Lombardo e Miccichè, sfida al centrodestra siciliano. Le contromosse di Schifani
Un’operazione con copertura romana o un’azione disperata? Gli altri alleati fanno quadrato. «Ma adesso nulla sarà più come prima»
Berlusconi Micciché Schifani
Renato Schifani lo descrivono «su tutte le furie». Apprendere, in pieno agosto, che il suo nemico numero uno viene accolto a braccia aperte dall’alleato più raffinato (e dunque più temuto) non è certo un rospo facile da ingoiare. Eppure, il governatore - ieri quasi tutto il giorno “offline” per una breve parentesi conviviale in famiglia - ha pronte le contromosse. L’ingresso di Gianfranco Miccichè nel gruppo di Raffaele Lombardo è una mina vagante nei già precari equilibri del centrodestra che governa la Regione, ma il punto di caduta non è a Palermo. È a Roma.
Così, dopo che i diretti interessati confermano la notizia («L'Mpa è la scelta più coerente per chi come me si è speso per la Sicilia e per la sua autonomia», scandisce l’ex presidente dell’Ars; «La sua lunga esperienza e la profonda conoscenza di uomini e cose daranno più forza alla causa autonomista», l’accoglienza dell’ex governatore), la questione dirimente diventa subito un’altra. E cioè: quanto il minaccioso asse Miccichè-Lombardo è legato alla pancia e quanto alla testa? Per essere più chiari: è un’estemporanea convergenza di interessi fra un alleato deluso e uno stuntman senza più nulla da perdere, oppure è una più infida manovra con copertura nazionale dentro Forza Italia? Due debolezze che si uniscono per una battaglia persa in partenza o un arsenale nucleare puntato sul governo regionale? La prima reazione di Schifani, con chi lo sente già in mattinata, è di ostentata serenità: «Era già tutto previsto». Poi, però, alcuni segnali criptici. Lombardo (che, interpellato da La Sicilia domenica sera, sembrava infastidito dalla fuga di notizie), rompe il silenzio. Rimarcando che l’ingresso di Miccichè, che «aveva un rapporto particolarissimo e affettuosissimo con Berlusconi», ora «accelera il processo federativo» dell’Mpa con Forza Italia. Come se, dunque, il nuovo acquisto fosse stato in qualche maniera concordato con i vertici nazionali azzurri. Da Cefalù trapela una «lunga telefonata» fra l’uomo del 61-0 e Paolo Barelli, capogruppo azzurro alla Camera e fidato braccio destro di Antonio Tajani. Eppure altre fonti forziste rimarcano che il segretario nazionale «non risponde più a Gianfranco da dopo le elezioni». Nel frattempo Miccichè si gode il ritorno alla ribalta nazionale e comincia a esternare a siti e agenzie. Sparando a zero su una Forza Italia che «non è più quella di Berlusconi: anonima e succube degli alleati».
A questo punto anche qualche oppositore di Schifani, pronto a esporsi per attestare l’addio dell’ex commissario regionale come «sintomo del malessere nel partito siciliano», si rintana nel silenzio tattico. Lo stesso, per imbarazzo, fanno i forzisti legati al governatore: nessuna voce, se non l’anonima nota della segreteria regionale che, nell’augurare «una proficua prosecuzione della propria esperienza parlamentare» a Miccichè, ricorda che era già fuori dal gruppo Ars e senza tessera del partito. Da interpretare l’uscita di Daniela Ternullo, senatrice forzista iper-miccicheiana, che conferma di restare dov’è. È la prova che il vecchio leader è all’ultima spiaggia, o, come sostiene chi ha parlato con Giorgio Mulè (regista dell’operazione a Roma, altra spina nel fianco del governatore anche in prospettiva del bis nel 2027), è il segnale che «è tutto concordato»?
A Schifani, intanto, arrivano segnali di vicinanza dagli alleati: fra gli altri, Luca Sammartino, Totò Cuffaro e Gaetano Galvagno. La linea è fare quadrato attorno al presidente. «Raffaele ha scelto con chi stare: almeno ora ci sarà chiarezza», è la lettura di chi ricorda come «Renato è stato sempre chiarissimo: gli equilibri sono quelli fissati dal voto del 2022, le campagne acquisti non spostano nulla». Qualcuno, più preoccupato, teme che «il progetto è fare in Sicilia una “Forza Italia 1” e una “Forza Italia 2” per condizionare il governo»; un altro big, che si vanta di conoscere Lombardo «più di chiunque altro». minimizza: «Sta usando Gianfranco. Ma non può resistere per altri tre anni a fare il guastatore: lo mollerà al primo giro di nomine». Molte idee e quasi tutte contraddittorie. L’unica certezza, afferma un alleato di peso, è che «questo è lo spartiacque della legislatura: da oggi nulla sarà più come prima».