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I PERSONAGGI

Luca e Marco, il doppio ritratto dei “discepoli” di Schifani che aspettano il derby per l’eredità

Sammartino e Falcone, gli assessori più ascoltati a Palazzo d’Orléans: due catanesi (distanti anni luce, eppure simili) che guardano già al 2027

Di Mario Barresi |

Siedono alla destra (e alla sinistra) del Padre. Prima in conferenza stampa e poi sugli scranni del governo a Sala d’Ercole, occupano due posti non casuali. Luca e Marco, i “discepoli” del presidente, cominciano un cammino parallelo. Perché, nonostante siano molto distanti fra loro, senza nemmeno finora stimarsi reciprocamente più di tanto, hanno avuto – e forse avranno sempre di più – una parabola convergente. Che adesso li porta al fianco di Renato Schifani, per proteggerlo e consigliarlo. Lui li ascolta, si fa scudo. Sa comunque di avere bisogno di tutt’e due.

Luca Sammartino e Marco Falcone. Così diversi, eppure – adesso, più per necessità che per scelta – così uguali.

Travolti da un insolito destino nel grigio mare di novembre. Quello del centrodestra che salpa in piena burrasca. Ma il governatore sa di poter contare su di loro. Li ha scelti per due assessorati di peso (il leghista all’Agricoltura, con i galloni di vicepresidente; il forzista come super assessore all’Economia, col bonus della Programmazione), ma anche come punti di riferimento nei momenti più delicati. C’erano infatti loro due, nella lunga notte dell’ultimatum meloniano sugli assessori esterni, nello studio presidenziale. A fare il punto sulle trattative, a studiare mosse e contromosse, a raccogliere lo sfogo del governatore.

Entrambi già nella stanza dei bottoni. Entrambi davanti a cinque anni di responsabilità e di crescita. Entrambi decisivi non solo per i loro ruoli di assessori, ma soprattutto come pompieri nell’infuocata maggioranza. Eppure, a pensarci bene, Sammartino e Falcone sono il giorno e la notte. Al di là dei quasi tre lustri di differenza anagrafica (37 anni il primo, 51 il secondo), è differente anche la matrice: figlio della Catania bene, il leghista ha il padre odontoiatra, professione condivisa, e la madre super manager di Humanitas; il forzista è un “paesano” di Mirabella Imbaccari (di cui fu sindaco, «il più giovane d’Italia», gli piace ricordare, dal 1993 al 2002), e ogni venerdì, caschi il mondo, torna lì per «fare un po’ di segreteria» e soprattutto per stare un po’ con l’anziana madre, vedova del padre maestro di scuola.

Sammartino è alla sua terza legislatura all’Ars: entra nel 2012, da  giovanissimo pupillo della buon’anima di Lino Leanza. «Luca è un animale politico», diceva coccolandoselo. Poi l’allievo sfratta il maestro da Articolo 4, poco prima della malattia letale. Da lì è tutta una cavalcata: il rapporto con Matteo Renzi, il bis nel 2017 col record imbattuto di preferenze (circa 33mila), l’ingresso nel Pd, dal quale esce seguendo l’onda di Italia Viva; fino all’estate 2021, quando entra nella corte dell’altro Matteo (Salvini), con cui vanta un feeling viscerale e immediato, più forte delle proteste dei leghisti siciliani contro i “nuovi acquisti”.

Falcone, deputato regionale per la quarta volta consecutiva,  è da sempre pressoché allo stesso posto. A destra, sin dai tempi dal Fronte della gioventù, nella professione  (con l’avvocato Stella Rao) e nella politica (con Raffaele Stancanelli): in An fino allo scioglimento nel Pdl, decide di restare in Forza Italia sulla scia del suo capocorrente Maurizio Gasparri.

Negli ultimi cinque anni i “gemelli diversissimi” della giunta Schifani stanno agli antipodi: Falcone diventa il pretoriano di Nello Musumeci, l’assessore più fidato e l’aglio contro il Dracula-Miccichè; Sammartino, nella lista dei più odiati del Pizzo Magico, diventa lo stratega dei No-Nello, assieme allo stesso Miccichè, a cui resta molto legato. E le strade sono separate anche nella calda estate della scelta del candidato del centrodestra: l’ex assessore alle Infrastrutture è fra gli ultimi ad arrendersi al niet sulla ricandidatura dell’uscente, il nuovo collega (per cui Musumeci evocò l’interesse di «ben altri palazzi») è in trincea per Stancanelli. Nessuno dei due, in cuor proprio, vorrebbe Schifani. Ma entrambi lo accettano, subito, di buon grado. E accorrono all’incoronazione. Falcone dimenticando lo strappo di qualche mese prima, quando il futuro governatore tradisce il fronte anti-Miccichè; Sammartino imparando a conoscere l’ex presidente del Senato con cui parla per la prima volta a un pranzo elettorale a Catania.

Eppure hanno anche tanto in comune. Al di là di qualche inciampo giudiziario (Falcone indagato sul caso Iacp, il suo segretario citato nelle scomode carte sul Genio civile di Catania; ben più esposto Sammartino con due processi a carico per corruzione elettorale, dai quali i suoi legali sono certi che «uscirà a testa alta»), i due assessori condividono la stessa esperienza nei rispettivi partiti: il leghista, trovando sponda a Palazzo d’Orléans, ha isolato Miccichè rimasto a bocca asciutta di assessorati; il leghista s’è in pratica impossessato del partito siciliano, imponendo se stesso e Mimmo Turano in giunta («Gli assessori li ha scelti il segretario nazionale», va ripetendo), costringendo Nino Minardo a ingoiare una caterva di rospi fino alla tentazione di cambiare aria.

Sammartino è sfrontato e spregiudicato, ma freddo programmatore. Falcone è zelante e misurato, ma lucido vendicatore. Tutt’e due, però, esercitano l’arte del dialogo. Parlano con tutti, opposizioni comprese, con stili diversi ma analoga capacità di tessere una tela di rapporti. Quelli che potranno essere utili a Schifani per la sopravvivenza. E poi le deleghe, pesanti. Sammartino sarà il vicepresidente e il tenutario dell’Agricoltura, medesimo trampolino di lancio di Totò Cuffaro, a cui lo lega un’affettuosa amicizia. Falcone all’Economia sarà il custode della cassaforte della Regione, ruolo delicato che il governatore gli ha subito cucito addosso.

Luca e Marco. Per una serie di fatalità avvinghiati allo stesso destino. Cinque anni, al netto di sorprese, al caldo della chioccia palermitana. E poi chissà, nel 2027, quando Schifani avrà compiuto 77 anni, i due catanesi potranno contendersi la successione. Patti chiari e amicizia lunga: ora stiamo assieme per proteggere Renato dal fuoco amico. E poi, fra cinque anni, vinca il migliore.

Twitter: @MarioBarresi 

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