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Biologo palermitano apre via a terapie contro il Parkinson

Roberto Di Maio, ricercatore Ri.Med., è un cervello siciliano con biglietto di ritorno. Attualmente a Pittsburg, tornerà in Sicilia non appena, a Carini, sarà pronta la sede del Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica

Biologo palermitano apre via a terapie contro il Parkinson

Roberto Di Maio, biologo

La scoperta sul Parkinson potrebbe spiegare le cause della neuro-degenerazione delle cellule e, di conseguenza, produrre farmaci che potrebbero bloccare la malattia sin dal suo primissimo esordio: «Fino a qualche tempo fa non era ben noto cosa la a-sinucleina (molecola che tende ad aggregarsi e a formare forme tossiche per la cellula) facesse nel neurone per causare la neuro-degenerazione. La scoperta da me fatta recentemente - spiega Di Maio - è che alcune forme modificate da questa molecola, in particolare quelle indotte da stress cellulare, sono in grado di interferire con il sistema di trasporto delle proteine nel mitocondrio. In poche parole, se l’a-sinucleina modificata si lega a un recettore specifico per il trasporto della proteina nel mitocondrio, lo blocca: pertanto, il recettore non riconosce più le proteine che devono essere importate all’interno del mitocondrio, che così si danneggia, provocando la morte cellulare». Che è la causa del Parkinson: «Esattamente: la disfunzione del mitocondrio è la neuro-degenerazione principale nel Parkinson. Questa ricerca è quindi molto importante perché può portare allo sviluppo di nuovi farmaci che impediscano l’interazione tra l’a-sinucleina e questo recettore di trasporto delle proteine nel mitocondrio. Abbiamo già testato alcune molecole in grado di prevenire questa interazione e proteggere il mitocondrio dal danno. Ci sono quindi dei risultati, per ora preliminari, ma molto promettenti, sul possibile approccio terapeutico nella prevenzione dell’evoluzione della malattia del Parkinson. Attualmente siamo a livelli pre-clinici, ma a breve approcceremo trial clinici per vedere se queste molecole sono in grado di migliorare la sintomatologia parkinsoniana nell’uomo». L’intento è bloccare il Parkinson sin dal suo esordio: ed entro 4 anni si dovrebbe arrivare alla sperimentazione clinica.

In passato il dott. Di Maio si è occupato di epilessia, che soltanto ora, soprattutto nella forma cronica e farmaco resistente, comincia a essere considerata una malattia neuro-degenerativa. «Nello studio precedente, è venuta fuori una sorta di conferma dell’osservazione clinica empirica su pazienti che avevano deciso autonomamente di fumare marijuana e che presentavano un miglioramento significativo nella frequenza delle crisi epilettiche. Per capire i meccanismi di efficacia dei cannabinoidi, ho tradotto questo lavoro nell’animale, inducendo l’epilessia: abbiamo osservato che, somministrando una molecola agonista dei cannabinoidi, c’era una totale remissione dell’evoluzione dell’epilessia del lobo temporale. Ma c’è un problema: queste molecole hanno una curva di risposta a campana molto stretta, con uno strettissimo range di efficacia. Al di là di questo range, i cannabinoidi potrebbero essere rispettivamente inefficaci o addirittura convulsivanti, esaltando così gli effetti della malattia. Il nostro approccio si orienta su una molecola particolare che è il cannabidiolo che sembrerebbe capace di bilanciare l’eccitabilità neuronale. Però i suoi meccanismi di azione non sono noti: stiamo cercando di capirli, perché ciò significherebbe trovare possibilità terapeutiche alternative al cannabidiolo, con minori effetti collaterali possibili indotti dal farmaco».

Un approccio dietro il quale è sottesa la convinzione del dott. Di Maio che «l’effetto a valle dei fattori d’innesco delle malattie neuro-degenerative - che si tratti di epilessia, di Parkinson, di Alzheimer o di qualsiasi altra patologia di questo tipo - sia comune. Riuscire a definire il meccanismo comune più intimo della neuro-degenerazione significherebbe trovare una soluzione a gran parte dei problemi neurologici e neuro-degenerativi». Che è il sogno del ricercatore siciliano che ha condotto questi studi negli Usa, ma per conto della Fondazione Ri.Med. Dopo la laurea a Palermo in Scienze biologiche, infatti, il dott. Di Maio - in ottima compagnia, purtroppo, nel panorama delle ricerca italiana - ha cercato «di perseguire - racconta - la strada della ricerca, ma senza grande successo in Italia, tanto che per esigenze pratiche ho iniziato a lavorare come biologo di laboratorio. Nel 2002 ho avuto la possibilità di iniziare il mio dottorato di ricerca all’istituto di Fisiologia umana all’università di Palermo: lavoravo dunque di mattina per sostenere la famiglia e di pomeriggio per sostenere le mie passioni. Nel 2005 ho conseguito il dottorato in Neuroscienze e nel 2007 ho avuto l’opportunità di partecipare alla selezione della Fondazione Ri.Med.» (partnership internazionale nel campo delle biotecnologie fra governo italiano, Regione Siciliana, Cnr, University of Pittsburgh e University of Pittsburgh Medical Center). «Sono stato selezionato - continua Di Maio - per il programma di “formazione” a Pittsburg, al termine del quale io e i miei colleghi torneremo in Sicilia per dirigere il centro di Carini non appena l’edificio sarà pronto e operativo». Un’esperienza che accomuna Di Maio ad altri brillanti ricercatori siciliani destinati a rientrare in Sicilia. E anche desiderosi di farlo, a dispetto di eventuali esperienze negative precedenti, come nel caso del dott. Di Maio: «Voglio tornare, anche perché sono convinto che la ricerca al Ri.Med. sarà di alta qualità. Ri.Med. sarà un centro di eccellenza per la ricerca e per noi tutti questa è una grande sfida. Soprattutto per chi, come me, in passato ha avuto esperienze negative».

Anche se la ricerca in Italia fa i conti con i fondi che non ci sono. Ma su questo Di Maio, pur concordando, opera dei distinguo non sottili: «Per essere più precisi, la ricerca in Italia fa i conti con fondi che non si sanno ottenere. Sembra paradossale: l’Europa ogni anno elargisce milioni di euro per la ricerca. Ovviamente i progetti sono in fortissima competizione tra loro: devono quindi essere idee reali, altrimenti non saranno mai finanziate. È giusto, dunque, ma solo in parte, parlare di situazione disastrosa in Italia. Questo è vero solo se si aspettano i fondi direttamente dal ministero. Esistono tuttavia anche altre iniziative del governo italiano: ad esempio, il ministero della Sanità mi ha chiamato per valutare i Progetti di ricerca sanitaria da finanziare. Il meccanismo funziona molto bene, con giudici selezionati all’estero per evitare ingerenze o favoritismi: un salto di qualità che garantisce un giudizio oggettivo. Diciamo quindi che è possibile, con buone idee e progetti validi, ottenere il supporto economico per la ricerca». E ciò che non arriva dall’Italia o dall’Europa può arrivare dall’America: «Ad esempio, il National Institute of Health Usa finanzia anche collaborazioni oltreoceano. Ovviamente, idee valide. La nostra esperienza in tal senso è importantissima: collaboriamo già con altri gruppi e porteremo in Italia questo bagaglio che potrà essere utile per ottenere finanziamenti».

Un’esperienza italiana e oltreoceano, dunque: ma quali sono i punti di forza e di debolezza dell’Italia rispetto agli Usa? «La mia esperienza parla da sola: ho cercato con tutte le mie forze di dare il mio piccolissimo contributo alla ricerca in Italia e non ci sono riuscito, non ne ho avuta la possibilità. Perché? Fondamentalmente perché molte istituzioni universitarie - pur con le dovute eccezioni - sono governate da persone che non hanno alcuna apertura verso chi potenzialmente potrebbe dare un contributo sostanziale alla ricerca, ma pensano solo ai loro interessi personali. E questo è un punto di debolezza fortissimo per l’Italia. Un punto di forza è invece il fatto che l’università italiana, per quanto malandata sia considerata, dà allo studente una preparazione molto più significativa rispetto a quella che dà l’università statunitense. Lo studente americano si specializza esattamente in qualcosa: loro sono grandissimi specialisti nel loro argomento, ma appena si pone una piccola variabile hanno bisogno di consultarsi con l’altro esperto del settore. Lo studente italiano riceve invece un importantissimo bagaglio di cultura generale molto più pesante: e ciò gli consente un approccio migliore ai problemi».

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