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Galvagno: «Macché norme mancia, la politica fa le scelte e io le difendo»

Il presidente dell’Ars. «Sui contributi agli enti pubblici non c’è ancora un metodo più equo»

Mario Barresi

07 Aprile 2025, 08:55

Galvagno

Presidente Galvagno, ormai è ufficiale: neppure il Mef ha impugnato le cosiddette “norme mancetta” dell’Ars. Ma, oltre allo scampato pericolo, c’è una “lezione” da imparare?

«Più di una, del resto non si finisce mai di imparare e ricorderà che in occasione del mio insediamento dichiarai qualcosa del genere: tutti, nessuno escluso, possiamo sbagliare ma è necessario apprendere sempre qualcosa. Certo, bisognerà capire se dopo l’errore vorremo anche evitare di ripeterci».

Schifani ha promesso a Roma: mai più misure di questo tipo. Teme che mancherà la copertura politica del governo?

«La collaborazione tra governo e parlamento fino ad oggi è stata proficua, non vedo perché debba mancare in futuro…»

Anche il commissario regionale del suo partito con il gruppo di FdI all’Ars è stato chiaro: sul sistema dei contributi diretti si deve cambiare passo. Prevede insubordinazioni?

«Ci sarà un lavoro tale da poter rispettare tutte le indicazioni di partito, ma onestamente credo che il commissario si riferisse ai contributi alle associazioni che nell’ultima Finanziaria non hanno trovato luce. È storia. In ogni caso c’è un clima di assoluta e indiscussa fiducia nell’onorevole Sbardella che potrà dare suggerimenti preziosi anche in questo ambito. Escludo categoricamente, quindi, che possa esserci un solo deputato di FdI non allineato».

Una parte delle opposizioni, al netto dell’ipocrisia di qualcuno e dell’imbarazzato silenzio di altri, ha difeso le norme. È soltanto carbone bagnato?

«Le do una notizia: anche io le difendo. Perché a oggi nessuno è riuscito a individuare un metodo equo e non eguale per tutti. Se ricorda lo avevo sollecitato anche a voi della stampa. E le dirò di più: se pensa che si possa sostenere un criterio meramente aritmetico per erogare contributi, incentrato esclusivamente sul numero degli abitanti, beh allora mi troverà abbastanza scettico… Come possiamo aiutare i comuni che si stanno spopolando, diminuire le loro difficoltà e il gap con le grandi città? Guardi, sinceramente, non ci sto: mi sento di stare accanto all’ultimo paesino in difficoltà e a tutti quelli che ce la mettono tutta per stare al passo rimanendo operosi. Cosi come noi abbiamo il dovere di sostenere quei comuni virtuosi che spendono bene le risorse, ma allo stesso tempo non possiamo ignorare quei paesi che senza tecnici o funzionari non riescono a produrre la documentazione necessaria ad accedere ai finanziamenti. E poi mi chiedo, e le chiedo, perché oggi ci si concentra così tanto sui comuni e non anche, ad esempio, sulle categorie dei lavoratori? Perché pensare che una categoria possa essere sostenuta e un’altra no? Perché le categoria a e b non vengono menzionate? O i lavoratori dei consorzi di bonifica? Oppure i forestali? Vuole che continui? In definitiva, la politica è chiamata quotidianamente a fare delle scelte, è la sua missione naturale, ma quando le compie, se ci crede davvero, deve avere il coraggio di difenderle. Parimenti, però, occorre una narrazione più obiettiva seppure nel dovere sacrosanto della critica».

Alla fine è sempre colpa dei giornalisti?

«Assolutamente no, ma manco dei politici. La invito a un’analisi distaccata: si è detto no alle associazioni. E così è stato. Ma mi sento di dire che non si può fare di tutte l’erba un fascio. Ci sono associazioni che fanno cose importanti e vanno sostenute, si trovi un criterio serio. Poi è iniziata la filippica contro i fondi ai comuni, alle chiese, alle parrocchie, agli eventi e così via. Insomma per alcuni come la si fa si sbaglia, senza mai proporre una soluzione vera o almeno un’idea. La domanda che pongo io è: la politica deve fare delle scelte?».

Il presidente della Regione ha illustrato la sua «manovra delle emergenze». Ma la posta in gioco, ad esempio quella anti-dazi , alla fine è soltanto simbolica?

«Il presidente Schifani, in tempi decisamente remoti per la politica, ha avuto la lungimiranza di individuare una criticità che si è puntualmente concretizzata. Sulla questione sono molto prudente e sono certo che la diplomazia sia già al lavoro nel silenzio che si deve in casi del genere, ma noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti in periodi non sospetti. Certo, 46.7 milioni di euro in manovra non possono risolvere i problemi del mondo, ma è un’azione assolutamente dignitosa che contempla una visione che altri, invece, non hanno avuto».

Schifani ha rivelato che c’è un dialogo aperto fra voi due sul voto segreto all’Ars. A che punto siamo?

«Vedo che è bene informato. La proposta è condivisa: si pensa di limitarlo, sarebbe una grande svolta di trasparenza nei confronti dei cittadini. Con il presidente Schifani decideremo insieme se proporlo prima o subito dopo l’estate».

Fra poco ci sono le elezioni provinciali di secondo livello: le profonde spaccature nel centrodestra aumentano il rimpianto per non essere riusciti ad approvare la riforma col ritorno al voto diretto?

«In verità, ricordo, non dipendeva molto da questo Parlamento, ma da grande fan della democrazia c’è il rimpianto di non avere potuto consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentati di un ente così importante. Lo dico con la consapevolezza di chi, da figlio di una città di provincia, conosce discretamente tutte le difficoltà dei paesi di periferia. Comunque registro con rammarico le divisioni della coalizione in alcune province, anche perché governiamo insieme la Regione. E non è un bel segnale».

Nella maggioranza le divisioni sono anche dentro i partiti. Farà bene a FdI, diventata un covo di vipere, la “cura” del proconsole meloniano Sbardella?

«Ho avuto modo di ringraziare e apprezzare Salvo Pogliese e Giampiero Cannella che hanno avuto la responsabilità di coordinare il partito in una fase molto complessa. Credo fortemente che l’unificazione della guida del partito non fosse più procrastinabile, del resto la Sicilia era rimasta l’unica regione italiana con l’anomalia di un doppio coordinamento. La guida dell’esperto amico onorevole Luca Sbardella sta facendo già molto bene a FdI in Sicilia e sono certo aiuterà molto anche tutta la coalizione di centrodestra».

Alla fine della fiera il commissariamento è sembrato un modo per punire Messina e la “corrente turistica”. Nessun altro big siciliano di FdI ha pagato pegno.

«Manlio Messina ancor prima di essere un militante è un militare, un soldato, con una disciplina sempre più rara in contesti diversi da FdI. Lo ricordo a tutti: Messina è lo stesso che veniva preso per pazzo o addirittura sfigato quando, in tempi decisamente non sospetti, aderì a FdI. La storia ci dice che aveva, che abbiamo avuto ragione. Manlio ha fatto un passo indietro perché ha voluto dare un segnale al partito, quando le cose non vanno ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, e lui lo ha fatto senza battere ciglio. Ma a mio parere, lui ne ha fatto uno in avanti: ha dimostrato come sempre di essere un uomo di partito».

Non pensa che la linea di Schifani, spesso in “zona rimozione” a cacciare i colpevoli, e l’Asp di Trapani è solo un esempio, dovrebbe d’ora in poi essere più orientata a un’assunzione di responsabilità di chi ormai governa da due anni e mezzo?

«Si dice che la vittoria abbia cento padri, mentre la sconfitta è orfana. Penso che anche azioni come queste siano frutto di un’assunzione di responsabilità. Se devo dirla tutta, nel caso di Trapani, non credo che possano essere tutte riconducibili al solo direttore generale. Mi lasci anche dire che il primo ad accorgersi di alcuni problemi di indirizzo politico sulla sanità è stato il governatore, che ha sostituito il vertice dell’assessorato. Ora più che mai più che i responsabili bisogna trovare soluzioni definitive ad un problema che preoccupa molto tutti i cittadini».

Da quando «alcuni giornaletti», per citarla, ipotizzano che lei potrebbe essere il candidato del centrodestra nel 2027, non fa altro che rassicurare Schifani. Non è una promessa rischiosa, visto che saranno i leader nazionali a scegliere?

«Se lo vuole sapere l’espressione in questione era ed è tuttora riferita a chi più che fare informazione prova a creare ad arte tensioni all’interno di questa maggioranza. Credo sia sotto gli occhi di tutti che il presidente Schifani si stia fortemente impegnando in un programma significativo di forte respiro che richiede due legislature per non essere compromesso nella sua attuazione. Provo a fare la stessa confidenza che ho riservato ai miei amici più cari: a chi mi chiede della prossima legislatura rispondo che mi piacerebbe ripetere l’esperienza alla guida dell’Assemblea. Ma anche io sono un militante e un soldato a disposizione del mio partito che ha avuto fiducia in me proponendomi agli alleati come presidente dell’Ars. Sarà quindi il mio partito a stabilire se la prossima volta mi vorrà in Europa, a Roma, o, perché no, a partecipare ai lavori della commissione randagismo o addirittura panchina…».

Ora risponda all’ultima domanda. non da presidente dell’Ars né da esponente di partito, ma da quarantenne: quando arriverà, nella politica siciliana, il tempo di un vero ricambio generazionale?

«Sinceramente in FdI tutto ciò avuto ha avuto già inizio e io ne sono la dimostrazione: sono il presidente più giovane del più antico parlamento del mondo, essendo stato eletto a 37 anni. Nel mio partito, un presidente di commissione su due ha meno di quarant’anni e in Regione, solo fino a qualche mese fa, abbiamo avuto in giunta Elena Pagana, un assessore poco più che trentenne. E poi ci sono tantissimi deputati nazionali ed europei che non arrivano ai 50 anni. Tutto ciò è il risultato della linea del presidente Meloni che, all’interno dello statuto, ha inserito delle quote per garantire proprio i giovani. L’esperienza della rottamazione, lo ricorderà, non è stata un granché, credo sia più utile unire i due mondi: l’energia e la forza dei giovani con l’esperienza e la saggezza dei grandi».

i nodi. Voto segreto, con Schifani proposta per limitarlo
FdI, fiducia in Sbardella
Province, rammaricato
per il centrodestra diviso

il futuro. Mi piacerebbe rifare
il presidente dell’Ars, ma resto un soldato di partito
Ricambio generazionale?
I rottamatori falliscono…