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Appello alle toghe prossime venture: non fate morire la professione forense

Enzo Trantino

22 Agosto 2024, 12:51

RESPONSABILITÀ TOGHE: CASSAZIONE "BLOCCA" RICUSAZIONI

Una toga appoggiata su un tavolo nell'aula bunker di Rebibbia in un'immagine d'archivio. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La indolente, marangoliana pigrizia di Enzo Mellia, mi delega a rendere noto il contemporaneo atto di morte e di nascita della professione forense.
La provocazione è autorevole e attuale. Scrive, infatti, il professore Adolfo Scalfati, ordinario di Diritto processuale penale all’Università Tor Vergata di Roma, così scolpendo: «È in corso una mutazione genetica negli ultimi trent’anni, più di quanto non sia accaduto in due millenni. Il penalista, da arguto dominatore del patrimonio letterario, ora ha subito le angherie della tecnica, affogando nel mare della informatica … Dalla perdita dell’umano, nasce un prodotto freddo che annuncia l’avvento dell’automazione …e dell’intelligenza artificiale. È il definitivo tramonto di un’epoca, dove l’arringa invitava alle pulsioni dello spirito».

Non mi attendo elaborazioni di lutto, chiedo attenzione critica.
Non so e non voglio immaginare la platea degli interessati.
Una certezza non pongo in discussione: Scalfati predica drammatico futuro non elogio dell’archeologia; è, perciò, rimorso e non amarcord.

Immagino una prima alibistica osservazione delle nuove generazioni penalistiche, soprattutto: «Ma a chi parliamo in udienza, se la ripetizione a “stringere” è costante e superba?»
Ecco la prova: avanti alla Suprema Corte, agli avvocati in attesa, l’usciere comunica la richiesta del presidente di turno, cioè, conoscere quanti difensori fossero orientati a «riportarsi ai motivi». E, spesso, nelle udienze di trattazione, i difensori vengono invitati alla sintesi, perché «l’udienza è carica di processi».

Domanda: ma chi dispone i ruoli?
La risposta è nella domanda.
Conosco, allora, davanti alla resa alla “emergenza”, lo scatto di orgoglio di una prestigiosa toga, la presidente Maria Grazia Vagliasindi, che da giurista modernissima ha dettato a giudici e avvocati la brevissima “mappa” luminosa: “etica decisionale”. Così ricordando ai suoi “colleghi” la colpevole, anche se spesso necessitata tragedia della superficialità, e agli avvocati il vizio squalificante del parlarsi addosso.
Così stando le cose, guardiamo in casa nostra, col possibile distacco.
I “maestri” non sono noti alle indifferenti generazioni presenti neppure con l’eco del nome. C’è una ragione: “parlare in frac”, come diceva Peppino Alessi, gigante quasi ignoto, non avrebbe senso quando si è scelta la “tuta”.

Rendo testimonianza: sono “voce” anche contemporanea, quindi conosco la situazione attuale: nei costanti maxiprocessi, quelli in cui la stampa ricorda «secoli di galera» distribuiti agli imputati, nelle aridissime vicende di droghe, o in quelle disperate di rapina, o, infine, negli intrecci perversi di condotte disoneste di pubblici amministratori, sarebbe opera grottesca affidarsi alle “pulsioni” dei decidenti, ricordando Scalfati. Ma quando mi capita di ascoltare in Corte d’Assise difensori intelligenti, ma con lo zaino delle buone, essenziali letture vuoto, il raffronto con le citate parole… evangeliche è d’obbligo. È l’occasione per identificarsi. La delusione è il risultato.

Giudici di grande esperienza e di eccellente cultura, si allontanano, per loro amichevole ammissione, dall’ascolto di avvocati, figli della “mutazione genetica”. Non si trasmette… corrente.
Pensate che le nuove toghe, distrattamente ma progressivamente, hanno sfasciato negli ultimi anni «più di quanto non sia accaduto in due millenni». Quindi, le “angherie della tecnica” ai danni dell’informatica non sono ribellione al nuovo che avanza (anche senza carte …nautiche), ma pigrizia stratificata, quasi sempre orfanità volontaria di “maestri”.

Il rimorso volge al termine. Continuerà, per rilevanti ragioni anagrafiche, Enzo Mellia, a rischiare l’itterizia.
Cerco però di offrire il balsamo della speranza. Non appartengo al corpo speciale dei demolitori.
Torno, perciò, all’immenso ateniese, torno al filosofo eterno, Aristotele. Non cerco il pensatore, ma il pensiero. Per un penalista inquieto che vorrebbe portare il Dubbio, nostro santo protettore, sulle spalle, come si fa nei paesi con i Santi protettori, occorre una breve confessione. Aristotele, in un saggio dal titolo “Poetica”, non parla di filosofia né di letteratura, ma di Diritto. E detta: «Una impossibilità verosimile è sempre preferibile a una possibilità che non convince».

Commentare sarebbe stolida presunzione.
Si può commentare la luce?
Nuove toghe, attenzione. Dalla vostra indifferenza alla cultura, trarrà sempre maggiore, legittimo profitto, il Giudice che vi ascolta. L’“etica decisionale” cerca, perciò, alleati non rassegnati: voi, nuove toghe.
Non si va alla guerra per onorare il Dubbio senza la corazza della convinzione, non si trascura l’invito inatteso alle “pulsioni dello spirito”. Non c’è tecnica che possa fermare il cuore. Siate attuali, contemporanei, futuribili, ma non cancellate l’orgoglio dei padri. Siate verticali indossando la toga.
È tanto difficile rinnovare amicizia ai libri?
O sperimentarne rimedio salvifico?
Fermate la fine.