immediatamente una costruzione fuori scala rispetto a un comune abito da cerimonia. Non si trattava, infatti, di una gonna decorata con richiami alla bandiera, ma di una vera architettura tessile pensata per aprirsi e restare leggibile in tv. A completare l’esterno, uno strato di organza — in altre ricostruzioni definita persino organza di seta pura — è stato aggiunto per evitare che le paillettes si incastrassero durante lo srotolamento. Anche qui la bellezza è inseparabile dalla soluzione tecnica: il dettaglio elegante nasce da una necessità pratica.

La lavorazione, del resto, ha richiesto tempi da vero laboratorio artigianale. Un mese complessivo per completare il vestito, con 9 giorni dedicati al solo ricamo del bustier, per 8 ore al giorno. Non sono cifre decorative, ma la misura concreta di quanto lavoro manuale si nasconda dietro un capo destinato a vivere in scena per pochi istanti. Il corpetto, ricamato a mano da Barbara Pedrazzoli, era costruito come un bustier steccato, ricco di perline, pizzo e riflessi luminosi. E proprio lì si è verificato uno dei passaggi più interessanti del dietro le quinte: durante le prime prove, le prese coreografiche di Marcello Sacchetta facevano staccare alcune perline nella parte bassa del corpetto. Il giorno prima della partenza per Vienna, la stilista è intervenuta per modificare e “ripulire” la zona, così da evitare che elementi caduti sul pavimento potessero trasformarsi in un rischio per i ballerini. È la prova più chiara del fatto che un costume da performance, specie a questi livelli, si giudica anche sulla sua capacità di tenere insieme estetica, sicurezza e movimento.

Il vero capolavoro? Il meccanismo invisibile

La parte più affascinante dell’abito, forse, è quella che il pubblico non vede. Lo srotolamento della gonna non era affidato a un trucco grossolano o a un espediente teatrale qualunque, ma a una costruzione sartoriale quasi miniaturistica. L’abito è stato realizzato “addosso” a Francesca Tocca, che si è recata più volte in atelier per consentire un lavoro calibrato sulla sua circonferenza e sui suoi movimenti. Il sistema di chiusura prevedeva bottoncini minuscoli posizionati all’interno della cintura, collocati con precisione millimetrica: se la misura non fosse stata perfetta, l’intero meccanismo non avrebbe funzionato. Non solo. I bottoncini, a clip, sono stati anche coordinati per colore sui vari strati, così da evitare errori nelle fasi di chiusura e vestizione. Una soluzione apparentemente semplice, che in realtà rivela il livello di complessità del capo. Per indossarlo, ha spiegato la stilista, servivano almeno due persone: una per sostenere la gonna, l’altra per chiudere correttamente tutti i punti.

Questo aspetto tecnico dice molto anche del modo in cui oggi la moda da palcoscenico si sta evolvendo. Non basta più creare un capo spettacolare: bisogna costruire un abito che sappia dialogare con la regia, con la televisione ad alta definizione, con i tempi serrati di un live internazionale e con la fisicità dei performer. L’abito di Francesca Tocca appartiene a questa categoria di creazioni ibride, a metà tra il vestito da sposa couture e il costume ingegnerizzato. Ed è qui che il lavoro di Love is Love acquista un valore ulteriore: porta il lessico del bridal — il velo, il bustier, la gonna principesca, il ricamo a mano — dentro una dimensione performativa in cui tutto deve poter essere smontato, sganciato, aperto, trasformato. È un’idea di artigianato contemporaneo che non rinnega la tradizione, ma la costringe a dialogare con la scena.

Dal velo lungo al velo giusto: quando il dettaglio cambia per necessità

Tra gli elementi più curiosi emersi dal backstage c’è anche il capitolo dedicato al velo. In origine, l’abito avrebbe dovuto prevederne uno lungo, più vicino all’immaginario classico della sposa da fiaba. Alla fine, però, la scelta è cambiata. Il motivo non è stilistico, ma funzionale: a differenza del videoclip, sul palco dell’Eurovision Francesca Tocca doveva riuscire a toglierselo da sola, senza compromettere il ritmo della coreografia né ostacolare lo srotolamento della gonna. Da qui la decisione di accorciarlo e semplificarlo. È un esempio piccolo ma illuminante di come nascano i look più efficaci: non dall’ostinazione verso l’idea iniziale, bensì dalla capacità di correggerla quando la realtà del palcoscenico lo impone. In altri termini, la riuscita scenica di questo vestito dipende anche da ciò che è stato tolto, non solo da ciò che è stato aggiunto.