La Regione pronta a difendere la finanziaria. Dagnino: «Nessun complesso d'inferiorità con il Mef»
Scintille all'Ars. La Vardera (Misto) parla di «manina» e Sunseri (M5s) difende le scelte: «Basta ipocrisie»
La Regione tenta di difendersi come può. Sugli uffici palermitani si è abbattuta, come una tegola, la nota del ministero dell’Economia e delle finanze che contesta le «Disposizioni finanziarie varie» pubblicate sulla Gazzetta ufficiale il 30 gennaio. Tutti i dipartimenti hanno avuto mandato di elaborare la propria risposta per il Mef, mentre sembra che il governo regionale intenda rivendicare due contributi “particolari” su tutti, quelli per Agrigento e Gibellina, rispettivamente capitale della Cultura 2025 e dell’Arte contemporanea 2026.
«Credo che questo Parlamento non dovrebbe avere alcun complesso di inferiorità rispetto al Mef, come se fosse stato preso con le mani nella marmellata. Assumere la nota del Mef come verità assoluta mi sembra inappropriato, il rilievo è interlocutorio e si conclude con l’invito al dipartimento Affari regionali a valutare l’eventuale sussistenza di impugnativa. Siamo in una fase preliminare», afferma l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino in aula all’Ars. Per Dagnino «se dovesse passare l’eventuale impugnativa lo stesso tipo di censura andrebbe ripetuta per tutte le regioni italiane». «Il governo regionale, sebbene si tratti di norme in gran parte di iniziativa parlamentare, - conclude l’assessore - ha il dovere di difendere le prerogative del Parlamento».
Nessuna iniziativa del «re Schifani», insomma, secondo l’assessore, in risposta al deputato Ismaele La Vardera che parla di una «manina» ministeriale, quella di un «burocrate importantissima» della Ragioneria dello Stato, che sarebbe «vicina a Forza Italia» e per postulato istigata dal governo regionale. «La nota del Mef l’ho trovata ridicola», interviene Luigi Sunseri (M5S), che definisce «imbarazzante» quanto sollevato del ministero a proposito di una legge parlamentare che, per lui, va difesa: «Basta ipocrisie».
Ipocrisie o no, il ministero invita il dipartimento per gli Affari regionali a valutare un’impugnativa alla Corte costituzionale per la violazione del «principio di eguaglianza nel suo significato di parità di trattamento».
Così, per esempio, rischiano di perdere 4,69 milioni di euro i 62 destinatari che avrebbero dovuto investirli per l’acquisto di scuolabus o per il miglioramento di un’edilizia scolastica ridotta ai minimi termini. Palestre, materiale didattico, sale multimediali, in qualche caso perfino il riscaldamento. Di più: tra questi soldi ci sono anche 150mila euro alla scuola polo regionale “Lombardo Radice” per «erogare a tutte le scuole con sezioni ospedaliere servizi e strumenti necessari e funzionali alla didattica curriculare e laboratoriale in favore degli studenti lungodegenti ricoverati».
In mezzo a questi fondi, si infiltrano 125mila per il Comune di Siracusa o i 50mila euro a quello di Giardinello per «spese connesse alle attività istituzionali generali». E ancora: da un lato si investe per il completamento della biblioteca comunale di Contessa Entellina (25mila euro) o l’acquisto di mezzi per il trasporto dei disabili a Caccamo (55mila euro), e dall’altro si destinano 25mila euro a una chiesa di Gela per l’acquisto di frigoriferi per alimenti, 40mila euro a Cefalù per la realizzazione di hotspot internet.
Per il Mef, tutto quello che è «incremento del movimento turistico», marketing, sagre di frutti e ortaggi e gran galà deve essere considerato come i 500mila euro che, tramite la Soprintendenza ai Beni culturali di Catania, servono per la ristrutturazione della basilica di San Pietro, a Riposto, o i 400mila euro per l’acquisto, da parte della Regione, della casa di Modica dov’è nato Salvatore Quasimodo; i 50mila euro a una parrocchia di Enna per andare in Vaticano per il Giubileo e i 60mila euro a Caltagirone affinché installi un sistema di rilevamento del fumo per prevenire il propagarsi degli incendi nel bosco di Santo Pietro.
Il punto, per il ministero, non è chi merita e chi no. Per i tecnici il fatto è che non si specificano «i criteri ai quali sono ispirate le scelte operate e le relative modalità di attuazione, e senza che sia previsto il ricorso ad alcuna procedura a evidenza pubblica».