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l'intervista

Cardinale: «Tamajo motore di un progetto lanciato in Sicilia. Il modello Schifani vince, Tajani lo applichi»

L’ex ministro: «Fi aperta a chi è senza casa, Cuffaro, Lombardo e Romano l’hanno capito». «Bruxelles sì o no? Lì soffrirebbe, lui è un uomo del popolo...»

Di Mario Barresi |

Cardinale, quanti anni di vita in più le hanno regalato i 120mila voti del suo pupillo Tamajo alle Europee?«Non aspiro all’eternità… Faccio il nonno. E poi, a tempo perso, coltivo la passione di una vita: la politica. Ascolto, do consigli. Ai miei “ragazzi”, a chi me li chiede…»Tamajo, evidentemente, li ascolta con attenzione, i suoi consigli…«Lui è il nostro centravanti di sfondamento. Ma c’è una squadra che ha giocato per lui. Con spirito di corpo, come se fosse l’elezione più importante della loro vita: D’Agostino, Vitrano, Picciolo e poi Mancuso, la Lantieri… E gli altri che mi onorano di qualche chiacchierata. Ma decisivo, nel progetto, è stato Schifani».Scusi, cosa intende per «progetto»?«Un progetto politico, che in questa campagna elettorale ha avuto il battesimo del fuoco. Un successo: dalla Sicilia parte un messaggio fortissimo al mondo riformista, liberale, socialista, laico-risorgimentale, oggi senza una casa. Forza Italia è un partito contendibile, non più leaderistico: noi siamo entrati, come valore aggiunto, ma non basta. C’è spazio per chi viene da lontano e vuole andare lontano».E Schifani che ruolo ha nel progetto?«Se fossi nei panni di Tamajo riconoscerei innanzitutto il merito del presidente, che lo stima e gli vuole bene. E mi creda: non è captatio benevolentiae. Io e Renato siamo amici da una vita. Ma è lui il fautore di questo modello di aggregazione».A onor del vero gli accordi con Lombardo e Romano, che poi ha ripescato Cuffaro, li ha fatti Tajani a Roma…«È stato Schifani il primo a intuire la capacità attrattiva. Sfidando chi, nel partito, in una turris eburnea, teme gli invasori. Se l’esempio del presidente venisse seguito a livello nazionale, ci sarebbe la possibilità di arrivare al 20 per cento di cui parla Tajani. Il dato della Sicilia, laboratorio che anticipa le tendenze nazionali, è oltre: il 24 per cento, nella tempesta dell’astensionismo, non è casuale».Ma, se la matematica non è un’opinione, la somma di Fi, Popolari-Autonomisti e Dc alle ultime Regionali era persino superiore: 28 per cento.«Sono elezioni diverse, la somma non fa il totale. Lombardo, Cuffaro e Romano io li conosco bene: hanno capito che Forza Italia è il contenitore che li può ospitare. E pensi quanti Lombardo, Cuffaro e Romano ci sono in Italia pronti a entrare».Il sogno del loro “maestro” Lillo Mannino era rivederli assieme in un nuovo soggetto centrista. E Cuffaro, con la sua Dc, ci ha provato da solo.«Forza Italia, ancor più dopo il fallimento di Renzi e Calenda, è “il” centro. La nostalgia non aiuta: è bello che molti di noi abbiano militato nella Dc, ma la logica del bollino non serve. La Dc non c’è più e non ci devono essere i manniniani, i cuffariani, i lombardiani, i cardinaliani…».Insomma: morirete – il più tardi possibile, s’intende – tutti forzisti…«La storia continua, va avanti. Il solista stanca. E chi coltiva l’ego in politica, come purtroppo ha dimostrato il mio amico Renzi, sbaglia. Lui è stato poco democristiano: devi saper aspettare e poi riemergere. Come Fanfani. Lo chiamavano “il Rieccolo”…».Ma è difficile tenere nello stesso pollaio forzista tanti galletti. C’è già stato il primo siluro di Lombardo sulle “terzine” contro la capolista Chinnici, indirizzato a voi e a Cuffaro.«Le terzine sono un modo per prendersi in giro. E lo dico con qualche decennio d’esperienza in materia, come Lombardo e Cuffaro. Solo gli stupidi possono pretendere di dare tre nomi agli elettori. Del resto, basta leggere i numeri. E le assicuro che ognuno sa esattamente quali sono i suoi voti».Tamajo ne ha presi tanti. E non ha ancora scelto se andare a Bruxelles o restare a Palermo. Lei che gli consiglia?«Gli voglio bene come fosse un figlio e lui ricambia attribuendomi il ruolo di suo padre politico. Tamajo deve riflettere anche in ragione del rapporto col territorio e su come mantenerlo forte com’è oggi. Lui è uno che esce di casa alle otto e ha 50 persone che lo aspettano. Clientelismo? No, così lo chiama chi sta solo nei salotti. Edy è un uomo del popolo e magari soffrirebbe chiuso Bruxelles dal lunedì al venerdì…».Sta dicendo che è meglio che resti?«Sto dicendo che nessuno può dirgli cosa fare. Ne deve parlare con Schifani e Tajani, ma dev’essere lui a decidere. Tamajo è il motore di un progetto che può crescere dentro Forza Italia, ma c’è una squadra, in gran parte la stessa del “miracolo” di Sicilia Futura, che interpreta i valori di quella scuola politica e può giocare al suo posto. Certo, se Edy accettasse il seggio quelli felici sarebbero di più. Soprattutto chi vuole levarselo di torno…».Magari Tamajo resterà con una delega più pesante. E nel rimpasto entrerà qualcun altro dei suoi «ragazzi».«Tamajo è un ottimo assessore alle Attività produttive. Ma se mettessimo i suoi voti sul piatto del rimpasto faremmo un grave errore. Non dev’essere un braccio di ferro, ma è un bene che Schifani abbia a disposizione tante risorse valide. Saprà valutare al meglio, troverà la quadra».Schifani pensa al bis. La vostra “squadra” lo blinderà dagli appetiti di FdI?«È legittima l’aspirazione, come lo era quella di Musumeci, di continuare a governare. Tanto più che Schifani lo sta facendo molto bene, risultati alla mano. Contrastarlo sarebbe da folli: un gioco al massacro, per perdere le elezioni come avvenuto in passato».Se decidesse di non ricandidarsi, l’alternativa forzista potrebbe essere proprio Tamajo. Magari con lei come “ex ministro della porta accanto”…«Anche le aspirazioni dei giovani sono legittime, sono la molla del consenso. C’è Schifani e ci sarà ancora se lo vorrà. Ma, quando verrà il suo momento, Tamajo potrà dire: io sono qui ho già fatto un bagno elettorale. Il talento emerge e va premiato. E che Edy abbia talento lo dicono i fatti. Non solo alle urne, ma soprattutto da uomo di governo».

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