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IL RAPPORTO

Giornalismo in crisi: fiducia ai minimi, i social superano i siti di news e l'IA taglia il traffico agli editori

Il Reuters Institute Digital News Report 2026 fotografa un ecosistema sotto pressione: in Italia fiducia al 32%, oltre l'85% della pubblicità digitale va alle piattaforme

16 Giugno 2026, 13:09

13:10

Giornalismo in crisi: fiducia ai minimi, i social superano i siti di news e l'IA taglia il traffico agli editori

La fiducia nei media è al minimo dal 2015. Il 37% a livello globale, 32% in Italia, quattro punti in meno rispetto all'anno scorso. Non è un dato congiunturale: è una tendenza che il Reuters Institute Digital News Report 2026 fotografa con una nitidezza scomoda per chi fa questo mestiere.

Il sorpasso è già avvenuto. Per la prima volta, più persone si informano attraverso social media e piattaforme video - il 54% del campione globale - di quante visitino ancora i siti e le app delle testate tradizionali, ferme al 51%. Non è una rivoluzione annunciata: è una rivoluzione compiuta, mentre la maggior parte delle redazioni stava ancora a discutere se aprire o no un profilo TikTok.

Il punto non è solo dove le persone vanno a cercare le notizie. È che molte hanno smesso di cercarle del tutto. Il 42% degli intervistati dichiara di evitare attivamente l'informazione. L'interesse per le notizie è crollato di tredici punti percentuali dal 2021. Tredici punti in cinque anni. Dietro questo numero ci sono anni di polarizzazione politica, di attacchi sistematici ai giornalisti da parte di chi governa, di un'informazione percepita sempre più come parte del problema anziché strumento per capirlo.

I social vincono perché sono comodi, veloci, mediati da facce che il pubblico sente vicine. YouTube arriva al 34% degli utenti per le notizie, Instagram al 26%, TikTok al 20%. Il 27% del campione globale consuma informazione da creator indipendenti, persone spesso senza alcuna formazione giornalistica ma capaci di spiegare i fatti con un linguaggio che funziona. Il pubblico sa che questi creator sono meno imparziali dei giornalisti professionali — lo dice il report, nero su bianco — eppure preferisce loro. Questo dovrebbe farci riflettere più di qualsiasi dato sul traffico digitale.

Il secondo terremoto si chiama Google Zero. L'integrazione dell'intelligenza artificiale generativa nei motori di ricerca sta erodendo alla base il modello economico degli editori online. Le AI Overviews di Google — le risposte generate direttamente dall'IA prima dei risultati tradizionali — hanno già ridotto di un terzo il traffico organico verso i siti di news. Negli ultimi dodici mesi. Gli editori stimano un ulteriore crollo del 43% nei prossimi tre anni. Il meccanismo è brutale nella sua semplicità: l'IA risponde, l'utente legge il riassunto, non clicca. Solo il 4% di chi usa chatbot come ChatGPT o Gemini per informarsi apre poi il link alla fonte originale. Chi usa i motori di ricerca tradizionali lo fa nel 19% dei casi. Quasi cinque volte tanto.

L'Italia amplifica tutte queste tensioni con le sue specificità. La televisione genera ancora il 73% dei ricavi dei media tradizionali — Rai, Mediaset e Sky tengono il mercato legacy in un equilibrio che altrove si è già rotto. La carta stampata è crollata all'11% di penetrazione. I social come fonte di notizie salgono al 36%, sei punti in più rispetto al 2020. E oltre l'85% dei ricavi pubblicitari digitali lordi va alle grandi piattaforme, lasciando agli editori italiani gli spiccioli di un mercato che loro stessi contribuiscono a popolare di contenuti.

L'AGCOM ha aperto un braccio di ferro con Meta e LinkedIn sull'equa remunerazione agli editori, e si prepara a segnalare alla Commissione Europea le AI Overviews di Google. È la strada giusta. È anche una strada lunga.

Eppure esistono modelli che funzionano. Mediapart in Francia raggiunge 260.000 abbonati senza pubblicità, finanziato esclusivamente dai lettori, e continua ad assumere. L'editore austriaco Russmedia ha creato un abbonamento condiviso su tre testate regionali e formati pubblicitari nativi con tassi di clic quattordici volte superiori ai banner tradizionali. In Norvegia, il 40% degli utenti paga per le notizie digitali; in Svezia, il 32%. In questi mercati, Schibsted integra l'IA nei propri flussi di lavoro con strumenti proprietari, senza cedere dati né controllo editoriale alle grandi piattaforme.

In Francia, un ventinovenne di nome Hugo Travers raggiunge quasi il 30% degli under 35 con spiegazioni chiare su temi complessi, dal suo canale HugoDécrypte. Non è la fine del giornalismo. È la dimostrazione che il pubblico giovane non ha smesso di voler capire il mondo - ha smesso, semmai, di aspettarsi che glielo spieghino certi canali.

Il problema non è che le persone non vogliono più informarsi. È che non si fidano più di chi lo fa. E quella fiducia non si recupera con un account Instagram ben curato.