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Allarme di Letta: «Senza Draghi a Palazzo Chigi, la maggioranza non regge»

Il segretario detta il timing del Pd che ovviamente non prevede la fine anticipata della legislatura ma...

Di Redazione

A gennaio elezione del presidente della Repubblica a larghissima maggioranza (servirebbe anche coinvolgere Fratelli d’Italia) e subito dopo riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari. Enrico Letta detta il timing del Pd che ovviamente non prevede la fine anticipata della legislatura ma anzi rilancia la riforma delle riforme, cioè la modifica dell’attuale Rosatellum facendo così capire che l'ultimo anno di legislatura deve essere laborioso. ma soprattutto il segretario del Pd rilancia un allarme che di certo non è indifferente alla maggioranza dei parlamentari: senza Draghi a palazzo Chigi, difficilmente il governo reggerebbe. 

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Non c'è solo quindi il Pnrr da mettere a terra, come ha ricordato oggi il presidente Sergio Mattarella: Nnel quadro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’attuazione delle politiche di settore richiede una regia di sistema e una visione ampia, a garanzia dell’efficacia delle misure per una ripartenza strutturale, solida e lungimirante», dove le parole «regia e lungimiranza» fanno pensare alla preoccupazione del capo dello Stato per quanto avverrà nel 2022. Naturalmente il segretario del Pd - nel giorno in cui il chiacchiericcio parlamentare si sofferma sulle figure di Giuliano Amato e Pier Ferdinando Casini - non entra nel toto-nomi.

Ma, consapevole del fatto che il suo gruppo parlamentare è attualmente decisamente minoritario tra chi dovrà eleggere il nuovo presidente, rimane sul metodo: «A gennaio ne discuteremo ma secondo me in questa situazione è bene che il presidente venga eletto con una larga maggioranza o largo sostegno perchè sarebbe contradditorio che venga eletto da una maggioranza stretta mentre il governo è sostenuto dalla maggioranze più larga della storia repubblicana». Per cui, aggiunge, «serve una maggioranza larga e sarebbe positivo comprendere l’opposizione». Poi «dovremo aprire una discussione sulla legge elettorale il giorno dopo aver eletto Capo Stato con una larga maggioranza». Intanto Forza Italia continua a tenere duro sul nome di Silvio Berlusconi e oggi Antonio Tajani si è detto convinto che se il Cavaliere accettasse la candidatura ci sarebbero «i numeri per farlo eleggere: «d’altronde nei sondaggi, insieme a Draghi, è quello che ha il consenso più alto di tutti», ha osservato. Salvini resta sul vago caricando i suoi parlamentari con frasi motivazionali: «il nostro tratto distintivo è la compattezza e riusciremo a vincere dimostrando di essere granitici». 

 Nel frattempo si registra un intenso lavorio in quella galassia non identificata del Grande centro che ben sa di poter essere determinante in caso di contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Per questo in Parlamento fanno girare i nomi di Amato (provenienza centrosinistra ma gradito altrove) e di Casini che è stato un pò ovunque. Due figure pesanti che probabilmente saranno in gara almeno fino all’inizio dei voti segreti dei Grandi elettori. 

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