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Dal cucchiaio alla città

Dal cucchiaio alla città

Dal cucchiaio alla citta'.
E' il necrologio di tutta la stagione dell'utopia modernista, spazzata via dalla pochezza dei suoi contenuti umani.

Le nostre città, i nostri contesti territoriali, ci appaiano come imbrigliati, impantanati, in una condizione di angoscia diffusa, spazi che dovrebbero accogliere elementi attivi di energia vitale giocata dalla sua utenza, appaiono invece come ambiti cui è stato negato l'essenziale, e necessario, spazio di rappresentanza e di esercizio della vita.
Poi è arrivata la stagione delle rivolte urbane, che ha caratterizzato in maniera inesorabile la determinazione di nuovi modalità di riappropriazione degli spazi fisici e pubblici delle nostre città: dapprima con la cosiddetta Primavera Araba, con le città e la loro identificazione dichiarata che, di colpo, dopo anni di sforzi nella costruzione di un efficace e, qualche volta rappresentativo, brand nei confronti dei suoi avventori esterni, doveva ora cedere il passo ad una subitanea e  feroce riappropriazione delle questioni reali di benefica sopravvivenza degli ambiti pubblici , tutta imperniata attorno ad elementi-simbolo, le piazze, i parchi, gli spazi di risulta di alcune arterie importanti e/o rappresentative di un contesto urbano, che l testimone realizzano il passaggio dell'elemento di rappresentazione simbolica alla questione toponomastica: piazza Tahrir anzichè il Cairo; Gezi Park anzichè Istambul; i quartieri di Admiralty, Central, Montgomery, Mong Kok, al posto di Hong Kong; Zuccotti Park al posto di New York; ed altre ancora.

C'è una cosa, che accomuna più di altre, la stagione delle rivolte urbane, ed è legata alla questione della riappropriazione fisica degli spazi pubblici, che mette inevitabilmente in campo una dichiarazione forte e chiara che emerge dai suoi attori, una dichiarazione che passa, senza dubbio, attraverso una operazione di  teatralizzazione dello spazio pubblico, ed è la riproposizione del concetto di cittadinanza, inteso come presenza fisica nei luoghi d'appartenenza.

Lo stare, semplicemente stare, nei luoghi, diviene un gesto portatore di imprevedibilità, non previsto dai gruppi di interesse che governano le modalità di mobilità nei nostri ambiti territoriali, dunque generatore di una pericolosa questione riparatrice che passa attraverso la messa in atto di una Estetica della Sicurezza, quale rimedio all'imbrigliamento ed al governo della libera espressione della utenza urbana.

La Natura si riappropria del suo potenziale creativo, esibendo una ricchezza di contenuti, di elementi generativi estremamente seducenti e, di una forza devastante.
Non nutro ormai alcun dubbio sull'inefficacia di un mondo troppo progettato, troppo disegnato, un mondo ostile ad ogni possibilita' di riconoscimento del vivere umano.
Cosi e'.

 

 

" In qualunque caso si può simulare, tranne quando si tratta dei luoghi. Un uomo, in ogni condizione, deve potersi mettere in un angolo con la certezza che è il suo, almeno per un pò, o che nessuno lo manderà via di lì. Tutto il resto viene dopo."

Tratto da "Un uomo temporaneo", di Simone Perrotti, Frassinelli, 2015

 

Nell'immagine: Medieval Bloc Teddy Bear Catapult, Deconstructionist Institute for Surreal Topology,Anti-FTAA mobilizations, Quebec City, April 2001(confiscated by Police).

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