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A Ragusa e Trapani la corsa parallela degli uscenti che rinnegano i partiti

Cassì, corteggiato dal centrodestra, alla fine sta soltanto con De Luca. E Tranchida, con tessera dem, in campo con 10 liste “no logo”. Ma le linee integraliste hanno qualche deroga...

Di Mario Barresi |

Così lontane, eppure così vicine. Per andare da Ragusa a Trapani (o viceversa) s’impiega, nella migliore delle ipotesi, lo stesso tempo di un volo Roma-Reykjavík: 4 ore e 50 minuti in auto. È di oltre 13 ore, invece, la durata del viaggio per chi volesse salire su quello che è stato ribattezzato il treno più lento d’Italia.

Sud-est e nord-ovest: i due capoluoghi siciliani più distanti fra loro sono accomunati da un identico destino elettorale. In entrambi i sindaci uscenti si ripropongono rinnegando i partiti. O quanto meno i simboli. Pur non disdegnando “aiutini” trasversali dai portatori sani di voti.

Così è a Ragusa, dove Peppe Cassì punta alla vittoria al primo turno dopo averla spuntata, cinque anni fa, sul grillino Antonio Tringali al ballottaggio. L’avvocato, ex campione di basket, è stato a lungo corteggiato dal centrodestra. «Chi vuole stare con me deve rinunciare al simbolo», la prima condizione posta. E quasi tutti gli aspiranti alleati l’avrebbero pure accettata. Anche, a malincuore, Fratelli d’Italia, unico partito presente (ma con un misero 3%) nella coalizione vincente del 2018. Poi il feeling con l’ex governatore Nello Musumeci, che per un certo periodo ha pure provato – tramite il deputato regionale Giorgio Assenza – l’affiliazione di Cassì a DiventeràBellissima.

«Io devo rendere conto delle mie scelte alla comunità ragusana e non ai leader di partito», il mantra del sindaco che alla fine spiazza il centrodestra. Anche al costo di essere accusato dagli oppositori di «carenza di una visione politica unitaria». Cassì va avanti a testa bassa. Concedendosi il capriccio di imbarcare Cateno De Luca (senza i loghi di Sud chiama Nord e Sicilia Vera, ma con la civica De Luca per Ragusa), che qui si affida a Saverio Buscemi, candidato non eletto all’Ars. Il sindaco ribatte anche a chi gli attribuisce un’alleanza con la Dc: «Non conosco Totò Cuffaro e penso che lui non sappia nemmeno chi sia. Non ci siamo mai incontrati né sentiti». Ma deve ammettere che il deputato regionale Ignazio Abbate «ha detto pubblicamente che mi sostiene». Anche perché «è vicino a un paio di candidati consiglieri nelle liste a mio sostegno». E dunque, sciolto dalle beghe con i partiti, l’ex guardia della Virtus Ragusa deve difendersi più che altro dai veleni su una modifica urbanistica per cambiare la destinazione d’uso di un terreno di famiglia, aumentato di valore. «Una vecchia zia con cui Peppe non ha più rapporti», lo difendono i suoi. Così, in una città in cui l’ultimo Prg risale al 2006, l’iter è stato congelato. «Sarà completato dal prossimo consiglio comunale», la linea di una coalizione civica (cinque liste in tutto) certa di vincere al primo turno, spinta dai risultati soprattutto in materia di opere pubbliche. E gli attacchi più pesanti a Cassì arrivano proprio dai mancati alleati. Per il centrodestra ibleo quello di Cassì è stato «un affronto» da parte di chi «è così miope e convinto di sé da rifiutare la sinergia con chi governa a Roma e a Palermo». S’è dovuta trovare un’alternativa. Alla fine è stato scelto Giovanni Cultrera, avvocato, ex presidente Iacp, vicino a Fratelli d’Italia, proprio come Pasquale Spatola, attore e location manager, fra i protagonisti del “fenomeno Montalbano”, prima presentato ufficialmente dal coordinatore Alessandro Settinieri e poi ritirato. Cultrera corre con i simboli di FdI e Forza Italia, più la civica Insieme di Giovanni Occhipinti che ospita i leghisti del modicano Nino Minardo. Ben poca, però, l’attenzione dei big nazionali del centrodestra sul candidato ragusano. Che è riuscito a strappare una photo opportunity a Palazzo Chigi con Giorgia Meloni grazie al senatore vittoriese Salvo Sallemi.

La doppia curiosità è che, nelle settimane di caotica indecisione, il centrodestra ha sondato pure i due aspiranti sindaci che poi si sono presentati comunque, spaccando il fronte progressista. Sì, perché si dà il caso che lo sfidante più quotato di Cassì – il civico Riccardo Schininà, avvocato con trascorsi da enfant prodige con i Ds – fosse già in campo con il suo progetto “GenerAzione” da novembre scorso. E c’è stato un dialogo aperto con alcuni emissari di centrodestra. Evidentemente, però, sono stati più convincenti gli argomenti di Nello Dipasquale, ex sindaco e deputato dem all’Ars. Alla fine Schininà è in campo con il sostegno di Pd e di quattro civiche, fra cui Territorio (storico brand dello stesso Dipasquale) e Patto per Ragusa di Ciccio Barone, ex assessore di Cassì, da sempre uomo di centrodestra. «Coltivo il sogno di diventare sindaco di questa città da quando avevo 14 anni», ha detto Schininà in un comizio a Marina di Ragusa.Avrebbe più possibilità di realizzarlo, se con con lui ci fosse tutto il fronte progressista compatto? Sulla questione, gli analisti ragusani si dividono: il candidato del M5S, Sergio Firrincieli (unico non avvocato fra i quattro sfidanti, si autodefinisce «il vero uomo del popolo») è una scommessa della deputata Stefania Campo, che s’è voluta sottrarre a una «finta trattativa» con Dipasquale, che aveva già scelto Schininà. E così, in una delle prime città d’Italia con un sindaco grillino nel 2013 (Federico Piccitto, ora coordinatore provinciale), prevale l’orgoglio d’appartenenza. Anche se lo stesso Firrincieli, prima di essere indicato dai suoi, aveva ricevuto le lusinghe dei moderati del centrodestra. «Ho tanti amici anche in Forza Italia», l’ammissione implicita del rapporto con il gruppo dell’ex parlamentare nazionale Giovanni Mauro, il cui figlio, Gaetano, è candidato nella civica personale di Schininà. Che, senza il M5S, conta di pescare consensi anche nella Ragusa più moderata.

Così è se vi pare. Anche a Trapani, dove l’uscente Giacomo Tranchida (già primo cittadino di Valderice e di Erice, un’escalation stile “Scateno”) si ripresenta con ben dieci liste al suo fianco. Nemmeno una con simboli di partito, compreso il suo. Il Pd, che ha messo il cappello sulla sua vittoria di cinque anni fa senza poi coltivare il rapporto con questo sindaco anomalo. Che, dentro il trionfale 70% al primo turno, ha messo dentro anche pezzi di centrodestra. Compresi gli allora udc di “Trapani Tua”, espressione di Mimmo Turano, oggi assessore regionale della Lega. Additato di colpe non sue, visto che il gruppo di Fabio Bongiovanni (assessore di Tranchida) ha deciso di essere coerente e dunque di non correre col candidato del centrodestra, Maurizio Miceli, coordinatore locale di FdI. Qualche nemico ha fatto pervenire il dossier a Palazzo d’Orléans e Turano è stato costretto all’abiura dei suoi amici trapanesi con pubblico giuramento – lui che è di Alcamo – di sostenere Miceli. Come se le spaccature nella coalizione, a Trapani, non fossero roba vecchia di oltre un decennio, quando cioè nel 2012 Peppe Maurici (Pdl) subì la rimonta di Vito Damiano, sospinto dall’uscente Mimmo Fazio e soprattutto dal potentissimo senatore Antonio D’Alì. Giusto per restare nell’argomento: il “barone Tonino” sconta il carcere per concorso esterno alla mafia, ma il suo gruppo trapanese è sempre attivo. «Non più con Forza Italia, in queste elezioni si sono spostati più a destra», vociferano in città. E così Miceli, giovane e brillante avvocato meloniano, vicino ai big emergenti Raoul Russo e a Manlio Messina, ha formalmente tutta la coalizione, seppur meno vigorosa dei tempi d’oro, dalla sua parte.

Anche se c’è chi è pronto a scommettere che il vero inseguitore del favorito Tranchida sia un altro dem, Francesco Brillante, che capeggia la coalizione progressista con dentro le liste di De Luca. Un esperimento identico a quello di Carlentini, Licata, se non fosse che qui il Pd non ci mette la faccia. E dire che Brillante, ex segretario comunale e membro della direzione regionale, ha fatto formale richiesta di simbolo al partito. Additando l’uscente di «ambiguità» per l’alleanza con i neo-leghisti, oltre che di posizioni conservatrici su diritti civili, acqua pubblica e lottizzazioni. Ma il Pd siciliano sul caso Trapani ha deciso di non decidere: simbolo a nessuno.La quarta incomoda è Anna Garuccio. Battagliera consigliera d’opposizione col movimento La mia Trapani, è stata pure ipotizzata come candidata anti-Tranchida nel fronte progressista (la collega grillina Francesca Trapani fece il suo nome e quello di Giuseppe Lipari), nonostante i trascorsi con l’Udc, abbandonata tre anni fa. «Ha tradito l’eredità della Dc», il commiato di Garuccio con l’ammissione di una certa «nostalgia della Prima Repubblica». E ne ha ben donde. anche perché il padre, Erasmo Garuccio, morto otto anni fa, fu fu quattro volte sindaco democristiano di Trapani, fra il 1982 e il 1986. Con l’onore di finire, all’indomani della strage di Pizzolungo, in una vignetta di Forattini, dal titolo “Erasmo da Trapani”: un omino con fascia tricolore, pantaloni abbassati e lupara in quel posto, mentre dice: «La mafia non esiste». A proposito: in questa campagna elettorale, che cade nell’anno dell’arresto di Matteo Messina Denaro, a Trapani si parla pochissimo di mafia. Chissà perché.Twitter: @MarioBarresiCOPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA