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Il “salva Sicilia”, il rosso, il nero e l’orizzonte delle Regionali 2022

Di Mario Barresi |

Il rosso e il nero. Il giovane vecchio e il vecchio giovanotto che non molla. Peppe Provenzano e Nello Musumeci. Il post-comunista, pupillo di Emanuele Macaluso, diventato grande lontano dalla Sicilia, dove ha profonde radici popolari – il padre fabbro e la mamma casalinga – con una verve di sinistra già iniettata da bambino, tanto che capeggiò il suo primo sciopero alla scuola media di Milena contro lo zio sindaco per i termosifoni spenti. E il post-missino, allevato da Vito Cusimano ed Enzo Trantino a pane e fiamma, già talentuosissimo comiziante da diciottenne a Militello, alfa e omega della sua dimensione di uomo di destra rigoroso e ambizioso; ma senza mai spostarsi dalla Sicilia, epicentro due anni fa della vittoria della sua vita e adesso terra da far diventare bellissima fino a prova contraria.

Che non corra buon sangue, fra il ministro del Sud e il presidente della Regione, è circostanza nota. Provenzano e Musumeci s’erano incontrati, poco dopo l’insediamento del Conte bis, il 12 settembre, scambiandosi buoni propositi. «Confidiamo – diceva il padrone di casa a Palazzo d’Orléans – in un rapporto di leale, serena e proficua collaborazione». E il dem zingarettiano già a battere sul chiodo fisso dei fondi Ue. «Ho espresso grande preoccupazione al presidente, e lui ha condiviso, per lo stato di attuazione della spesa. Non mi interessano le cause, ma le soluzioni da trovare».

Un paio di mesi dopo il livello di scontro s’è alzato. Con il governatore a chiedere «non altri soldi, ma delle deroghe sulle procedure per poterli spendere presto e bene» e il ministro a rintuzzarlo: «La Sicilia è il fanalino di coda in tutta Europa. Io non voglio richieste di deroghe, ma un impegno». Replica: «Il ministro ha perso un’occasione preziosa per tacere. Nessuno gli ha detto che da quando ci sono io sono stati spesi più fondi di quelli chiesti dall’Ue».

In mezzo lo scontro sulla Ragusa-Catania, col governo regionale convinto che dietro al rinvio della delibera del Cipe ci sia lo zampino del ministro e Musumeci, tramite l’assessore Marco Falcone, a fare comunella con Giancarlo Cancelleri – sì, proprio l’ex odiatissimo nemico grillino – per accelerare il via libera e l’esponente del Pd, innervosito, a fare il “signor no” su coperture e procedure. Soldi, soldi, soldi. Provenzano, minuzioso, comunica ogni centesimo stanziato, in più misure, per l’Isola e Musumeci lo fredda: «Al governo nazionale chiederemo non elemosine, ma di risolvere la crisi degli enti locali. Il ministro deve avere rispetto per la sua terra, faccio finta di non avere sentito che ha stanziato 10 milioni per la Sicilia: con questa cifra non aggiustiamo nemmeno un ponte sulla Provinciale…».

Il rapporto fra i due, dopo il giudizio di parifica della Corte dei conti e la corsa contro il tempo per tappare i buchi, s’è ancor più incrinato. «Io non chiedo le dimissioni di Musumeci, chiedo soltanto che questa Regione faccia i conti con se stessa, e sia in grado di prospettare un progetto serio di riforme e di sostenibilità del bilancio», dice il ministro. E, poco dopo, il governatore toglie la museruola a Ruggero Razza per l’attacco più duro: il ministro «straparla di un governo eletto dal popolo, senza alcun rispetto della lealtà collaborativa tra istituzioni» e «non si permetta di dare pagelle al governatore perché non ne ha i titoli. Ci siamo davvero stufati di chi pontifica, dimenticando cosa ci è stato lasciato e, soprattutto, da chi».

Non inosservato, nella Roma di sponda dem, il modulo di gioco del governo regionale nella partita del disavanzo: il vicepresidente Gaetano Armao che marca a uomo il sottosegretario grillino del Mef, Alessio Villarosa, mentre il governatore rispolvera la “bizona” di Oronzo Canà e flirta con Matteo Salvini al Senato.

E si arriva alla speranza del “salva Sicilia”. E la riunione di giunta come un presepe in attesa della stella cometa. Ma ieri il Consiglio dei ministri stralcia dal Milleproroghe la norma per far pagare alla Regione il suo debito in comode rate decennali. Non si può fare, «come proponeva qualcuno in maniera irrituale», sibila Provenzano con l’arietta da primo della classe della Svimez. Ma se ne riparla subito, domani. Ma le carte, stavolta, le darà il ministro di Delia, assieme al collega Francesco Boccia, «con la sobrietà che aiuta a risolvere i problemi e non con la propaganda». Lo Stato c’è, ma “citofonare Peppe”.

La barba rossiccia da radical un po’ radical chic contro il risorgimentale pizzetto sempre più sale e meno pepe. La sfida continua. Che sia già il prequel delle Regionali 2022?COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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